Robin Hood: il bandito di Sherwood

Robin Hood: il bandito di Sherwood

Vi faccio una semplice domanda, quanti di voi ricordano la prima volta sotto le fronde di quella foresta? ( e avete capito perfettamente di quale foresta parlo… ) la prima volta che avete sentito la contagiosa risata di Little John, le imboscate tra i cespugli, o quando affrontavate l’intollerabile arroganza di uno Sceriffo viscido e i bauli d’oro strappati a un Re spilorcio per restituire dignità agli ultimi? Un quadro perfetto, romantico, dove la giustizia vince sempre con un sorriso, a questa favoletta potevamo crederci quando eravamo piccoli, ma la vera leggenda di Robin Hood nasconde radici molto più profonde e oscure di quella fiaba che ci ha fatto sognare da bambini.

Paesaggio boschivo tratto dal film d’animazione Disney Robin Hood del 1973

Il mito e la vera origine

A scavare dietro i racconti popolari si scopre che la leggenda di Robin Hood non è mai stata una semplice storia di guardie e ladri, ma il grande sogno di una rivalsa universale. Le prime ballate ci raccontano di un uomo semplice che decide di voltare le spalle a un ordine ingiusto per rifugiarsi nell’ombra protettiva degli alberi.

“Robin Hood and his Merry Men” realizzata da Newell Convers Wyeth.

Il suo gesto — sfidare l’autorità dello Sceriffo per portare sollievo alle famiglie contadine — travalica i confini della singola epoca. Robin incarna quel desiderio profondo che ognuno di noi ha provato almeno una volta nella vita: credere che di fronte alla sopraffazione ci sia sempre qualcuno pronto a schierarsi dalla parte degli ultimi, armato solo di frecce, di tanta astuzia e di un’incrollabile lealtà verso i propri compagni.

Scena del film “Superfantozzi” del 1985, diretto da Neri Parenti, che parodia la leggenda di Robin Hood

Dalle calzamaglie di seta al fango di Hollywood

Ormai lo sappiamo, nessun mito sopravvive se non impara a cambiare pelle, e Hollywood durante tutta la sua storia ha usato Robin Hood come un “camaleonte” da proiettare sul grande schermo da cent’anni a questa parte.

Una cinepresa montata su treppiede in un ambiente boscoso

L’età del tecnicolor

Nel 1938, Errol Flynn indossa la calzamaglia verde in “Le avventure di Robin Hood“. È l’eroe perfetto per un’America che cerca di sollevarsi dalla Grande Depressione: sorridente, acrobatico, infallibile, con un baffetto impeccabile e un’incrollabile fede nella corona di Re Riccardo. Qui il bene e il male sono separati da una linea netta, tirata a lucido.

La volpe della Disney

Poi arriva la Disney che nel 1973 trasforma la storia nell’iconico classico animato. “Robin Hood” diventa una volpe scaltra, Cantagallo suona il liuto e il Principe Giovanni si succhia il pollice. È la versione che ha segnato la memoria di intere generazioni ( la mia compresa ) : rassicurante, scanzonata, ma con quell’inconfondibile velo di malinconia nella canzone degli abitanti di Nottingham sopraffatti dalle tasse.

Il principe dei ladri

Nel 1991, Kevin Costner diventa “il Principe dei ladri“. Capelli al vento, un’epica colonna sonora firmata Bryan Adams, Alan Rickman nei panni di uno Sceriffo meravigliosamente isterico e un’atmosfera da kolossal avventuroso. Poco importa se l’accento inglese di Costner fosse inesistente, il film incassa centinaia di milioni di dollari e consacra Robin a superstar della cultura pop di fine millennio.

L’irriverenza di Mel Brooks

Nel 1993, Mel Brooks decide che è tempo di smettere di prendersi troppo sul serio e porta nelle sale “Robin Hood – Un uomo in calzamaglia“. Tra frecce telecomandate, Sceriffi strabici e numeri musicali surreali, il film trasforma il mito in una farsa irresistibile. È la risposta canzonatoria ed esilarante all’epica solenne di Kevin Costner: una tappa fondamentale che dimostra come Robin Hood sia ormai un’icona così gigante della cultura pop da potersi permettere persino di ridere di se stessa ( tra l’altro…lui è l’unico Robin Hood con l’accento giusto ).

La “cupa” riscoperta

Il 21° secolo, tuttavia, l’allegro fuorilegge perde la voglia di ridere. Infatti Ridley Scott e Russell Crowe nel 2010 ci consegnano un “Robin Hood” grigio ( non nel senso malato, semplicemente è buono ma fa delle azioni “discutibili” ), sporco, segnato dalla brutalità delle Crociate. Il mito si spoglia dei colori vivaci e si tuffa nella geopolitica medievale, trasformando il fuorilegge in un reduce disincantato.

13 Agosto: il crollo del mito e “Il prezzo del sangue”

E arriviamo ad oggi. Il cerchio si chiude, o forse si spezza del tutto. Il 13 agosto arriva nelle sale italiane “Robin Hood – Il prezzo del sangue“.

L’attore Hugh Jackman nel ruolo del leggendario fuorilegge all’interno del film del 2026 “Robin Hood – Il prezzo del sangue

Dimenticate i salti mortali sugli alberi, le risate attorno al fuoco con Little John e le frecce scagliate con disinvoltura. Il film schiera un Hugh Jackman imponente e devastato nei panni di un Robin ormai anziano e tormentato dai fantasmi di una vita spesa nel sangue. Accolto in un remoto priorato e curato da una donna misteriosa ( interpretata da Jodie Comer ), questo Robin non è più l’eroe romantico dei cantastorie, ma un uomo reale costretto a fare i conti con la mostruosa distanza tra la leggenda rassicurante creata dal popolo e la scia di violenza e sofferenza che si è lasciato alle spalle.

È una decostruzione brutale del mito, ma cosa rimane dell’eroe quando le sue gesta vengono spogliate dalla retorica? Resta un uomo stanco, schiacciato dal peso del proprio nome, in cerca di un’ultima improbabile redenzione prima che il buio lo inghiotta.

La morte della Major Oak: la fine fisica del simbolo

Mentre il cinema demolisce l’icona sul grande schermo, la natura si è incaricata di chiudere i conti con la realtà… Il 18 giugno 2026, la leggendaria Major Oak — la quercia millenaria nel cuore della foresta di Sherwood ( proprio l’albero gigantesco che secondo la tradizione aveva offerto riparo e rifugio a Robin e alla sua banda ) — è stata dichiarata biologicamente morta. Con un’età stimata tra gli 800 e i 1.200 anni, sorretta negli ultimi decenni da un complesso sistema di pali e impalcature d’acciaio, la quercia purtroppo ha ceduto.

La Major Oak, una famosa quercia secolare situata nella foresta di Sherwood in Inghilterra

Non è stato solo l’incedere inesorabile dei secoli: il colpo di grazia è arrivato da una combinazione letale di cambiamenti climatici, estati torride e il calpestio continuo di milioni di turisti che nel tempo hanno soffocato le sue radici millenarie.

La Major Oak nel 2026

La scomparsa della Major Oak ha un valore simbolico devastante. È come se l’ultimo ancoraggio materiale della leggenda si fosse dissolto. L’immagine di questo colosso che cade richiama da vicino la malinconia del celebre dipinto “La morte di Robin Hood” di Sir Joseph Noel Paton.

La morte di Robin Hood” di Sir Joseph Noel Paton

Quell’inquadratura di un eroe stremato che scaglia la sua ultima freccia dalla finestra del convento, affidando il proprio riposo eterno alla terra della foresta. L’albero che aveva resistito ad epidemie, guerre d’indipendenza, rivoluzioni industriali e bombe di ogni sorta si è arreso nell’era dell’iper-consumo. Resta lì, un gigante d’ombra che andrà incontro a una lenta decomposizione, nutrendo l’ecosistema circostante e ricordandoci che persino i monumenti della natura hanno un termine.

Un’ultima freccia nel buio

La quercia di Sherwood è morta. Il Robin di Hugh Jackman si appresta a svelarci il conto in sospeso con la propria violenza nei cinema. Eppure, la freccia scagliata da quella ballata medievale continua a volare. Perché finché esisterà un abisso tra chi detiene il potere e chi ne subisce il peso, ci sarà sempre bisogno di guardare verso il margine della foresta, sperando di scorgere un’ombra con un arco in spalla, pronta a restituire ciò che è stato tolto.

Federico Sclaverano

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Federico Sclaverano, classe 2004. Sono un’anomalia del sistema, nata per destabilizzare la quiete di una normalità che mi sta stretta. Nutro la mente con cinema, teatro, fisica, storia e fumetti, collezionando tutto ciò che trasforma il semplice respiro in qualcosa di degno di essere vissuto. La mia missione? Ancora in fase di scrittura, ma l’obiettivo è chiaro: far divertire chi mi circonda e rendere felici gli altri, senza però sprecare il breve tempo che mi è concesso. Se cercate qualcuno che prenda la vita seriamente senza mai rinunciare a dissacrarla, io sono il cavallo che fa al caso vostro. E se sentite nitrire adesso sapete chi è.

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