Foreign Tongues, i Rolling Stones hanno ancora fame!

Foreign Tongues, i Rolling Stones hanno ancora fame!

Il rock è diventato un museo. Le chitarre vengono lucidate come reliquie, gli anniversari si moltiplicano più dei dischi nuovi e troppa gente continua a trattare le vecchie glorie come statue da spolverare ogni tanto. Poi arrivano Mick Jagger, Keith Richards e Ronnie Wood, spalancano la porta con Foreign Tongues e ricordano a tutti che un animale vivo sporca il pavimento, fa rumore e continua a mordere. È una lezione che mette a disagio, soprattutto a chi aveva già preparato il necrologio artistico degli Stones.

Dopo il successo di Hackney Diamonds del 2023, premiato anche con un Grammy, la scelta più semplice sarebbe stata replicare la formula, vivere di rendita e incassare gli applausi.

Invece Foreign Tongues, venticinquesimo album in studio della band pubblicato il 10 luglio 2026, preferisce allargare il raggio d’azione, mescolare rock, blues, soul, funk e pop con una sicurezza che appartiene soltanto a chi non ha più niente da dimostrare ma continua a divertirsi come se fosse il primo giorno. Il disco è stato ancora una volta prodotto da Andrew Watt e vede la partecipazione di ospiti come Paul McCartney, Robert Smith, Steve Winwood, Chad Smith e Bruno Mars, oltre a custodire una delle ultime registrazioni di Charlie Watts, presenza che aleggia sull’album senza trasformarlo in una commemorazione.

Una band che rifiuta la pensione

La cosa più sorprendente di Foreign Tongues non è l’età dei suoi autori. Quella è diventata una notizia per chi ha smesso di ascoltare la musica e ha iniziato a contare le candeline. La vera sorpresa è che gli Stones continuano a scrivere canzoni con l’istinto di chi vuole ancora conquistare terreno. Jagger canta con una lucidità impressionante, Richards continua a infilare riff che sembrano arrivare da un garage impregnato di whisky e polvere, mentre Ronnie Wood svolge il ruolo del collante con la naturalezza di chi conosce ogni piega di questa macchina infernale. Nessuno cerca disperatamente di sembrare giovane. Sarebbe ridicolo. Piuttosto sembrano uomini che hanno capito una verità semplice: il rock non invecchia, invecchiano quelli che smettono di avere curiosità.

L’album alterna pezzi diretti, quasi arroganti, a episodi più riflessivi senza perdere identità. Non rincorre le classifiche, eppure riesce a parlare il linguaggio del presente. È una differenza enorme. Oggi molti artisti costruiscono canzoni pensando agli algoritmi. Gli Stones costruiscono ancora canzoni pensando agli amplificatori.

Andrew Watt ha capito il segreto

Andrew Watt merita più di una nota a margine. Con Hackney Diamonds aveva dimostrato di sapere come riportare gli Stones al centro della conversazione senza trasformarli in una tribute band di sé stessi. Con Foreign Tongues conferma di avere trovato la distanza perfetta tra rispetto e coraggio. La produzione è moderna ma non plastificata e ogni strumento conserva una ruvidità che permette al disco di respirare. Non si avverte quella sterilità digitale che affligge una parte enorme del rock contemporaneo. Al contrario, tutto vibra, pulsa e conserva un margine d’imprevedibilità che rende vivo l’ascolto. È un equilibrio difficile perché basta poco per trasformare una leggenda in un prodotto nostalgico oppure in un disperato tentativo di rincorrere il presente. Watt evita entrambe le trappole e lascia che siano gli Stones a fare quello che hanno sempre saputo fare meglio: occupare lo spazio fottendosene allegramente della moda.

Charlie Watts continua a battere il tempo

L’apparizione postuma di Charlie Watts rischiava di diventare il classico espediente emotivo. Non succede. La sua presenza pesa perché appartiene alla storia della band e non a un’operazione commerciale. Quelle battute registrate prima della sua scomparsa suonano come il respiro naturale di un gruppo che continua a dialogare con il proprio passato senza trasformarlo in un santino. È impossibile ascoltare quelle tracce senza pensare a quanto Watts fosse il motore silenzioso degli Stones. Mai sopra le righe, mai interessato allo spettacolo, sempre capace di tenere insieme un treno lanciato a velocità folle.

Le lingue straniere del titolo parlano tutte la stessa lingua

Foreign Tongues è un titolo intelligente perché non parla soltanto di idiomi diversi. Parla della capacità di comunicare oltre le generazioni, oltre le mode e oltre quel provincialismo musicale che pretende di dividere il rock in epoche ben separate. Gli Stones sembrano dire che una buona canzone resta comprensibile ovunque. A Londra, a New York, a Torino oppure in una cuffia consumata durante un viaggio in treno. Cambiano le parole, resta il linguaggio dell’elettricità. Anche la campagna promozionale giocata sulle traduzioni del titolo in varie lingue riflette questa idea di universalità, trasformando il lancio del disco in una sorta di gioco collettivo disseminato tra manifesti, indizi e richiami alla lunga mitologia della band.

Non è il loro capolavoro: È qualcosa di più utile

Chi spera di ritrovare Exile on Main St. oppure Sticky Fingers ha sbagliato indirizzo. Quei dischi appartengono a un’altra stagione della vita, della musica e perfino del pianeta. Il valore di Foreign Tongues è altrove. Dimostra che una band con oltre sessant’anni di carriera può ancora pubblicare un album che abbia senso, che suoni autentico e che riesca perfino ad alimentare discussioni tra i fan, divisi tra chi lo considera superiore a Hackney Diamonds e chi ne apprezza soprattutto la maggiore varietà sonora. È il genere di dibattito che accompagna soltanto i dischi vivi, non quelli destinati a finire direttamente nella teca dei ricordi. Il rock continua a essere dichiarato morto con una regolarità quasi comica. Poi arrivano i Rolling Stones e costringono tutti a riscrivere il certificato. Non perché abbiano rivoluzionato la musica ancora una volta ma perché continuano a ricordare una verità che molti preferiscono ignorare: il rock non è una questione anagrafica. È una questione di fame. E gli Stones, dopo tutto questo tempo, sembrano ancora gli unici abbastanza affamati da sedersi a tavola senza dover consultare il menù.

Hank Cignatta

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