Giò Ferraris: il signore della radio

Giò Ferraris: il signore della radio

Se hai meno di trent’anni probabilmente il suo nome ti dice poco. Se invece sei cresciuto negli anni Novanta e nei primi Duemila, basta pronunciare Marco & Giò perché da qualche parte, in un angolo della memoria, si riaccenda il rumore di un televisore a tubo catodico. VideoMusic, le prime radio private diventate grandi, gli studi televisivi dove il rock arrivava ancora con la custodia della chitarra in mano e non con un comunicato stampa scritto dall’ufficio marketing.

Quando la musica aveva ancora un volto e la radio sapeva di casa

La televisione musicale italiana è morta senza che quasi nessuno se ne accorgesse. Non c’è stato un funerale ne’ tantomeno necrologi. È semplicemente svanita, sostituita da playlist costruite da un algoritmo che sa cosa ascolti ma non ha la minima idea di cosa ti faccia battere il cuore. Eppure, prima che tutto questo accadesse, esisteva un’Italia n cui la musica passava dagli studi televisivi, dai microfoni delle radio private e da una manciata di conduttori capaci di parlare con gli artisti senza trasformare ogni intervista in una conferenza stampa.

Fra quei volti c’è Giò Ferraris. Per molti resterà sempre la metà di Marco & Giò, una delle coppie radiofoniche più solide e riconoscibili degli ultimi trent’anni. Per altri sarà il ragazzo che compariva su VideoMusic quando il canale rappresentava una finestra spalancata sul rock, sul pop, sul funk, sull’elettronica e su tutto quello che stava succedendo fuori dai confini italiani. Per chi lavora nel settore, invece, Ferraris è soprattutto uno di quei professionisti che hanno attraversato radio e televisione senza inseguire il personaggio, lasciando che fosse il lavoro a parlare per lui.

Ed è forse proprio questo il motivo per cui continua a essere riconosciuto con affetto. Perché appartiene a una categoria che oggi sembra quasi estinta. Quella di chi ha imparato il mestiere davanti a un microfono vero. Ed è forse proprio questo il motivo per cui continua a essere riconosciuto con affetto. Perché appartiene a una categoria che oggi sembra quasi estinta. Quella di chi ha imparato il mestiere davanti a un microfono vero.

Quando le radio private erano una palestra e non una nostalgia

Negli anni Ottanta e Novanta le radio locali erano qualcosa di molto diverso da quello che immaginiamo oggi. Erano laboratori permanenti, luoghi in cui si sperimentava, si sbagliava, si cresceva. Bastavano un mixer, qualche disco consumato e una voglia disperata di parlare a qualcuno che, dall’altra parte della città, stava guidando o preparando il caffè. È in quell’ambiente che prende forma il sodalizio con Marco Galli, quello di Marco & Giò, da non confondere con l’omonimo conduttore di Radio 105. Una precisazione che i due avranno fatto talmente tante volte da poterla registrare su una cartuccia e mandarla in onda automaticamente.

Radio Kiss Kiss e il successo che arriva senza cambiare pelle

Molti conduttori, una volta entrati in un network nazionale, finiscono per uniformarsi al formato. Marco e Giò fanno il percorso inverso. Portano dentro Radio Kiss Kiss il linguaggio che li aveva fatti conoscere. Ironia, leggerezza, ritmo e quella sensazione costante di assistere alla conversazione fra due amici invece che all’esecuzione di un copione. Il programma 00K diventa rapidamente uno degli appuntamenti più seguiti dell’emittente, confermando come la radio, quando è fatta bene, continui a essere il mezzo più intimo di tutti. Ti entra in macchina, in cucina, nelle cuffiette durante una corsa o mentre sei bloccato nel traffico. Non la guardi mai, eppure finisce per diventare una presenza quotidiana. Ferraris ha sempre saputo sfruttare questa magia senza abusarne. Non cerca mai di essere protagonista assoluto. Lascia spazio all’ascoltatore. È una differenza sottile, ma enorme.

VideoMusic, quando le rockstar passavano davvero dagli studi televisivi

Chi oggi è abituato alle interviste su Zoom o ai contenuti da trenta secondi per i social fatica persino a immaginare cosa fosse VideoMusic. Era una televisione musicale nel senso più puro del termine. Gli artisti arrivavano negli studi con il disco appena pubblicato, il tour alle porte e spesso ancora addosso la stanchezza del viaggio. Non esistevano i contenuti preconfezionati, le clip approvate dagli uffici stampa o le risposte sterilizzate da mesi di media training.

Marco e Giò si trovavano lì, nel posto giusto e nel momento giusto. Davanti a loro sono passati alcuni fra i nomi più importanti della musica internazionale. Rock, pop, elettronica, cantautorato, nuove tendenze. Una galleria impressionante di artisti che oggi rappresenta quasi una fotografia della storia recente della musica mondiale. La differenza stava nel modo in cui quelle interviste venivano affrontate che non sembravano interrogatori ma conversazioni tra ragazzi.

VideoMusic, quando le rockstar passavano davvero dagli studi televisivi

Chi oggi è abituato alle interviste su Zoom o ai contenuti da trenta secondi per i social fatica persino a immaginare cosa fosse VideoMusic. Era una televisione musicale nel senso più puro del termine. Gli artisti arrivavano negli studi con il disco appena pubblicato, il tour alle porte e spesso ancora addosso la stanchezza del viaggio. Non esistevano i contenuti preconfezionati, le clip approvate dagli uffici stampa o le risposte sterilizzate da mesi di media training. Marco e Giò si trovavano lì, nel posto giusto e nel momento giusto.

Davanti a loro sono passati alcuni fra i nomi più importanti della musica internazionale. Rock, pop, elettronica, cantautorato, nuove tendenze. Una galleria impressionante di artisti che oggi rappresenta quasi una fotografia della storia recente della musica mondiale. La differenza stava nel modo in cui quelle interviste venivano affrontate che non sembravano interviste tradizionali ma chiacchierate fra amici. Ed è probabilmente questa la ragione per cui ancora oggi molti ricordano quelle trasmissioni con un affetto che va ben oltre la semplice nostalgia.

Dal piccolo schermo ai grandi palinsesti

L’esperienza maturata a VideoMusic spalanca altre porte. Arrivano TMC 2, Coming Soon Television, con i programmi dedicati al cinema e agli eventi, le collaborazioni con Rai (sua la voce del personaggio Treddi nell’omonimo contenitore televisivo per bambini su Rai Tre), le apparizioni su Mediaset, le conduzioni, gli speciali, le trasmissioni di approfondimento e persino la partecipazione alle giurie televisive.

Ferraris attraversa reti, editori e format completamente differenti senza perdere la propria identità. Una qualità che non dipende soltanto dall’esperienza, ma da una caratteristica molto più difficile da imparare: sapere adattare il proprio linguaggio senza snaturarlo.

Quando il microfono si trasforma in uno strumento musicale

Chi pensa che Giò Ferraris viva soltanto di radio e televisione conosce appena metà della storia. La musica, quella suonata, è sempre rimasta il suo rifugio.

Con i Graffito porta avanti un progetto rock nel quale non si limita a interpretare, ma partecipa anche alla scrittura dei brani, dimostrando come il rapporto con la musica vada ben oltre quello del semplice divulgatore.

Poi arriva la Limoncello Swing Band, quasi il rovescio della stessa medaglia. Swing, atmosfere vintage, palco, improvvisazione. Due mondi apparentemente lontani che convivono nella stessa persona senza entrare mai in conflitto, Forse perché, alla fine, tutto nasce sempre dalla stessa esigenza: comunicare.

La differenza fra diventare famosi e diventare familiari

Nel frattempo il mondo è cambiato. VideoMusic è diventata un ricordo, le televisioni musicali hanno lasciato spazio alle piattaforme digitali, gli algoritmi decidono cosa ascolteremo domani e perfino la radio ha imparato a convivere con podcast e streaming. Eppure figure come Giò Ferraris continuano ad avere un peso specifico particolare. Non soltanto per quello che hanno fatto ma per quello che rappresentano.

Ricordano un’epoca in cui la musica aveva ancora bisogno di qualcuno che la raccontasse con passione, in cui un’intervista nasceva dalla curiosità e non dalle statistiche di engagement, in cui bastavano due microfoni, un disco appena uscito e la voglia di fare questo mestiere con serietà per costruire una carriera lunga più di trent’anni. In fondo è questo il filo rosso che lega tutta la storia di Giò Ferraris. Radio, televisione, concerti, palchi e studi di registrazione sono sempre stati strumenti diversi per fare la stessa identica cosa: creare un contatto umano.

Hank Cignatta

Riproduzione riservata ©

Sono la mente insana alla base di Bad Literature Inc. Giornalista pubblicista, Gonzo nell’animo, speaker radiofonico, peccatore professionista, casinista come pochi. Infesto il web con i miei articoli che sono dei punti di vista ( e in quanto tali condivisibili o meno) e ho una particolare predisposizione a dileggiare la normalità. Se volete saperne di più su di me e su Bad Literature Inc. leggete i miei articoli. Ma poi non dite che non siete stati avvertiti.

Post a Comment

Bad Literature Inc. ©

T. 01118836767

redazione@badliteratureinc.com