Amy Winehouse, Back to Black e il pop senza alibi
Con Back to Black puoi far partire una festa e mandarla a puttane appena qualcuno comincia ad ascoltare le parole. La batteria invita a muoversi, i fiati sembrano promettere una serata magnifica e Amy Winehouse racconta tradimenti, dipendenze e rapporti nei quali si continua a tornare sapendo già come finiranno. La musica ti conquista prima che tu abbia deciso quanto sei disposto a sentire.

Dentro questo cortocircuito vive un album che ha inciso nel pop degli anni Duemila molto più profondamente di quanto suggeriscano le imitazioni della sua cantante. La cotonatura e l’eyeliner si copiano in pochi minuti. Per scrivere Back to Black servivano orecchio, immaginazione, senso del ritmo e una capacità feroce di riconoscere le proprie contraddizioni. Tutte qualità che la leggenda della ragazza destinata a distruggersi ha spesso lasciato fuori dall’inquadratura.
Prima di Back to Black c’era già Amy Winehouse
Quando Back to Black arriva nei negozi nell’autunno del 2006, Amy ha già pubblicato Frank, un esordio del 2003 nel quale jazz, soul e sensibilità hip-hop convivono con una personalità difficile da addomesticare. Salaam Remi, che tornerà nel secondo album, è già un collaboratore decisivo. Chi vuole capire da dove venga quella voce farebbe bene a cominciare da qui, prima delle fotografie diventate più famose delle canzoni.
In Frank si sente una musicista che sa usare la propria cultura senza metterla in mostra come un arredamento costoso. Il fraseggio si allunga, ritarda, riprende il tempo e sembra talvolta discutere con l’accompagnamento. Amy possiede una voce immediatamente riconoscibile, ma soprattutto sa scegliere dove appoggiarla. Un timbro insolito può attirare l’attenzione, mentre decidere come spostare il peso di una frase significa già interpretare una storia. E Amy quelle storie contribuiva a scriverle, come dimostra Stronger Than Me, firmata con Remi.
Back to Black, un suono antico con nervi moderni
La produzione di Back to Black viene affidata a Mark Ronson e Salaam Remi. Il primo costruisce una parte fondamentale del suono insieme ai Dap-Kings, la band legata a Sharon Jones e alla Daptone Records di Brooklyn. È un passaggio da ricordare anche per rispetto della storia: quella tradizione soul era viva, alimentata da artisti e musicisti che la praticavano ben prima dell’esplosione commerciale di Amy.

Ronson trova in lei una direzione precisa. Nei loro incontri le canzoni prendono forma prima di essere sviluppate con la band, che interviene anche sugli arrangiamenti. Nelle registrazioni convivono il suono del nastro, l’esecuzione dei musicisti e un lavoro successivo capace di dare ai brani la presenza necessaria per arrivare in radio. L’impressione di ascoltare un vecchio disco nasconde una costruzione pienamente consapevole del presente. Basta sentire quanto pesa la batteria rispetto a certi modelli degli anni Sessanta. I colpi hanno una vicinanza fisica che sostiene la voce mentre fiati e cori aprono lo spazio senza riempirlo a forza. Amy può restare raccolta, pronunciare una parola quasi di traverso e farsi capire ugualmente.
Rehab e l’arte scomoda di raccontarsi
L’ingresso di Rehab è una trappola perfetta per la radio. Il ritornello si ricorda subito e la sicurezza dell’interpretazione rende irresistibile una storia piena di attrito. Ronson ha raccontato che il brano nacque da un episodio riferitogli da Amy: qualcuno aveva cercato di convincerla ad andare in riabilitazione e lei aveva opposto quel rifiuto che sarebbe diventato il centro della canzone. Ascoltarla oggi conoscendo il seguito può spingerci a trasformare ogni sillaba in un presagio. Così, però, spariscono l’ironia, l’orgoglio, il gusto della battuta e perfino la capacità di raccontare una situazione scegliendo che cosa mostrare. Rehab è anche il lavoro di un’autrice che sa trasformare una conversazione in una scena e darle un tempo comico.
Amy riesce a esporre una versione di sé poco accomodante senza chiedere continuamente l’assoluzione del pubblico. In You Know I’m No Good, che firma da sola, l’ammissione delle proprie responsabilità mantiene qualcosa di sfacciato. La consapevolezza convive con la tentazione di ripetere tutto. Trovo che buona parte della sua forza stia lì. Conosce benissimo la distanza tra capire un errore e smettere di commetterlo. Le sue canzoni abitano quella distanza con abbastanza lucidità da rendere scomodo il riconoscimento, e abbastanza umorismo da impedirci di fingere superiorità. Anche per questo i testi resistono. Ci trovi persone capaci di ferire e di essere ferite, di mentire agli altri e raccontarsi finalmente qualcosa di vero, magari soltanto per la durata di una strofa.
La precisione del dolore in Back to Black
Nel brano che da il nome al disco cambia pressione. Il pianoforte scandisce la progressione, la batteria dà al lutto sentimentale un passo riconoscibile e gli arrangiamenti allargano una storia privata fino a farla sembrare enorme. Amy attraversa quella costruzione con un controllo che rende ancora più bruciante ciò che canta. Il brano racconta un ritorno all’oscurità dopo l’abbandono, ma la sua grandezza dipende da quanto precisamente quella sensazione viene organizzata. La melodia sa dove trattenersi e dove cedere. La ripetizione accumula peso. Ogni ingresso degli strumenti modifica il modo in cui riceviamo le parole.
In Love Is a Losing Game basta ancora meno. La voce rinuncia a occupare ogni spazio disponibile e lascia che l’amarezza si depositi. È una prova di misura che continuo a preferire a molte dimostrazioni atletiche scambiate per intensità. Nel 2008 la canzone avrebbe ricevuto l’Ivor Novello per il miglior brano sotto il profilo musicale e del testo, un riconoscimento particolarmente adatto a ricordare il mestiere dell’autrice.
Tears Dry on Their Own offre un’altra soluzione. Nata come ballata, viene trasformata da Remi in un brano più veloce che riprende il tessuto musicale di Ain’t No Mountain High Enough. L’energia dell’accompagnamento fa attrito con la disillusione del racconto e dà alla voce qualcosa contro cui reagire. È anche attraverso queste scelte che il dolore diventa una canzone capace di appartenere a chi ascolta. La ferita personale viene lavorata fino a trovare una forma condivisibile.
L’arrivo sul mercato cambiò il peso di quelle canzoni
La pubblicazione di Back to Black trasformò una cantante già apprezzata in un fenomeno internazionale. Nel 2007 fu l’album più venduto nel Regno Unito e nel 2008 Amy conquistò cinque Grammy, compresi il Best Pop Vocal Album e i riconoscimenti a Rehab come Record of the Year e Song of the Year. Quel successo era già enorme durante la sua vita. I numeri servono soprattutto a misurare la portata dell’incontro. Un pubblico vastissimo aveva trovato qualcosa di proprio dentro un disco con un’identità musicale molto definita, riferimenti dichiarati e testi che lasciavano parecchi spigoli al loro posto.
La sua accessibilità era stata costruita attraverso le melodie, gli arrangiamenti e il ritmo. Potevi canticchiare una canzone senza conoscere i dischi che l’avevano ispirata, poi tornarci e scoprire un dettaglio capace di cambiarne il senso. Il piacere immediato apriva la strada a un ascolto più esigente. Per l’industria, un risultato simile contava parecchio. Dimostrava quanto potesse diventare grande il mercato intorno a una cantante con quella cultura musicale e quella scrittura. Il soul acquistava una nuova centralità nel pop, mentre un certo modo di raccontare la vita sentimentale raggiungeva persone che probabilmente non avrebbero cercato quella musica nei suoi circuiti abituali.
Naturalmente il successo rese commerciabili anche i suoi tratti più riconoscibili. Una voce grave, un arrangiamento rétro e un’immagine vistosa potevano diventare una formula da riprodurre. Restava assai più difficile fabbricare il punto di vista che teneva insieme tutto.
La strada aperta da Amy Winehouse
Adele ha riconosciuto pubblicamente quanto Amy abbia contato nella propria formazione, spiegando che Frank l’aveva spinta a prendere una chitarra e scrivere canzoni. È un’influenza concreta, che comincia prima di Back to Black e riguarda la possibilità stessa di immaginarsi autrice. L’esplosione del secondo album diede a quella possibilità una visibilità enorme. La strada risultò più larga anche per altre interpreti britanniche, da Adele a Duffy, pur con differenze musicali e personali che meritano di restare tali.
A mio avviso, l’eredità più interessante di Amy sta nella libertà che seppe prendersi dentro la forma della canzone pop. Poteva essere volgare, spiritosa, ingiusta, tenera e contraddirsi senza dover ricomporre un ritratto esemplare di sé prima del ritornello. È il suo modo di raccontare una persona dall’interno, lasciando che a smentire un’affermazione sia magari la strofa successiva.
Anche il legame con i classici acquistò un altro valore. Si poteva conoscere una tradizione, lavorarci seriamente e parlare del presente con una lingua personale. Back to Black rese questa possibilità evidente a un pubblico enorme, lasciando al pop un modello che andava ben oltre il suono delle sue batterie.
Riascoltare Amy oltre le fotografie
Il racconto pubblico di Amy Winehouse ha finito per dare alle sue difficoltà una visibilità soffocante. A furia di rivedere le stesse immagini, si rischia di ascoltare ogni canzone come il reperto di una catastrofe annunciata. È un modo comodo di ordinare la storia, soprattutto per chi sa già come va a finire. La musica restituisce una persona più difficile da ridurre. Dentro Back to Black ci sono scelte, disciplina, gusto, collaborazioni e una quantità di lavoro che l’espressione “talento naturale” tende a nascondere. Basta seguire il modo in cui una frase entra nella battuta per accorgersi di quanta intelligenza agisca dietro l’apparente immediatezza.
La retorica della sofferenza necessaria all’arte fa un pessimo servizio anche al disco. Ciò che possiamo ascoltare è quello che Amy riuscì a costruire, insieme ai suoi collaboratori, mentre viveva quelle esperienze. Le canzoni restano la prova del suo lavoro; tutto quello che avrebbe potuto ancora scrivere resta una perdita. Quando torno a Back to Black, mi colpisce soprattutto quanto spazio sappia lasciare alle nostre contraddizioni senza renderle più rispettabili. Amy Winehouse aveva scritto canzoni abbastanza grandi da contenere anche le parti di noi che preferiamo tenere fuori dalle fotografie.
Hank Cignatta
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