Drive, il cavaliere che attraversa la notte di Los Angeles
Los Angeles vista dal parabrezza non è una città, ma un animale fluorescente che respira benzina, solitudine e denaro sporco. Le sue arterie brillano nel buio, i semafori scandiscono il tempo come detonatori e ogni incrocio sembra offrire una possibilità di salvezza che dura appena il tempo di inserire la marcia. Poi torna il silenzio. Quello pesante, vischioso, che anticipa la violenza. Dentro questa notte sintetica si muove un uomo senza nome. Guida automobili per il cinema, lavora in un’officina, corre clandestinamente e, quando qualcuno ha bisogno di sparire dopo una rapina, offre cinque minuti della propria vita al miglior offerente. Cinque minuti esatti. Durante quel breve intervallo diventa il migliore possibile. Prima e dopo, il cliente smette di esistere.
Drive, diretto nel 2011 da Nicolas Winding Refn, è il film che ha trasformato Ryan Gosling in un’icona di ghiaccio, una figura apparentemente immobile dietro la quale ribollono desiderio, paura e furia animale. Non è soltanto un noir contemporaneo e nemmeno un esercizio di stile travestito da thriller automobilistico. È una favola criminale raccontata attraverso il neon, un melodramma sentimentale che usa il rumore dei motori per coprire ciò che i personaggi non riescono a dire.
Sotto la giacca bianca con lo scorpione dorato non c’è un eroe tradizionale. C’è un uomo che tenta di costruirsi un codice morale nel territorio più ostile possibile, quello in cui la bontà viene interpretata come debolezza e ogni gesto d’amore presenta un conto scritto con il sangue.
Drive e la nascita di un’icona cinematografica
Il protagonista di Drive viene indicato semplicemente come Driver. Non sappiamo da dove arrivi, quanti anni abbia realmente, quale sia la sua storia o perché abbia scelto di vivere ai margini della società. Refn elimina deliberatamente le informazioni che il cinema normalmente utilizza per rendere un personaggio comprensibile. Nessun trauma infantile spiegato attraverso un flashback, nessun dialogo chiarificatore, nessuna confessione pronunciata davanti a un bicchiere di whisky.

Di giorno lavora come stuntman automobilistico, prestando il proprio corpo e le proprie capacità alle illusioni di Hollywood. Le auto si ribaltano, esplodono e attraversano muri mentre qualcun altro raccoglie gli applausi. Quando non è sul set si trova nell’officina di Shannon, interpretato da Bryan Cranston, un meccanico zoppo e affettuoso che sogna di trasformarlo in un pilota professionista. Di notte, invece, Driver diventa un ingranaggio perfetto della criminalità di Los Angeles. La sequenza iniziale definisce immediatamente la sua natura. Driver aspetta due rapinatori all’interno di una Chevrolet Impala, controlla l’orologio, ascolta la radio della polizia e studia le strade. Non cerca di seminare le pattuglie con inseguimenti spettacolari. Si nasconde, rallenta, confonde, anticipa. Guida come un giocatore di scacchi che ha già immaginato le mosse dell’avversario.
Ryan Gosling costruisce Driver sottraendo parole, movimenti ed espressioni. Lo sguardo rimane basso, le risposte sono brevi, il sorriso compare con una cautela quasi infantile. Ogni silenzio diventa una barriera. L’uomo dietro il volante sembra aver imparato che parlare significa concedere agli altri la possibilità di entrare, giudicare e ferire. Proprio questa reticenza permette allo spettatore di proiettare su di lui qualsiasi interpretazione. Driver può essere un angelo vendicatore, uno psicopatico disciplinato, un uomo traumatizzato oppure un romantico rimasto intrappolato nel corpo di un killer. Refn non risolve l’enigma, perché il fascino del personaggio dipende dalla sua opacità.
Un amore condannato tra corridoi e parcheggi
La routine di Driver cambia quando incontra Irene, la vicina di casa interpretata da Carey Mulligan. Lei vive con il figlio Benicio e aspetta il ritorno del marito Standard, detenuto in prigione. Tra Irene e Driver nasce una relazione fatta di sguardi, piccoli favori e pomeriggi trascorsi insieme senza la necessità di riempire ogni secondo con una conversazione. La loro intimità appare fragile e quasi irreale. Driver accompagna Irene e Benicio lungo il canale del Los Angeles River, li porta in automobile, li osserva sorridere. Le scene sono illuminate come frammenti di un sogno domestico. Per alcuni minuti il criminale senza passato può immaginare una vita diversa, composta da gesti banali, colazioni, passeggiate e qualcuno da aspettare alla fine della giornata.

Carey Mulligan interpreta Irene senza trasformarla nella classica donna angelicata incaricata di salvare l’uomo oscuro. La sua dolcezza non è ingenuità. Irene comprende che Driver nasconde qualcosa, ma non tenta di interrogarlo né di redimerlo. Tra loro esiste una forma di riconoscimento silenzioso, un bisogno reciproco di tregua. L’amore in Drive non nasce attraverso dichiarazioni appassionate. Cresce negli spazi vuoti. Nel rumore dell’ascensore. In una mano appoggiata sulla spalla. Nella disponibilità di Driver a diventare per qualche ora una presenza stabile nella vita di un bambino.
Il ritorno di Standard, interpretato da Oscar Isaac, spezza questa parentesi. Sarebbe stato facile trasformarlo nel marito geloso o violento che ostacola la relazione tra i protagonisti. Il film compie invece una scelta più dolorosa. Standard è un uomo imperfetto, ma desidera sinceramente ricostruire la propria famiglia. Porta addosso i debiti contratti in prigione e viene minacciato da alcuni criminali che pretendono la sua partecipazione a una rapina.
Driver potrebbe ignorare la situazione e aspettare che Standard venga eliminato. Decide invece di aiutarlo, non per amicizia e nemmeno per denaro, ma per proteggere Irene e Benicio. Il sentimento che prova non lo conduce verso una felicità condivisa. Lo spinge direttamente dentro una trappola.
La rapina che trasforma Drive in una discesa all’inferno
Il piano sembra semplice. Standard deve rapinare un banco dei pegni, mentre Blanche, interpretata da Christina Hendricks, si occupa di recuperare il denaro. Driver aspetta in macchina e garantisce la fuga. Nell’universo di Drive, però, i piani semplici sono soltanto catastrofi che non hanno ancora trovato il momento giusto per esplodere. Un’altra automobile tenta di inseguire Driver. La rapina si rivela parte di un’operazione più complessa legata alla criminalità organizzata. Da questo momento il film abbandona progressivamente la malinconia sentimentale e mostra la materia brutale nascosta sotto la propria superficie elegante.

La violenza arriva improvvisa, secca, disgustosa. Una testa esplode in una stanza di motel. Un uomo viene colpito con una forchetta. Un altro viene annegato sulla spiaggia. Refn non utilizza queste scene per costruire un semplice spettacolo sanguinario. Le inserisce come fratture all’interno della composizione visiva del film.
Fino a quel momento Driver sembrava capace di controllare ogni situazione. La precisione della guida, le regole imposte ai rapinatori e l’apparente immobilità emotiva suggerivano un uomo sempre padrone di sé. Quando Irene viene minacciata, la maschera comincia a sgretolarsi.
La sua violenza non è professionale come quella di un sicario. È intima, animalesca, quasi rituale. Driver distrugge i volti dei nemici, come se volesse cancellarne l’identità. Non si limita a neutralizzare il pericolo. Lo annienta. È qui che Drive mostra la propria ambiguità più feroce. L’uomo che desidera proteggere Irene è lo stesso dal quale Irene deve essere protetta.
La scena dell’ascensore e il bacio prima dell’abisso
La sequenza dell’ascensore è diventata il cuore simbolico del film. Driver e Irene entrano insieme. Con loro c’è un uomo che Driver riconosce come un possibile assassino. Le luci cambiano, il tempo rallenta e Driver bacia Irene. Quel bacio non rappresenta l’inizio della loro storia. È il suo funerale. Driver sa che pochi secondi dopo dovrà mostrare la parte di sé che ha cercato di nascondere. Il bacio diventa un addio pronunciato senza parole, l’ultimo istante in cui può essere l’uomo tranquillo che accompagna una madre e suo figlio lungo le strade assolate di Los Angeles.

Subito dopo, Driver aggredisce il sicario e gli schiaccia il cranio a colpi di piede. La brutalità della scena annulla qualsiasi residuo di romanticismo. Irene lo guarda da fuori dell’ascensore mentre le porte si chiudono lentamente. Sul volto della donna non c’è soltanto paura. C’è la consapevolezza che l’uomo conosciuto nei giorni precedenti non sia mai esistito interamente. Driver rimane nell’ascensore accanto al cadavere, la giacca macchiata di sangue e lo scorpione ancora visibile sulla schiena. Per un istante sembra una creatura mitologica sorpresa nella propria forma autentica. La scena racchiude l’intero film: tenerezza e violenza, luce dorata e ombra, desiderio di contatto e impossibilità di restare umani.
Lo scorpione sulla giacca di Ryan Gosling
La giacca bianca indossata da Driver è diventata uno degli oggetti più riconoscibili del cinema contemporaneo. Lo scorpione dorato ricamato sulla schiena non rappresenta soltanto una scelta estetica. Richiama la favola dello scorpione e della rana, citata indirettamente anche nel film. Nella storia, lo scorpione chiede alla rana di trasportarlo attraverso il fiume. La rana teme di essere punta, ma lo scorpione sostiene che farlo significherebbe condannare entrambi. A metà del percorso, lo scorpione colpisce comunque la rana. Quando lei gli domanda perché abbia compiuto un gesto tanto assurdo, lui risponde che quella è la propria natura. Driver tenta di attraversare il fiume portando con sé Irene e Benicio. Desidera comportarsi come un uomo diverso, ma la violenza rimane impressa sulla sua schiena. Può controllarla, nasconderla, incanalarla contro persone peggiori di lui. Non può cancellarla.

La giacca, inizialmente candida, accumula macchie e ferite durante il film. Diventa la superficie sulla quale viene registrata la trasformazione del protagonista. L’immagine del cavaliere romantico viene progressivamente contaminata dal sangue fino a rivelare il predatore. Questa simbologia potrebbe risultare pesante in un film più didascalico. Refn la lascia invece fluttuare all’interno del racconto. Lo scorpione non spiega Driver. Lo accompagna, ricordando allo spettatore che ogni tentativo di salvezza deve fare i conti con la natura di chi cerca di salvarsi.
Albert Brooks, il coltello nascosto dietro il sorriso
Tra le interpretazioni più sorprendenti di Drive c’è quella di Albert Brooks nel ruolo di Bernie Rose. Conosciuto soprattutto per il lavoro nella commedia, Brooks costruisce un criminale privo di qualsiasi bisogno di alzare la voce. Bernie parla con calma, racconta aneddoti, osserva gli altri con l’aria di chi preferirebbe evitare complicazioni. Proprio per questo risulta terrificante. Bernie rappresenta una forma di violenza diversa da quella di Driver. Non esplode. Amministra. Quando deve eliminare qualcuno, lo fa con la freddezza di un dirigente che chiude un reparto improduttivo. Il suo potere deriva dalla capacità di far sembrare ogni omicidio una conseguenza inevitabile.

Los Angeles come paesaggio mentale
La Los Angeles di Drive non coincide con la cartolina di Hollywood e nemmeno con il labirinto urbano di tanti polizieschi. Refn la trasforma in uno spazio sospeso, formato da parcheggi vuoti, tavole calde, officine, appartamenti spogli e strade illuminate da insegne artificiali. Il direttore della fotografia Newton Thomas Sigel costruisce un ambiente nel quale il giorno e la notte sembrano appartenere a due universi differenti. Di giorno la luce è calda, quasi lattiginosa. È il territorio di Irene, Benicio e della possibilità di una vita normale. Di notte dominano il blu, il rosa, l’arancione dei lampioni e il nero dell’asfalto. È il regno di Driver.

La città viene spesso osservata dall’interno dell’automobile. Il parabrezza diventa lo schermo attraverso il quale il protagonista mantiene le distanze dal mondo. Driver attraversa Los Angeles senza farne parte. Conosce le strade, i tempi dei semafori, le frequenze radio della polizia e le vie di fuga, ma non possiede un luogo che possa davvero chiamare casa. Refn utilizza la geografia della città come estensione della psicologia del protagonista. Le strade notturne sono eleganti e fredde, affascinanti e irraggiungibili. Los Angeles promette infinite possibilità, ma Driver percorre sempre lo stesso circuito: lavoro, crimine, officina, solitudine. Irene rappresenta l’unica deviazione.
La colonna sonora di Drive e il battito elettronico della notte
Senza la sua musica, Drive sarebbe un film profondamente diverso. La colonna sonora composta da Cliff Martinez avvolge le immagini con sonorità elettroniche dilatate, pulsazioni sintetiche e atmosfere che sembrano provenire da una memoria degli anni Ottanta mai realmente vissuta. Martinez, già batterista dei Red Hot Chili Peppers e collaboratore abituale di Steven Soderbergh, non sottolinea semplicemente l’azione. Costruisce una dimensione emotiva parallela. I sintetizzatori trasformano le strade di Los Angeles in un paesaggio interiore, mentre i silenzi lasciano emergere il rumore dei motori, dei passi e del respiro dei personaggi.
L’apertura affidata a Nightcall di Kavinsky stabilisce immediatamente l’identità del film. La voce filtrata, il ritmo notturno e il contrasto con la parte cantata da Lovefoxxx accompagnano Driver mentre attraversa la città dopo il colpo iniziale. Il brano sembra raccontare un uomo pericoloso che cerca disperatamente di mantenere un contatto umano. Dopo l’uscita del film, l’estetica synthwave ha conquistato una visibilità enorme nella cultura popolare, nella musica, nei videogiochi e nella grafica. Drive non ha inventato quel linguaggio ma gli ha fornito un’immagine cinematografica capace di entrare nell’immaginario collettivo.
Hank Cignatta
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