Thriller, Michael Jackson e l’immortalità di una giacca rossa

Thriller, Michael Jackson e l’immortalità di una giacca rossa

Michael Jackson si è guadagnato un pezzo d’immortalità facendosi marcire la faccia. Mentre i cadaveri uscivano dalle tombe e si mettevano a ballare il cantante più desiderato del pianeta diventava uno di loro, con gli occhi infossati e una giacca rossa destinata a sopravvivere a qualsiasi moda. L’industria aveva trovato qualcosa di più redditizio di una canzone di successo: un’immagine dalla quale sarebbe stato impossibile liberarsi.

Michel Jackson in Thriller

Ridurre Thriller a quella sfilata di morti significa però scambiare l’esplosione con la miccia. Prima del cortometraggio di John Landis c’era un disco capace di mettere in comunicazione pubblici che il mercato continuava a tenere separati. Dentro quel disco Michael Jackson aveva concentrato il proprio talento, una formidabile squadra di musicisti e una fame di affermazione che si sente anche quando la voce si abbassa. Gli zombie arrivarono dopo, quando la conquista era già cominciata.

Thriller, il disco che sapeva come suonare

Pubblicato nel novembre 1982, Thriller prosegue il sodalizio con Quincy Jones già sperimentato in Off the Wall, uscito nel 1979. Da questa collaborazione vedrà la luce l’album più venduto della storia.

Jackson aveva alle spalle gli anni dei Jackson 5 e una carriera solista abbastanza importante da rendere ridicola qualsiasi favola sulla scoperta improvvisa di un ragazzo prodigio. Il problema, ormai, era quanto spazio potesse occupare un artista nero dentro il centro dell’intrattenimento americano.

La risposta passa attraverso nove brani, sette dei quali sarebbero entrati nella Top 10 statunitense. Un rendimento mostruoso, che rischia di far sembrare l’album un distributore automatico di singoli. All’ascolto, invece, colpisce quanto cambino le temperature: il funk febbrile di Wanna Be Startin’ Somethin’, la pressione elettrica di Beat It e l’aria notturna di Human Nature. Le canzoni hanno caratteri abbastanza forti da contendersi il disco e abbastanza disciplina da abitarlo insieme.

Jones sa dare una forma leggibile a questa abbondanza. Gli strumenti entrano senza pestarsi i piedi, la voce occupa il centro anche quando si fa sottile e gli arrangiamenti offrono dettagli a chi ascolta in cuffia senza togliere un grammo di efficacia a chi vuole soltanto ballare. È musica costruita con una cura quasi ossessiva, ma la fatica rimane dietro il vetro dello studio. Quella facilità apparente contiene una bella fregatura per chi confonde il successo con la banalità: puoi riconoscere subito una canzone e impiegare anni per accorgerti di tutto quello che succede al suo interno.

Billie Jean e Beat It: il corpo sotto pressione

Continuo a trovare da sempre il centro di Thriller in Billie Jean, dove bastano il ritmo e una linea di basso per metterti addosso la sensazione di essere seguito. Jackson canta una storia di desiderio, accuse e paternità contestata con una voce che seduce mentre cerca una via d’uscita. La precisione del passo convive con il fiato corto di chi teme di perdere il controllo. Il suo modo di cantare è già una coreografia. I respiri, gli scatti, le sillabe serrate e le improvvise aperture fanno lavorare il corpo anche senza mostrarlo. Quando arriveranno le immagini, troveranno un movimento già scritto nella musica. Attribuire tutto il potere di Jackson alla televisione significa ignorare quanto del suo spettacolo fosse già inciso nei solchi.

In Beat It quella tensione cambia vestiti e incontra il rock. L’assolo di Eddie Van Halen è diventato il dettaglio più celebre, ma sotto ci sono anche la chitarra ritmica e il basso di Steve Lukather: una costruzione collettiva che merita più attenzione della leggenda sull’ospite illustre entrato in studio a incendiare tutto.

Jackson attraversa quel suono senza farsi inghiottire. La voce conserva la propria mobilità mentre il testo invita a sottrarsi allo scontro, facendo passare il rifiuto della violenza attraverso una musica che sembra pronta alla rissa. Poi Human Nature allenta la presa e lascia affiorare una dolcezza sospesa. Anche quella fragilità appartiene alla grandezza del disco: Jackson può occupare ogni stanza senza dover urlare in tutte.

MTV e il colore della musica

All’inizio degli anni Ottanta, le divisioni tra generi avevano conseguenze molto concrete su chi passava in radio e in televisione. MTV privilegiava il rock e una programmazione largamente bianca, mentre molta musica nera veniva confinata in altri circuiti. I video di Billie Jean e Beat It contribuirono a cambiare quel rapporto prima che il cortometraggio di Thriller arrivasse a completare l’operazione. La favola del talento che abbatte ogni ostacolo da solo è comoda soprattutto per chi gli ostacoli li aveva messi. Jackson aveva talento, potere contrattuale, collaboratori e canzoni capaci di generare una domanda enorme. Il suo successo rese sempre più difficile difendere quei confini come innocenti preferenze musicali.

È anche questo che l’album conserva della propria epoca. Una parte dell’industria continuava a ragionare per pubblici separati, mentre lui costruiva un linguaggio che li raggiungeva contemporaneamente. La sua centralità cambiava ciò che un artista nero poteva pretendere di mostrare, spendere e rappresentare su uno schermo. Il mercato seppe guadagnarci benissimo. Sarebbe ingenuo scambiare quell’apertura per una conversione morale dei suoi dirigenti.

Il video di Thriller porta il cinema sullo schermo di casa

Il 2 dicembre 1983 MTV trasmette Thriller, quasi quattordici minuti diretti da John Landis. È passato circa un anno dall’uscita dell’album e il video interviene su un successo già enorme, prolungandone la vita attraverso una forma nuova di spettacolo. Jackson aveva cercato Landis dopo aver visto Un lupo mannaro americano a Londra, affascinato dalle trasformazioni realizzate da Rick Baker. Voleva diventare un mostro. A trasformare quel desiderio in un film arrivano la regia di Landis, il trucco di Baker e un lavoro coreografico firmato da Jackson insieme a Michael Peters.

Accanto al cantante c’è Ola Ray, indispensabile perché lo spettatore possa oscillare insieme a lei tra attrazione, divertimento e paura. La canzone, scritta da Rod Temperton, possedeva già una sua teatralità, con la voce di Vincent Price a dare consistenza all’incubo. Il film ne amplia lo spazio e ne modifica il tempo: inserisce dialoghi, attese e trasformazioni, lasciando che la musica entri dentro un racconto invece di limitarsi ad accompagnare una sequenza di immagini.

Il trucco migliore è farci perdere la sicurezza di quello che stiamo guardando. Il mostro appartiene a un film visto al cinema, poi la paura esce dalla sala e raggiunge la coppia per strada. Quando sembra possibile svegliarsi e rimettere tutto a posto, gli occhi di Jackson riaprono il problema. Nel mezzo, la danza rende desiderabile perfino la decomposizione. I corpi storti trovano un ordine comune e quel movimento può essere ricordato, imparato, ripetuto. Lo spettatore ha qualcosa da portarsi via, oltre al ritornello.

Quando la pubblicità diventa qualcosa da comprare

I videoclip avevano una storia precedente piena di invenzioni e il racconto per immagini apparteneva già al linguaggio di artisti come Bowie e i Beatles. La forza di Thriller sta nell’aver riunito ambizione cinematografica, danza e potenza commerciale su una scala che rese il video un appuntamento da aspettare. Una parte decisiva della faccenda passa per Making Michael Jackson’s Thriller. Il documentario sulla lavorazione, venduto insieme al cortometraggio alle televisioni e distribuito in videocassetta, contribuì a finanziare il progetto. MTV e Showtime pagarono per trasmettere un prodotto nato intorno alla promozione di un disco.

La pubblicità era diventata abbastanza desiderabile da avere un proprio mercato. Potevi comprare l’album, cercare il film in televisione e acquistare la cassetta per rivederlo e osservare come veniva fabbricato. Anche il lavoro dietro l’illusione aveva acquistato valore. Dentro questa operazione si vede una delle promesse più potenti degli anni Ottanta: l’intrattenimento può espandersi da un supporto all’altro e chiederti soldi ogni volta, purché sappia offrirti un nuovo motivo per desiderarlo. Jackson quel motivo lo dava. La musica reggeva il passaggio, il film aveva una vita propria e la curiosità per il suo corpo trasformato rendeva interessante perfino il laboratorio dei trucchi.

Grammy e MTV Awards: la conquista del prestigio

Il 28 febbraio 1984 Jackson vince otto Grammy in una sola serata. Sette sono legati a Thriller e al lavoro sviluppato intorno all’album, mentre l’ottavo riguarda E.T. the Extra-Terrestrial, il disco narrato per il progetto di Spielberg. Fra i riconoscimenti arrivano Album of the Year per Thriller e Record of the Year per Beat It, oltre a vittorie nelle categorie pop, rock e R&B. Queste ultime raccontano bene la portata dell’impresa. Le categorie con cui l’industria divideva la musica finivano per riconoscere, nella stessa notte, la supremazia dello stesso interprete. Le statuette rendevano visibile un attraversamento che le canzoni avevano già compiuto.

Michael Jackson insieme a Quincy Jones

Nel settembre 1984, alla prima edizione degli MTV Video Music Awards, il video di Thriller ottiene tre premi: Best Overall Performance, Best Choreography e Viewer’s Choice. Il Video of the Year va invece a You Might Think dei Cars. Anche Rockit di Herbie Hancock raccoglie più premi del film di Jackson, a ricordare quanto fosse ricca di invenzioni quella stagione. Nel 1985 arriva inoltre il Grammy per Best Video Album a Making Michael Jackson’s Thriller. È un riconoscimento distinto da quelli dell’anno precedente e riguarda proprio l’opera audiovisiva che aveva esteso l’esperienza del disco.

I premi dedicati ai video esistevano già, ma l’epoca di Thriller contribuì a rendere evidente quanto ci fosse da giudicare: regia, montaggio, costumi, effetti, interpretazione e coreografia. Intorno a una canzone si muovevano mestieri e scelte capaci di produrre prestigio autonomo. Una parte del potere passava ormai attraverso ciò che il pubblico poteva vedere.

Gli anni Ottanta fermi dentro una giacca rossa

Guardare Thriller significa ritrovare una fase in cui televisione musicale, discografia, cinema e videocassetta imparavano a moltiplicarsi a vicenda. Il disco poteva accompagnarti da solo, mentre lo schermo offriva gesti e figure da riconoscere insieme agli altri. La diffusione della stessa immagine costruiva un terreno comune anche tra persone con gusti e abitudini lontanissimi. La giacca rossa, i passi degli zombie e il sorriso finale condensano quell’esperienza senza bisogno di spiegarla. Funzionano quasi come una memoria prestata: puoi essere nato molti anni dopo e sentire di conoscere quella notte.

Il rischio comincia quando questa potenza finisce per restringere l’artista alla sua immagine più fortunata. Jackson avrebbe continuato a cambiare suono e ambizioni, ma Thriller gli aveva costruito un termine di paragone ingombrante. Ogni nuova uscita poteva diventare il processo a un successo che nessuno aveva il diritto di pretendere una seconda volta. Nel 2009 il cortometraggio è stato il primo video musicale a entrare nel National Film Registry della Library of Congress. La sua conservazione riconosce un valore culturale e cinematografico che supera la funzione di promuovere un album.

Eppure continuo a pensare che il modo peggiore di celebrarlo sia trattarlo come un reperto. Basta riascoltare la voce su Billie Jean o seguire l’attacco della danza per sentire quanto lavoro ci sia ancora da capire sotto una familiarità quasi soffocante. Il mondo ha imparato a imitare quella giacca, quei passi e quegli occhi. Michael Jackson continua a essere la parte che gli riesce peggio.

Hank Cignatta

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Sono la mente insana alla base di Bad Literature Inc. Giornalista pubblicista, Gonzo nell’animo, speaker radiofonico, scrittore, peccatore professionista, casinista come pochi. Infesto il web con i miei articoli che sono dei punti di vista ( e in quanto tali condivisibili o meno) e ho una particolare predisposizione a dileggiare la normalità. Nel 2026, non sapendo cosa fare, scrivo il mio primo libro: Tetsu, l'ultima promessa Se volete saperne di più su di me e su Bad Literature Inc. leggete i miei articoli. Ma poi non dite che non siete stati avvertiti.

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