Joe Cocker: la voce che graffia e una storia che brucia

Joe Cocker: la voce che graffia e una storia che brucia

Joe Cocker prendeva una canzone che conoscevi a memoria e ti faceva venire il dubbio di averla ascoltata col culo per anni. Avevi imparato il ritornello, riconosciuto gli accordi e sistemato tutto nello scaffale delle cose familiari. Poi arrivava lui e dentro quelle stesse parole sentivi qualcuno che aveva bisogno di essere aiutato sul serio. La faccenda diventava scomoda soprattutto quando quel qualcuno cominciava ad assomigliarti. Per questo ridurlo alla voce roca è una descrizione miserabile, buona quanto spiegare un incendio parlando della temperatura. Il suono di Cocker si riconosce subito; ciò che continua a sorprendermi è la quantità di tenerezza che riesce a far passare attraverso una materia tanto ruvida. Dentro la stessa frase può esserci un uomo che pretende di essere ascoltato e uno che teme di avere già chiesto troppo. La forza sta anche in questa esitazione, nel modo in cui una sillaba sembra costargli più della precedente.

Joe Cocker in uno scatto del 1970

La sua storia artistica passa attraverso il blues e il soul, i Beatles, Woodstock, una tournée capace di consumare chi la cantava e una seconda vita nelle radio di mezzo mondo. Ma per orientarsi bisogna tenere l’orecchio su una questione concreta: come riusciva un cantante a rendere così personali parole scritte da altri, fino a farci dimenticare che esistesse una distanza tra la canzone e chi la stava vivendo?

Joe Cocker da Sheffield alla scuola di Ray Charles

John Robert Cocker nasce a Sheffield il 20 maggio 1944. Prima dei grandi palchi lavora come apprendista installatore di impianti del gas e canta nei locali; nei primi anni Sessanta usa il nome Vance Arnold con gli Avengers. Nel suo apprendistato convivono lo skiffle (genere musicale nato negli Stati Uniti all’inizio del Novecento, che unisce elementi di jazz, blues, folk e country) di Lonnie Donegan e soprattutto Ray Charles, un riferimento decisivo per il modo di intendere la voce. La prima incisione solista, nel 1964, è già una canzone dei Beatles, I’ll Cry Instead e commercialmente fallisce.

La provenienza operaia spiega un ambiente e un percorso, ma lasciamo perdere la favola dell’acciaio di Sheffield finito nelle corde vocali. Le fabbriche producono anche impiegati stonati. A fare la differenza sono l’ascolto, il lavoro e la capacità di riconoscere nei dischi americani qualcosa che possa riguardare la propria vita senza fingere di aver vissuto quella degli altri. Da Ray Charles si può imparare quanto una parola cambi quando la si trattiene prima di lasciarla andare, come il desiderio e la preghiera possano abitare la stessa inflessione e quanto conti rispondere agli strumenti. Cocker porta quella lezione dentro il rock britannico conservandone la profondità musicale. Il ringhio da solo sarebbe una maniera, ripetibile da chiunque sappia maltrattarsi la gola; il fraseggio richiede di capire dove stia andando il sentimento.

Il suo canto si costruisce lì, nella distanza tra il semplice riconoscimento di un timbro e la capacità di dare un significato diverso a ogni frase. Gli imitatori possono impossessarsi abbastanza facilmente del primo. Con la seconda cominciano i problemi.

With a Little Help from My Friends cambia significato

Il successo arriva nel 1968 con With a Little Help from My Friends, numero uno nel Regno Unito, prima dell’album omonimo del 1969. La registrazione, prodotta da Denny Cordell, comprende Jimmy Page alla chitarra, B. J. Wilson alla batteria e Tommy Eyre all’organo. Vale la pena ricordarli, perché la trasformazione prende forma nell’arrangiamento quanto nella voce.

Nella versione dei Beatles, affidata a Ringo Starr su Sgt. Pepper’s, l’amicizia ha il calore di una conversazione a cui tutti possono unirsi. Cocker dilata il brano, ne appesantisce il passo, lascia che organo, chitarra e risposte corali costruiscano una tensione crescente. Quando la voce sale, quella richiesta di compagnia ha acquistato un’urgenza che la familiarità con l’originale tendeva a nascondere. È un cambiamento che riguarda il senso stesso della canzone. Avere bisogno degli amici può significare trovare qualcuno con cui passare la serata oppure ammettere che da soli si rischia di andare a fondo. Cocker avvicina il brano a questa seconda possibilità e la rende fisica, quasi imbarazzante per chi ascolta con l’abitudine di considerarsi autosufficiente.

Paul McCartney ricordò di essere rimasto sbalordito quando Cocker e Cordell gli fecero ascoltare la registrazione, riconoscendo che il pezzo era diventato un inno soul e dichiarandosi grato per quella trasformazione. È una testimonianza preziosa perché viene da chi quelle parole le aveva scritte. Le classifiche certificano il successo; la misura artistica sta nel fatto che, dopo Cocker, dentro la stessa composizione possiamo sentire due esperienze emotive diverse e compiute. L’interpretazione ha aggiunto qualcosa che prima mancava.

Woodstock e quel corpo che segue la musica

Il 17 agosto 1969 Joe Cocker si esibisce a Woodstock con la Grease Band. Alla chitarra c’è Henry McCullough mentre Chris Stainton è alle tastiere: la formazione sul palco è diversa da quella del celebre singolo. With a Little Help from My Friends chiude il concerto, poco prima che il temporale interrompa il festival. Il film di Michael Wadleigh consegnerà quella performance a un pubblico enormemente più vasto di quello presente a Bethel.

Le immagini mostrano un cantante che sembra suonare anche quando ha le mani vuote. Le dita cercano appigli nell’aria, le braccia seguono gli accenti, il volto partecipa allo sforzo. Guardarlo può perfino mettere a disagio, tanto è lontano dal controllo con cui siamo abituati a vedere amministrata un’immagine pubblica. Il filmato può essere consumato come una reliquia degli anni Sessanta, fra abiti colorati e nostalgia generazionale. Ma quella richiesta d’aiuto funziona anche se del festival, dei suoi anniversari e delle sue leggende non ci importa un accidente. L’uomo sullo schermo continua a coinvolgerci perché la sua canzone mette in discussione la nostra capacità di cavarcela da soli.

Feelin’ Alright e il disagio che fa muovere le gambe

La stessa intelligenza musicale lavora in Feelin’ Alright, scritta da Dave Mason e incisa dai Traffic nel 1968, poi ripresa da Cocker sul suo primo album.

Il pianoforte di Artie Butler dà alla versione del 1969 una spinta immediatamente riconoscibile, attorno alla quale voce e sezione ritmica costruiscono un movimento irresistibile.

È una contraddizione molto umana quella di avere le gambe pronte a ballare e il resto della vita in disordine. Cocker sa starci dentro senza scioglierla in una morale. Il piacere del ritmo rimane autentico quanto il malessere delle parole e chi ascolta può riconoscersi in entrambi.

Mad Dogs and Englishmen e il prezzo dello spettacolo

Nel 1970 una tournée americana già organizzata impone di mettere in piedi rapidamente una nuova formazione. Leon Russell diventa il direttore musicale di Mad Dogs & Englishmen, una compagnia che comprende, fra gli altri, Rita Coolidge, Claudia Lennear, Chris Stainton e Jim Keltner. Il doppio album dal vivo nasce dalle registrazioni al Fillmore East di New York, nel marzo di quell’anno.

Basta ascoltare The Letter per capire la qualità dell’operazione. Il successo dei Box Tops viene allargato in un intreccio di pianoforte, fiati e voci che dà alla fretta del protagonista un peso quasi corporeo. Cocker avanza dentro quella massa sonora con una determinazione contagiosa, mentre Russell tiene insieme una band capace di suonare come una festa sul punto di occupare anche il marciapiede. L’abbondanza è parte della bellezza del disco: tante personalità, molte possibilità di risposta, una generosità musicale che restituisce il senso di una comunità. Eppure ascoltando oggi viene anche da chiedersi quanta energia si possa pretendere, sera dopo sera, da un uomo chiamato a sostenere quel centro incandescente.

You Are So Beautiful e il rischio della tenerezza

Nel 1974, dentro I Can Stand a Little Rain, arriva You Are So Beautiful, firmata da Billy Preston e Bruce Fisher e già incisa da Preston. Cocker ne rallenta l’andamento e la affida a un’interpretazione raccolta, con il pianoforte di Nicky Hopkins.

La semplicità del testo lascia pochissimi nascondigli. Una dichiarazione d’amore così diretta può scivolare facilmente nella convenzione, soprattutto quando chi canta sembra troppo soddisfatto del proprio modo di commuovere. Cocker la espone a un’incertezza diversa: la voce trattiene, si assottiglia e lascia intuire lo sforzo di dire a qualcuno quanto conti. Nel finale il suono arriva fragile, quasi incrinato sotto il peso di una frase elementare. È lì che il brano, personalmente, mi mette maggiormente in difficoltà ogni volta che lo ascolto perché fa pensare a quante parole semplici siamo capaci di evitare pur di non consegnarci alla risposta di un’altra persona. Possiamo essere brillantissimi su tutto e diventare degli idioti appena dobbiamo dire una cosa affettuosa senza scherzarci sopra. Cocker si prende quel rischio fino in fondo. La sua voce adulta, ruvida, rende la dichiarazione vulnerabile senza toglierle dignità. Il sentimento passa attraverso i limiti udibili del corpo, e la canzone acquista la qualità di qualcosa che potrebbe non riuscire a essere detto una seconda volta. Chi riconosce la sua grandezza soltanto negli urli di Woodstock dovrebbe fermarsi qui abbastanza a lungo da sentire quanto lavoro possa esserci anche nel diminuire la forza.

Sheffield Steel e la ricostruzione musicale

Il 1982 merita di essere raccontato partendo da Sheffield Steel. Registrato ai Compass Point Studios delle Bahamas e prodotto da Chris Blackwell e Alex Sadkin, il disco mette Cocker accanto a musicisti fra cui Sly Dunbar e Robbie Shakespeare. Nel repertorio trovano posto autori come Bob Dylan, Randy Newman e Jimmy Cliff, del quale riprende Many Rivers to Cross.

Gli spazi ritmici sono più ariosi, il basso può muoversi in profondità e la voce trova un sostegno che non la obbliga a occupare ogni angolo. Il suono consente a Cocker di lasciar sedimentare le frasi, di farne sentire il peso attraverso il rapporto con una pulsazione elastica. Per chi arriva dai primi dischi, il cambiamento è particolarmente interessante perché dimostra quanta identità possa restare anche quando si modifica l’ambiente musicale.

I successi degli anni Ottanta e la voce al cinema

Sempre nel 1982 Cocker canta con Jennifer Warnes Up Where We Belong per Ufficiale e gentiluomo. Il brano arriva al primo posto negli Stati Uniti e frutta ai due interpreti un Grammy nel 1983; l’Oscar per la canzone originale viene assegnato agli autori Jack Nitzsche, Buffy Sainte-Marie e Will Jennings.

Nel 1986 You Can Leave Your Hat On, scritta da Randy Newman e pubblicata originariamente nel 1972, entra nel repertorio di Cocker e nella celebre scena di spogliarello di Kim Basinger in 9 settimane e ½.

Il rischio, ormai, è che l’associazione con quelle immagini copra il lavoro musicale. Provate a separare il brano dalla scena: rimane un cantante che sa governare l’attesa, appoggiarsi ai fiati, distribuire gli accenti con un gusto fisico del ritmo. C’è mestiere anche nella seduzione e Cocker lo esercita con una sicurezza molto diversa dalla vulnerabilità di You Are So Beautiful.

Joe Cocker e Zucchero quel nuovo meraviglioso amico

Per Zucchero, Joe Cocker era stato una rivelazione musicale prima di diventare un amico. Gli dedica Nuovo, meraviglioso amico, contenuta in Rispetto del 1986, e nel 1987 i due condividono i palchi di Rimini, Viareggio e Napoli, duettando su With a Little Help from My Friends e Hey Man, come Fornaciari ricorderà dopo la sua morte.

Cantare proprio quella richiesta d’amicizia insieme a un uomo che ti ha aiutato a capire quale musica vuoi fare aggiunge al brano un significato che nessun arrangiamento può costruire da solo.

L’amicizia attraversa anche gli anni e le distanze: nel marzo 2012 si ritrovano per caso nella hall di un albergo a Santiago del Cile, dove entrambi sono impegnati con i rispettivi tour. Zucchero ha una giornata libera e la sera va ad ascoltare Joe, insieme ad alcuni suoi musicisti e tecnici. Quel piccolo episodio, raccontato sul suo sito ufficiale, restituisce una familiarità che le fotografie dei grandi duetti riescono a mostrare soltanto in parte. Alla morte di Cocker, Fornaciari lo ricorderà come «mio fratello di sangue di anima e di cuore», attribuendogli il coraggio di aver continuato a credere nel blues. Mi colpisce soprattutto quel coraggio: dentro la gratitudine di un musicista ormai affermato si sente ancora il bisogno di riconoscere chi lo aveva aiutato a insistere quando la strada era tutta da trovare.

L’ultimo Joe Cocker e ciò che resta da ascoltare

Cocker continua a incidere e a esibirsi per decenni; Fire It Up, uscito nel 2012, sarà il suo ultimo album in studio. Muore il 22 dicembre 2014, a settant’anni, per un tumore ai polmoni. Nel 2025 viene accolto nella Rock & Roll Hall of Fame, con Bryan Adams a introdurlo.

La durata di quella carriera conta. Permette di vedere un musicista uscire dalla fotografia che rischiava di contenerlo per sempre, cambiare repertori e collaboratori, diventare più anziano davanti a un pubblico che continuava a riconoscerlo. La celebre sequenza di Woodstock lascia fuori decenni di musica, che meritano la disponibilità ad ascoltare anche ciò che viene dopo una consacrazione. La sua eredità musicale riguarda soprattutto il valore dell’interprete. Basta tornare a una delle grandi canzoni che ha attraversato per accorgersi che il significato passa anche da dove cade un respiro, da quanto viene ritardata una parola, dal modo in cui una voce risponde al pianoforte. Una composizione contiene possibilità che il cantante deve saper individuare, e Cocker ne ha rese udibili alcune che oggi ci sembrano inseparabili dai brani stessi.

Hank Cignatta

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Sono la mente insana alla base di Bad Literature Inc. Giornalista pubblicista, Gonzo nell’animo, speaker radiofonico, peccatore professionista, casinista come pochi. Infesto il web con i miei articoli che sono dei punti di vista ( e in quanto tali condivisibili o meno) e ho una particolare predisposizione a dileggiare la normalità. Se volete saperne di più su di me e su Bad Literature Inc. leggete i miei articoli. Ma poi non dite che non siete stati avvertiti.

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