Maschio, bianco, etero di John Niven: una caustica provocazione
Il problema dei privilegi è che quasi nessuno li vede finché qualcuno non gli rompe lo specchio in faccia. Poi arrivano le urla, le recriminazioni, gli editoriali indignati, i commenti sui social scritti con la schiuma agli angoli della bocca e quella sensazione di essere stati derubati di qualcosa che, in realtà, non era mai appartenuto a nessuno. John Niven conosce perfettamente questo meccanismo e con Maschio, bianco, etero ci costruisce sopra un ordigno narrativo che esplode dentro la cultura occidentale senza preoccuparsi di raccogliere i cocci. Non è un romanzo nato per mettere tutti d’accordo. È una satira feroce, cinica, spesso esilarante, che prende il lettore per il bavero e lo trascina dentro il disagio di un uomo convinto che il mondo gli debba ancora qualcosa.

Chi conosce Niven sa bene che il politicamente corretto non è mai stato il suo rifugio. Lo scrittore scozzese preferisce infilarsi nei territori più scomodi, quelli dove il confine tra comicità e tragedia diventa così sottile da sembrare inesistente. Lo aveva già dimostrato con Kill Your Friends, trasformando l’industria musicale britannica in un mattatoio popolato da psicopatici in giacca e cravatta. Qui cambia bersaglio, ma conserva lo stesso bisturi.
Daniel, il dinosauro che non accetta l’estinzione
Il protagonista si chiama Daniel e appartiene a quella categoria di uomini che hanno attraversato la vita senza interrogarsi troppo sulla propria posizione. Ha un buon lavoro, una famiglia, una stabilità economica e una sicurezza costruita sull’idea che il mondo funzioni secondo regole immutabili. Poi quelle regole cambiano. Le aziende parlano di inclusione, il linguaggio si trasforma, le relazioni vengono rilette attraverso sensibilità nuove e Daniel scopre di sentirsi improvvisamente fuori posto. La sua reazione non è quella di comprendere ciò che accade attorno a lui. Combatte contro tutto, interpreta ogni cambiamento come un’aggressione personale e finisce per trasformarsi nella caricatura vivente di ciò che vorrebbe difendere.

Niven evita accuratamente la tentazione di costruire un mostro assoluto. Daniel resta profondamente umano proprio perché è patetico. La sua rabbia nasce dalla paura di perdere un’identità che aveva sempre dato per scontata. È questa fragilità a rendere il personaggio inquietante e, paradossalmente, credibile.
La satira come arma di distruzione narrativa
La forza di Maschio, bianco, etero non risiede nella provocazione fine a sé stessa. Sarebbe troppo facile. Niven utilizza l’umorismo come un solvente capace di sciogliere le ipocrisie che tengono in piedi buona parte del dibattito contemporaneo. Le situazioni precipitano rapidamente verso l’assurdo, ma conservano sempre una radice riconoscibile. Ogni dialogo, ogni esplosione di rabbia del protagonista, ogni figura che attraversa il romanzo sembra pescata direttamente dalla cronaca quotidiana. Basta aprire un qualsiasi social network per ritrovare decine di Daniel impegnati a spiegare come il mondo sia diventato improvvisamente ostile nei confronti degli uomini bianchi eterosessuali. La comicità di Niven non cerca mai la battuta elegante. Preferisce la detonazione. Fa ridere mentre costringe il lettore a chiedersi quanto di quella follia appartenga davvero alla finzione.

Nessuno viene assolto
Uno degli aspetti più interessanti del romanzo è la capacità di distribuire colpi in ogni direzione. Sarebbe riduttivo leggerlo come una semplice presa in giro del maschio occidentale privilegiato. Niven osserva anche le derive del moralismo contemporaneo, le semplificazioni ideologiche, le dinamiche malate dei social nonché la trasformazione dell’indignazione in spettacolo permanente. Ogni personaggio porta sulle spalle una forma diversa di fanatismo e nessuno possiede davvero la verità.
Questo equilibrio rende il romanzo molto più complesso di quanto possa suggerire il titolo. Le polemiche che lo hanno accompagnato sono quasi inevitabili, perché il libro si diverte a togliere terreno sotto i piedi tanto ai conservatori quanto ai progressisti incapaci di mettere in discussione le proprie certezze.
John Niven fotografa un’epoca che ha smesso di ascoltarsi
Dietro la comicità emerge un ritratto impietoso della società occidentale. Viviamo immersi in una comunicazione continua eppure incapaci di ascoltare davvero chi abbiamo davanti. Ogni discussione diventa una guerra di posizione, ogni opinione una bandiera da difendere fino allo sfinimento. Daniel incarna questa paralisi collettiva. Non evolve, si irrigidisce. Più il mondo cambia, più lui si aggrappa alle proprie convinzioni fino a renderle una prigione. Niven osserva questa spirale con lo sguardo di chi conosce perfettamente la materia umana. Non offre soluzioni e non distribuisce lezioni morali. Preferisce mostrare quanto possa essere ridicola una società che ha sostituito il confronto con il tifo.
Un romanzo che divide perché rifiuta la comodità
Leggere Maschio, bianco, etero significa accettare una sfida. Non perché il romanzo sia difficile, ma perché costringe continuamente a cambiare prospettiva. Fa ridere di personaggi che, in qualche misura, ricordano persone incontrate nella vita reale. A volte ricordano persino noi stessi.
La scrittura di Niven mantiene un ritmo serrato, cinematografico, ricco di dialoghi affilati e situazioni che sembrano precipitare verso il disastro con la stessa inevitabilità di un incidente stradale visto al rallentatore. Ogni pagina alimenta quella sensazione di assistere a un’esplosione annunciata senza riuscire a distogliere lo sguardo.
Maschio, bianco, etero resta una delle satire più corrosive degli ultimi anni
John Niven continua a fare ciò che gli riesce meglio: usare la narrativa come una mazza ferrata contro le illusioni della società contemporanea. Maschio, bianco, etero non pretende di offrire risposte definitive sul rapporto tra privilegi, identità e cambiamento culturale. Preferisce mettere il lettore davanti a uno specchio incrinato, lasciandolo libero di decidere quale frammento osservare.
È un romanzo scomodo, irriverente, spesso irresistibilmente divertente, ma soprattutto sincero nel raccontare una stagione storica in cui tutti parlano e quasi nessuno ascolta. Proprio per questo continua a colpire nel segno. Non cerca l’approvazione del pubblico. Cerca il nervo scoperto. E quando lo trova, affonda fino all’osso.
Hank Cignatta
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