Rooster Fighter: deliranti cronache animate dal Sol Levante
Il cielo è di nuovo grigio oggi a Nevrotic Town (o Torino, se temete l’IA) e siamo giunti ad un’altra pausa pranzo. Dopo aver consumato il mio pasto mi spalmo malamente sul divano, dove la mia cagnona Noël mi si avvicina in cerca di coccole e con il preciso intento di essere presa in braccio. Appoggia il suo muso sul mio petto e io prendo il telecomando della tv, puntandolo contro lo schermo.

In quel momento il segnale della parabola satellitare sul mio tetto mi porta ad errare tra i canali televisivi giapponesi. Tra programmi strani per la nostra comprensione occidentale, approfondimenti sull’economia nipponica e strani spot televisivi finisco sull’emittente TV Tokyo, che dopo la pausa pubblicitaria trasmette uno strano anime (versione in serie animata tratta da un manga a fumetti). Mi incuriosisco e rimango a guardare la serie, chiedendomi se fosse davvero quella, finora, la scelta migliore della giornata.
Rooster Fighter: cronache deliranti di un gallo che combatte demoni e salva il mondo
C’è un momento preciso, una frazione di secondo sporca e gloriosa, in cui capisci che l’universo dell’animazione giapponese ha definitivamente perso il controllo. È lì che appare Rooster Fighter. Un gallo. Non metaforico, non simbolico. Un gallo vero. Con cresta, piume e un’aria da veterano di guerra che ha visto troppo, decisamente troppe. Piomba sulla Terra intento a combattere demoni.

L’epifania nel cortile: quando il ridicolo diventa epico
Il protagonista, Keiji, si presenta come una visione febbrile dopo una notte sbagliata: uno di quei sogni in cui mescoli violenza, redenzione e animali da fattoria. Ma Keiji non è un’allucinazione ma un guerriero: è un vigilante, un vendicatore con le zampe sporche di sangue e terra. Il mondo di Rooster Fighter è infestato da creature demoniache che emergono dalla banalità urbana con la stessa naturalezza con cui una crepa si apre sull’asfalto. E mentre gli esseri umani fanno quello che sanno fare meglio — ignorare, negare, distrarsi — è un gallo a prendere sulle spalle il peso della sopravvivenza collettiva. C’è qualcosa di profondamente sbagliato in tutto questo. Ed è proprio questo a renderlo perfetto.

Tokyo come campo di battaglia e pollaio infernale
La città non è mai stata così sporca. Non parlo di immondizia o smog, ma di una corruzione più sottile, quasi metafisica. Le strade di Tokyo diventano il palcoscenico di scontri che oscillano tra il grottesco e il sublime. Il contrasto è costante: da una parte l’assurdità totale (un gallo che carica un mostro alto dieci metri) dall’altra una messa in scena epica che non ha nulla da invidiare ai grandi shōnen. La regia (sia nel manga che nell’adattamento animato) gioca sporco. Ti fa ridere, poi ti stringe lo stomaco. Ti porta a chiederti perché stai tifando per un pollo. E soprattutto perché stai prendendo tutto questo così dannatamente sul serio.
Keiji: il guerriero che nessuno merita
Keiji non parla molto. Quando lo fa, ogni parola pesa come un pugno nello stomaco. Non è un eroe classico, non cerca gloria né riconoscimento. È spinto da qualcosa di più primitivo: vendetta, forse. O un senso di giustizia che noi abbiamo dimenticato lungo la strada. C’è una solitudine brutale nel suo modo di muoversi. Non appartiene al mondo degli uomini ma neppure a quello degli animali. È un’eccezione, una crepa nell’ordine naturale delle cose. E in quella crepa si infilano tutte le contraddizioni della nostra epoca.

Violenza, ironia e disperazione: il cocktail perfetto
Quello che Rooster Fighter fa meglio è mantenere un equilibrio instabile tra registri completamente opposti. La violenza è grafica, diretta, spesso esagerata fino al parossismo. Ma subito dopo arriva l’ironia, secca, tagliente, quasi cinica. Non è comicità leggera. È una risata nervosa, di quelle che ti scappano quando la situazione è troppo assurda per essere elaborata razionalmente.

E sotto tutto questo, come un rumore di fondo che non smette mai, c’è una disperazione silenziosa. Un mondo che ha bisogno di essere salvato da un gallo è un mondo che ha già perso qualcosa di fondamentale.
Il linguaggio visivo: piume, sangue e iconografia sacra
Dal punto di vista estetico, l’opera è un piccolo delirio controllato. Le piume di Keiji diventano quasi un’armatura, un simbolo. Il sangue non è mai gratuito: è parte di un rituale, di una liturgia della battaglia. Le inquadrature insistono sugli occhi, sugli sguardi. Anche quando il protagonista è un animale la regia riesce a trasmettere un’umanità disturbante, quasi scomoda. Ci sono momenti in cui Keiji sembra una figura mitologica, un dio minore caduto tra i rifiuti della civiltà moderna.
Perché funziona: oltre il meme, dentro il mito
Sarebbe facile liquidare Rooster Fighter come un meme esteso, una trovata virale costruita per sorprendere e poi svanire. Ma sarebbe un errore. Il cuore dell’opera batte in un territorio più antico: quello delle storie archetipiche. Il guerriero solitario. Il male che assume forme incomprensibili. Il sacrificio. La redenzione. Il fatto che tutto questo sia incarnato da un gallo non indebolisce il racconto. Lo rende più potente, perché rompe le aspettative e costringe lo spettatore a rinegoziare continuamente il proprio rapporto con ciò che vede.

La follia necessaria
Viviamo in un’epoca in cui tutto deve essere spiegato, giustificato, incasellato. Rooster Fighter rifiuta questa logica. Esiste e basta. Un gallo combatte demoni. Fine. E in questo rifiuto c’è una forma di libertà che raramente si vede nell’animazione contemporanea. Ti trascina dentro, ti sporca, ti lascia con più domande che risposte. E quando esci non sei più lo stesso.

Conclusione: il canto del gallo prima dell’apocalisse
Alla fine, Rooster Fighter è una dichiarazione di guerra alla normalità. È il tipo di storia che sembra nata da una notte insonne, tra sigarette, paranoia e un senso crescente di alienazione. E forse è proprio per questo che funziona così bene. Perché in un mondo che continua a scivolare verso il caos l’idea che un gallo possa alzarsi, gonfiare il petto e combattere l’oscurità non è poi così assurda. È quasi rassicurante.
Hank Cignatta
Riproduzione riservata ©
Post a Comment
Devi essere connesso per inviare un commento.
