Billy Squier: il boato del rock americano prima del silenzio
Mentre fuori inizia a piovere accendo la mia tv per uccidere una giornata particolarmente intensa. Mi impongo di chiudere l’autostrada dei miei pensieri e provare a rilassarmi. Almeno per qualche minuto. Inizio ad errare per alcuni vecchi video di Mtv, testimonianza viva di un periodo che sembra così ormai lontano. E dopo brani dei Kiss, Police e formidabile compagnia cantante è il momento di Billy Squier con The Stroke, probabilmente la sua canzone più famosa, recentemente campionata anche da Eminem nel suo brano Berzerk del 2013. E finalmente la mia serata raggiunge uno scopo.
Ci sono rockstar che bruciano lentamente, altre che esplodono e poi scompaiono come se qualcuno avesse staccato la spina all’improvviso. Billy Squier appartiene alla seconda categoria, quella più crudele e affascinante. Un uomo che all’inizio degli anni Ottanta dominava radio, MTV e classifiche con riff giganteschi e un’attitudine da predatore da arena, salvo poi essere inghiottito da un’industria che non perdona deviazioni, nemmeno di un passo di danza.
Dalle cantine del Massachusetts al ring del rock
Billy Squier nasce a Wellesley, Massachusetts nel 1950, in un’America ancora convinta che il rock fosse una questione di sudore, chitarre e testosterone. Cresce con i Rolling Stones, Led Zeppelin, Cream e tutto ciò che faceva tremare i muri una volta passato su casse minimamente potenti. La sua è una formazione da strada, da garage, da band che si sfaldano prima ancora di avere un nome decente.

Prima di diventare Billy Squier, passa attraverso i Piper, una band che apre persino per i Kiss. È qui che impara una lezione fondamentale: il rock non è solo musica, è presenza fisica, controllo dello spazio, capacità di stare sul palco come se fosse un ring. Quando arriva il momento di mettersi in proprio Squier ha le idee chiare: riff pesanti, melodie che si piantano nel cervello e una voce che sembra sempre sul punto di sfondare qualcosa.
“The Stroke”: quando un riff diventa un’arma
Nel 1981 esce il disco Don’t Say No e il mondo cambia improvvisamente angolazione. “The Stroke” non è una canzone: è un attacco frontale. Un riff secco, quasi militare, una ritmica che marcia come un plotone e un testo ambiguo che parla di potere, manipolazione e industria musicale senza mai dirlo apertamente.Il bello è che nessuno capisce davvero di cosa stia parlando ma tutti lo ascoltano con il volume a stecca. È rock radiofonico, d’accordo, ma con i muscoli tesi e la mascella serrata. Billy Squier diventa enorme. Non famoso: enorme.
Segue “In the Dark”, altro colpo a segno. Sensuale, notturna, perfetta per accendere autoradio e fantasie. Squier è ovunque: stadi, poster, classifiche. È il tipo di rockstar che piace ai rocker duri e alle ragazze, una combinazione rarissima e pericolosa.
Arena rock, sudore e dominio assoluto
Tra il 1981 e il 1983 Billy Squier è uno dei re non ufficiali dell’arena rock americano. I suoi concerti sono un misto di carisma e precisione tecnica chirurgica. Non ha bisogno di effetti speciali: bastano lui, la band e quei riff che sembrano fatti per rimbalzare sulle gradinate. Album come Emotions in Motion consolidano il mito. “Everybody Wants You” diventa un inno, mentre Squier costruisce l’immagine del rocker sicuro di sé, atletico e dominante. È l’America reaganiana che si guarda allo specchio e si piace. E poi arriva MTV. E MTV non perdona. Nel bene e nel male.
“Rock Me Tonite”: il video che uccise una carriera
Data astrale 1984: un anno che per Billy Squier dovrebbe essere l’ennesima consacrazione. Esce Signs of Life e il singolo “Rock Me Tonite” ha tutte le carte in regola per diventare un altro classico. La canzone funziona. Il problema è il video. MTV trasmette un clip in cui Squier balla in una stanza pastello, con movenze che rompono brutalmente l’immagine virile costruita fino a quel momento. Non è il ballo in sé il problema: è il contesto, l’estetica, il tempismo. L’America rock dell’epoca non è pronta. Non vuole essere pronta. Che è una grande stronzata per qualsiasi contesto storico, al di la delle grandissime stronzate woke di questi tempi incerti e vacui. Potrà sembrare strano o eccessivo come video (come gli anni Ottanta) ma niente per cui meritare un simile trattamento. Guardare qui sotto per credere.
Nel giro di poche settimane accade l’impensabile: le radio smettono di passarlo, il pubblico maschile si sente tradito e l’industria musicale gli volta improvvisamente le spalle. Un video di pochi minuti diventa una condanna a morte commerciale. Un caso unico nella storia del rock mainstream.
L’industria che crea e distrugge
Billy Squier non viene mai ufficialmente “cancellato”. E per fortuna, aggiungo. Semplicemente, viene lasciato solo. I dischi successivi passano quasi inosservati. Il suo nome smette di essere pronunciato nei corridoi che contano. Nessun grande scandalo, nessuna caduta spettacolare: solo silenzio. Ed è forse questo l’aspetto più tristemente Gonzo della storia. Non lo distruggono droghe, eccessi o follia. Lo distrugge l’estetica, l’immagine, la percezione. Una lezione brutale su quanto il rock, che si proclama libero, sia in realtà prigioniero dei suoi stessi cliché. Basti pensare alla riluttanza che i presunti rocker odierni nutrono nei confronti di tutto ciò che non suoni loro famigliare.
L’eredità nascosta di Billy Squier: campionamenti, rispetto e rivalutazione
Negli anni successivi, mentre Squier si ritira progressivamente dalla scena, succede qualcosa di interessante. Il suo lavoro viene riscoperto, campionato, rispettato. Artisti hip hop (come il sopracitato Eminem) e producer pescano dai suoi groove. The Big Beat, in particolare, diventa uno dei break più campionati di sempre.
Improvvisamente, Billy Squier torna a vivere nelle ossa della musica moderna, anche se il grande pubblico non se ne accorge. Un fantasma che continua a muovere le gambe della gente senza essere visto.
Billy Squier oggi: il sopravvissuto
Billy Squier non ha mai cercato una redenzione forzata. Vive lontano dai riflettori, senza bisogno di spiegare o giustificare. E forse è proprio questo che lo rende ancora più rock’n’roll. La sua parabola resta una delle più feroci del rock americano.

Un promemoria per chiunque creda che basti il talento per sopravvivere. Nel rock, come nella vita, l’immagine può essere un’arma… o una ghigliottina. Billy Squier ha conosciuto entrambe. E il boato del suo riff, anche oggi, continua a rimbombare. Anche se molti fingono di non sentirlo.
Hank Cignatta
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