Shoegaze, storia di un rivoluzione sonora

Shoegaze, storia di un rivoluzione sonora

La videocassetta aveva probabilmente passato più tempo dentro quella scatola di cartone che dentro un videoregistratore. Era uno di quegli oggetti dimenticati nelle case degli anni Novanta, quando le persone registravano programmi televisivi, videoclip e concerti convinte che quel frammento di televisione sarebbe rimasto importante per sempre. Poi arrivò internet, arrivò lo streaming, arrivò il mondo in cui qualsiasi cosa poteva essere recuperata in pochi secondi, e quelle vecchie cassette finirono in un angolo insieme alle fotografie stampate, ai biglietti dei concerti e agli oggetti che appartenevano a una vita più lenta.

La Dani California del momento aveva trovato quella VHS quasi per caso. Sopra c’era ancora una scritta fatta con un pennarello nero: “MTV 1991”. Una di quelle registrazioni confuse dove tra una pubblicità di profumi e una classifica musicale spuntavano pezzi di un’epoca ormai scomparsa. Il nastro gracchiava, l’immagine perdeva stabilità e il televisore sembrava combattere contro il tempo stesso ma poi apparve qualcosa che non assomigliava a nulla di quello che aveva visto fino a quel momento.

Non c’erano pose da rockstar. Nessun cantante con le braccia aperte davanti a migliaia di persone. Nessun chitarrista intento a conquistare il pubblico con un assolo da manuale. C’erano ragazzi inglesi immobili su un palco, immersi dentro una coltre di suono che sembrava provenire da un’altra stanza, quasi da un altro pianeta. Le chitarre non sembravano più strumenti ma onde. La voce arrivava lontana, quasi nascosta dietro una parete di distorsioni e riverberi. Era musica pop ma deformata fino a diventare qualcosa di irriconoscibile. Una melodia nascosta dentro un’esplosione di rumore. Quella musica aveva un nome strano, quasi ridicolo: shoegaze.

L’Inghilterra prima dello shoegaze: il rumore dopo il rumore

Alla fine degli anni Ottanta il Regno Unito era un territorio musicale inquieto. Il punk aveva distrutto le regole, il post-punk aveva iniziato a ricostruire sulle macerie qualcosa di più oscuro e sperimentale mentre il pop indipendente cercava una strada alternativa alla macchina industriale delle grandi etichette. Era un periodo in cui le chitarre stavano cambiando natura. Dopo l’esplosione punk, il problema non era più dimostrare che tre accordi potevano bastare. Quella battaglia era già stata vinta. La nuova generazione voleva capire cosa potesse ancora diventare una chitarra elettrica. Non più soltanto uno strumento aggressivo ma una fonte di atmosfere, texture, profondità.

Le influenze arrivavano da direzioni apparentemente lontane. La psichedelia degli anni Sessanta aveva lasciato una traccia profonda, così come il krautrock tedesco, il noise americano e il dream pop più etereo. Le distorsioni non erano più soltanto un modo per rendere una canzone più pesante: diventavano un colore. La scena indipendente britannica aveva trovato il proprio laboratorio in luoghi come Londra, Reading, Oxford e soprattutto nella provincia inglese, lontano dai riflettori. Qui nascevano band che non avevano intenzione di inseguire il successo tradizionale. Il centro del terremoto sarebbe diventata un’etichetta destinata a cambiare la storia della musica alternativa: Creation Records.

Fondata da Alan McGee, la Creation aveva una filosofia semplice e pericolosa: pubblicare musica capace di emozionare prima ancora di essere facilmente vendibile. Prima dello shoegaze aveva già messo sotto contratto gruppi fondamentali della scena indipendente britannica, diventando uno dei luoghi dove il futuro sembrava prendere forma. In quella stessa atmosfera nascevano gruppi che stavano cercando qualcosa di nuovo.

Alan McGee, fondatore della Creation Records

My Bloody Valentine e la nascita di un nuovo universo sonoro

Ogni movimento musicale ha una band che riesce a trasformare un’idea confusa in un linguaggio vero e proprio. Per lo shoegaze quella band furono i My Bloody Valentine. Quando Kevin Shields iniziò a sperimentare con le chitarre, il suo obiettivo non era semplicemente creare distorsione. La distorsione era già stata usata migliaia di volte. La sua ricerca era più radicale: voleva rendere il suono qualcosa di fisico, quasi tridimensionale. La chitarra doveva smettere di essere una linea precisa e diventare una massa in movimento. Shields utilizzava pedali, riverberi, accordature alternative e una tecnica chiamata spesso “glide guitar”, basata sulla manipolazione della leva del vibrato per creare onde sonore instabili. Il risultato era straniante: le note sembravano sciogliersi una dentro l’altra, come colori versati su una tela bagnata.

My Bloody Valentine al completo

Nel 1991 arrivò Loveless, uno di quei dischi che sembrano appartenere contemporaneamente al proprio tempo e a nessuno in senso stretto. La sua registrazione diventò quasi leggendaria per la complessità e la durata. Kevin Shields lavorò per anni alla ricerca del suono perfetto, consumando enormi quantità di tempo e risorse. La Creation Records arrivò vicino al collasso finanziario, ma il risultato fu un album che avrebbe cambiato il modo di concepire la produzione musicale.

La copertina di Loveless dei My Bloody Valentine

Loveless non era un disco da ascoltare in modo distratto mentre si faceva qualcosa nel mentre. La voce di Bilinda Butcher emergeva come un ricordo lontano, quasi sommerso dentro un oceano di chitarre. Le melodie non sparivano nel rumore: erano nascoste lì dentro, come se il caos fosse diventato una forma di protezione. Brani come “Only Shallow”, “When You Sleep” e “Sometimes” non sembravano appartenere alla stessa famiglia del rock tradizionale. Avevano una struttura pop, ma erano avvolti in una materia sonora completamente nuova. Era musica che prendeva la fragilità e la trasformava in qualcosa di enorme.

Il momento in cui il sogno diventò movimento

Dopo Loveless, lo shoegaze smise di essere soltanto una stranezza della scena indipendente inglese e diventò un fenomeno riconoscibile. Nel frattempo arrivavano altri gruppi che interpretavano quella stessa sensibilità in maniera diversa. I Ride erano forse la versione più vicina al rock classico, con chitarre potenti e una maggiore immediatezza melodica. Il loro album d’esordio Nowhere, pubblicato nel 1990, aveva dentro l’energia del garage rock e la malinconia della psichedelia.

I Slowdive invece trasformarono lo shoegaze in qualcosa di ancora più etereo. La loro musica sembrava sospesa tra sogno e memoria, con chitarre capaci di creare paesaggi emotivi più che semplici accompagnamenti. Quando uscì Souvlaki nel 1993, il gruppo fu accolto in modo freddo da una parte della critica britannica ma il tempo avrebbe ribaltato completamente quella percezione. Oggi quel disco è considerato uno dei vertici assoluti del genere.

Anche gruppi come Lush, Chapterhouse e Catherine Wheel contribuirono a costruire un universo sonoro dove la fragilità non era più qualcosa da nascondere. Lo shoegaze aveva trovato la sua identità: trasformare emozioni difficili da spiegare in qualcosa di fisicamente percepibile.

Il problema dello shoegaze era anche il suo fascino

La stampa musicale britannica non fu sempre benevola nei confronti dello shoegaze. Anzi, in molti casi contribuì a costruire l’immagine di un genere freddo, distante, quasi privo di personalità. Il problema era che lo shoegaze non offriva quello che il giornalismo musicale tradizionale cercava. Non aveva grandi personaggi da trasformare in icone, scandali, rivalità costruite o frontman pronti a dominare le copertine. Era una musica che chiedeva di essere ascoltata più che osservata. E forse proprio per questo entrò rapidamente in conflitto con il movimento che avrebbe dominato la Gran Bretagna negli anni successivi: il Britpop.

Il Britpop e i suoi protagonisti

Mentre band come Oasis e Blur riportavano il rock britannico verso una dimensione più immediata, popolare e riconoscibile, lo shoegaze sembrava provenire da un’altra direzione. Era introspettivo quando il nuovo rock voleva essere espansivo. Nel giro di pochi anni molte band shoegaze persero attenzione mediatica. Alcuni gruppi si sciolsero, altri cambiarono direzione. Per un periodo sembrò che quel mondo fosse destinato a rimanere un ricordo degli anni Novanta ma lo shoegaze aveva una caratteristica particolare: non era mai stato davvero legato a una moda ma ad una sensazione.

Il ritorno del rumore romantico

Quando internet iniziò a rendere nuovamente accessibile la musica del passato, lo shoegaze trovò una seconda vita. Una nuova generazione di musicisti scoprì quei dischi non attraverso le classifiche o le riviste, ma attraverso playlist, forum e archivi digitali. Quello che negli anni Novanta era stato considerato troppo distante diventò improvvisamente moderno, perché il mondo era cambiato. La vita digitale aveva creato una quantità enorme di stimoli, informazioni e rumori. In mezzo a quella sovrabbondanza, la musica shoegaze offriva qualcosa di quasi rivoluzionario: uno spazio dove rallentare. Band contemporanee iniziarono a recuperare quelle atmosfere, mescolandole con elettronica, post-rock, metal e pop alternativo.

Il ritorno degli Slowdive, con nuovi album pubblicati dopo decenni di pausa, dimostrò che quel linguaggio non apparteneva soltanto alla nostalgia. Perché forse il motivo per cui lo shoegaze continua a funzionare è proprio questo: racconta una sensazione universale. Quella di avere dentro un mondo enorme che spesso non riesce a trovare una forma precisa. Le sue chitarre sembrano gigantesche perché cercano di contenere qualcosa che non può essere spiegato facilmente. E dentro quel caos trova una bellezza che, a distanza di decenni, continua a brillare come quella vecchia immagine distorta su una videocassetta dimenticata. Una luce imperfetta, piena di rumore, ma ancora capace di fermare chiunque abbia la curiosità di ascoltarla.

Hank Cignatta

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