The Smashing Machine: Ascesa, caduta e mito di Mike Kerr
Erano i primi anni Duemila e praticavo arti marziali in una palestra umida nei sotterranei di una chiesa di Nevrotic Town (o Torino, se siete amanti della storia). Vivevo la prima delle mie numerose vite e da ragazzino adolescente la mia settimana era scandita da allenamenti intensi nel Jeet Kune Do (lo stile di autodifesa ideato da Bruce Lee), il Kali filippino e il Brazilian Jiu Jiutsu. Praticamente una figura lontana anni luce rispetto alla betoniera di rifiuti industriali e tessili che sono oggi. A scuola sfogliavo le riviste che davano spazio a questi atleti che si chiudevano in una gabbia e che si demolivano a colpi di tibiate sulla fisionomia o dolorose chiavi articolari che finalizzavano incontri brutali. Tra questi c’era l’imponente Mike Kerr, che iniziava a gettare le basi di quelle che oggigiorno chiamiamo MMA e, nel dettaglio, la UFC (prima che indossasse il cosiddetto vestito elegante per il suo debutto come società quotata in borsa).

Quando ho saputo della realizzazione di un film biografico di Toledo, in Ohio, ho seguito il suo sviluppo con molto interesse. In primis la mia curiosità era vedere Dwane Johnosn in un ruolo così complesso e poi la trasposizione di un mondo sportivo che oramai tutti, almeno una volta nella vita, abbiamo visto da appassionati e non senza sapere che cosa si nasconde realmente dietro quando le luci della ribalta si spengono e si devono affrontare i propri demoni.
Un film che odora di sudore, anestetici e ossa rotte
Ci sono storie sportive che Hollywood ama raccontare perché finiscono bene. Poi ci sono quelle che arrivano come una bottiglia di whisky lanciata contro lo specchio del mito atletico americano. Il film The Smashing Machine appartiene senza dubbio alla seconda categoria. È una storia che non cerca di rendere lo sport più pulito o più eroico di quanto sia stato davvero; piuttosto scava nelle fondamenta sporche e rumorose delle arti marziali miste quando questo sport era ancora una terra di frontiera, molto prima che diventasse un prodotto televisivo perfettamente confezionato.

Al centro della vicenda c’è la figura di Mark Kerr, uno dei combattenti più dominanti e allo stesso tempo più tragici della prima generazione delle MMA. A interpretarlo è Dwayne Johnson, un attore che negli ultimi vent’anni ha incarnato il volto più brillante e muscolare dell’intrattenimento globale. La cosa sorprendente è che qui quella brillantezza viene deliberatamente spenta, quasi soffocata, per lasciare spazio a qualcosa di molto più oscuro.

L’era selvaggia delle MMA
Per capire davvero il peso di questa storia bisogna tornare indietro di qualche decennio, in un’epoca in cui le arti marziali miste non erano ancora un impero mediatico ma una disciplina quasi clandestina. Gli eventi erano più vicini a un rituale tribale che a uno spettacolo televisivo e i combattenti vivevano costantemente sul confine tra la gloria e la distruzione fisica. La politica americana voleva vietare la trasmissione degli incontri in televisione, in quanto tacciato di essere un brutale spettacolo primitivo e assai pericolo per i giovani dal senatore Repubblicano prima e candidato alla presidenza degli Stati Uniti del 2008 poi, John McCain.
Mark Kerr arrivò in quel mondo con il curriculum di un lottatore straordinario. Cresciuto nella tradizione della lotta collegiale americana, possedeva una combinazione devastante di potenza, tecnica e controllo del corpo dell’avversario. Quando entrava nella gabbia o sul ring sembrava una macchina progettata per demolire qualsiasi ostacolo umano. I suoi takedown erano rapidi e brutali, la pressione costante e con la capacità di dominare l’avversario a terra quasi scientifica.
Per un certo periodo funzionò tutto alla perfezione. Kerr vinse tornei, accumulò fama e costruì una reputazione che lo trasformò in una delle figure più temute del circuito internazionale.

In Giappone, dove le MMA vivevano una stagione di spettacolarizzazione estrema, veniva accolto come un gigante venuto dall’Occidente per distruggere tutto ciò che trovava davanti. Ma la verità è che nessuna macchina è progettata per resistere all’infinito senza essere vittima di sé stessa.
Il corpo come campo di battaglia
Il film utilizza la figura di Kerr per raccontare un aspetto dello sport professionistico che raramente viene mostrato con sincerità. Dietro ogni combattimento esiste una lunga scia di dolore fisico che non si vede dalle telecamere. Ginocchia consumate, articolazioni gonfie, schiene distrutte da anni di allenamenti e collisioni e molto altro. Per molti atleti gli antidolorifici diventano parte della routine quotidiana. Nel caso di Kerr quella routine iniziò lentamente a trasformarsi in qualcosa di molto più pericoloso. Il film segue questo processo senza trasformarlo in una morale didascalica; piuttosto lo osserva come si osserva una crepa che si allarga nel muro di una casa. All’inizio è quasi invisibile poi però diventa impossibile ignorarla.
Il combattente che sembrava invincibile comincia a combattere una guerra parallela, una battaglia silenziosa contro la dipendenza e contro un sistema sportivo che spesso non sa cosa fare con gli atleti quando iniziano a rompersi. È qui che The Smashing Machine abbandona completamente la struttura del film sportivo tradizionale e diventa qualcosa di più simile ad una dissezione.
La metamorfosi di Dwayne Johnson
La scelta di affidare il ruolo principale a Dwayne Johnson non è casuale e rappresenta probabilmente l’elemento più interessante dell’intero progetto. Per anni Johnson è stato sinonimo di intrattenimento ad alto budget, blockbuster costruiti attorno alla sua presenza fisica e alla sua capacità di dominare lo schermo con un carisma quasi sovrumano.

In questo film quel carisma viene progressivamente smontato. Johnson non interpreta Kerr come un eroe classico; piuttosto costruisce un personaggio che sembra portare sulle spalle il peso di ogni allenamento, di ogni colpo subito e di ogni notte passata a combattere contro i propri demoni. Il suo corpo resta imponente ma lo sguardo cambia continuamente registro, oscillando tra la determinazione feroce del combattente e la stanchezza di un uomo che comincia a intuire il prezzo reale della propria carriera. È una trasformazione che potrebbe segnare un punto di svolta nella sua filmografia, perché richiede una vulnerabilità che raramente Hollywood chiede a un attore identificato con il mito dell’invincibilità.
Lo spettro della realtà
La storia di Kerr non arriva dal nulla. La sua vita era già stata raccontata anni fa in un documentario che mostrava senza filtri la pressione psicologica e fisica vissuta dai pionieri delle MMA. Quel racconto aveva lasciato un’impressione profonda tra gli appassionati di sport da combattimento proprio perché rifiutava qualsiasi tentazione di romanticizzare la violenza.
The Smashing Machine prende quella materia reale e la trasforma in cinema narrativo, mantendo però intatta la sensazione di trovarsi davanti a qualcosa di autentico. Le vittorie non vengono celebrate come momenti di gloria assoluta e le sconfitte non sono soltanto passaggi obbligati nella costruzione di un finale trionfale. Tutto appare più ambiguo, più instabile, più vicino alla vita reale di quanto accada di solito nel genere sportivo. Il film sembra voler ricordare che dietro ogni atleta esiste un essere umano con limiti molto concreti e che lo sport professionistico spesso costruisce i propri miti ignorando deliberatamente questi limiti.
Quando lo sport diventa tragedia
Alla fine The Smashing Machine non è soltanto il ritratto di un lottatore. È un racconto più ampio sulla cultura della forza che domina molte discipline sportive. In questo universo essere vulnerabili è quasi un tabù, qualcosa da nascondere finché diventa impossibile farlo. La storia di Mark Kerr diventa così il simbolo di un sistema che crea campioni con la stessa velocità con cui li consuma. Il film non offre soluzioni semplici e non cerca di costruire un finale consolatorio. Preferisce restare dentro quella zona grigia in cui la grandezza atletica convive con la fragilità umana.
È proprio questa scelta narrativa a rendere l’opera così interessante. Raccontare lo sport come una tragedia moderna significa riconoscere che dietro la spettacolarità dei combattimenti esiste un prezzo reale, pagato con il corpo e con la mente da uomini che hanno trasformato la violenza in professione. In questo senso The Smashing Machine potrebbe diventare molto più di un semplice biopic sportivo. Potrebbe essere il raro caso in cui Hollywood decide di guardare davvero dentro il meccanismo che produce i suoi eroi e di mostrarlo senza troppi filtri, lasciando allo spettatore il compito di capire se ciò che vede è gloria oppure il lento smontaggio di una macchina costruita per distruggere e destinata, prima o poi, a distruggere anche se stessa.
Hank Cignatta
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