Gigi D’Agostino, storia d’un poeta elettronico

Gigi D’Agostino, storia d’un poeta elettronico

Per misurare l’ipocrisia culturale italiana bastano quattro note di L’Amour Toujours. Il laureato in indie che venticinque anni fa considerava Gigi D’Agostino una calamità acustica oggi le riconosce dopo mezzo secondo. Il quarantenne che custodiva i suoi CD masterizzati come materiale radioattivo torna ad avere diciassette anni, mentre il ragazzo nato quando Nokia produceva già pneumatici alza il telefono per registrare una storia. Parte la melodia, entra la cassa e decenni di superiorità intellettuale finiscono nel cesso chimico dietro la consolle.

Gigi D’Agostino

Il verdetto della pista è brutale e democratico: Gigi D’Agostino aveva capito qualcosa che parecchi critici musicali avrebbero compreso con un ritardo geologico. Una melodia popolare può essere semplice senza essere stupida, commerciale senza risultare vuota nonché malinconica mentre ti costringe a ballare. Soprattutto, può sopravvivere al supporto sul quale è stata incisa, al locale che l’ha lanciata e alla generazione che l’ha consumata fino a deformarla.

Il DJ torinese ha costruito una delle carriere più riconoscibili della musica elettronica europea lavorando sul materiale più instabile in circolazione: la memoria. Ha preso canzoni del passato, frammenti vocali, filastrocche, melodie dimenticate e intuizioni considerate troppo strane per la radio, poi le ha smontate sopra un banco da lavoro e riassemblate con bassi enormi, casse dritte e una sensibilità melodica quasi sentimentale.

Quando il mondo ha accelerato lui ha rallentato il ritmo fino a renderlo più pesante. Quando l’industria ha provato a rinchiuderlo dentro la caricatura del DJ commerciale, ha inventato un vocabolario, una mitologia e perfino un genere. Alla fine lo hanno chiamato Capitano ma non per una campagna pubblicitaria, bensì perché migliaia di persone avevano già deciso di seguirlo.

Torino, le cassette e la costruzione di un universo

Prima dei festival internazionali, delle classifiche e degli occhiali da sole portati alla tamarra sulla nuca esisteva la Torino degli anni Ottanta, con le sue discoteche aperte quasi ogni sera e un ragazzo solitario affascinato dal modo in cui il DJ riusciva a modificare l’umore di una stanza. Gigi D’Agostino entra in quel mondo dal basso, nel vero senso della parola: pulisce la consolle, osserva e aspetta la fine della serata per mettere qualche disco e imparare a leggere il pubblico prima ancora di poterlo guidare.

La svolta arriva nel 1990, quando ottiene il lunedì sera di un piccolo locale torinese e distribuisce personalmente i volantini durante una fiera al Palazzo del Lavoro. Nel 1994 inizia a lavorare nella leggendaria discoteca Ultimo Impero di Airasca (in provincia di Torino) dapprima come organizzatore di serate e poi come ospite. Non si limita a selezionare dischi. Cura gli allestimenti, inventa grafiche, organizza feste e registra cassette che viaggiano di automobile in automobile, antenate clandestine delle playlist condivise.

Tra il 1994 e il 1995 approda all’Ultimo Impero di Airasca, mastodontico tempio della notte piemontese diventato parte della mitologia della club culture italiana. La provincia torinese si trasforma nel laboratorio di un suono che verrà definito Mediterranean Progressive: una miscela di house, techno, pulsazioni ipnotiche e melodie capaci di conservare qualcosa di latino anche dentro la freddezza delle macchine.

Brani come Gigi’s Violin, Fly e Angel’s Symphony, realizzato con Mauro Picotto, cominciano a chiarire la faccenda. D’Agostino non tratta la melodia come una concessione al pubblico, ma come l’elemento centrale del viaggio. La cassa spinge, il basso lavora sul corpo e sopra quella struttura compare una linea musicale che potrebbe appartenere a un carillon, a un organetto o a un ricordo d’infanzia. È questa contraddizione a renderlo immediatamente riconoscibile.

In studio lavora con mezzi che oggi sembrano reperti archeologici. Usa un Atari, cerca sale di registrazione economiche nelle ore notturne e si indebita per stampare acetati dei propri brani, copie uniche da provare durante i set. Il produttore e il DJ crescono insieme: uno inventa il suono, l’altro lo sottopone senza pietà al giudizio della pista.

Il passato smontato e rimesso in circolazione

Gran parte del talento di Gigi D’Agostino risiede nella capacità di riconoscere una melodia ancora viva sotto la polvere. Dove altri avrebbero sentito un vecchio disco, lui individuava materiale infiammabile. Nel 1999 prende The Riddle, successo new wave pubblicato da Nik Kershaw nel 1984, e lo porta nel nuovo millennio. Conserva l’assurdità irresistibile del ritornello, cambia il peso ritmico e trasforma una canzone britannica degli anni Ottanta in un inno dell’Italodance europea. Non si tratta di una cover da karaoke con una cassa applicata sotto: la struttura viene assorbita nel mondo sonoro di Gigi, fino a sembrare scritta appositamente per le discoteche del 2000.

Con La Passion compie un intervento ancora più curioso. La base melodica arriva da Rectangle, composizione elettronica del francese Jacno, ma D’Agostino la rallenta, la rende circolare, aggiunge una voce deformata e costruisce un pezzo sospeso tra romanticismo sintetico e malinconia da fine serata. Il risultato arriva in testa alle classifiche di Austria e Belgio, mentre una melodia nata nell’elettronica francese di fine anni Settanta ottiene una seconda vita tra autoradio, televisioni musicali e discoteche europee.

Persino Bla Bla Bla, uno dei brani apparentemente più elementari del suo catalogo, nasconde un’operazione di chirurgia sonora. Il frammento vocale proviene da Why Did You Do It degli Stretch, pubblicata nel 1975. Gigi lo taglia fino a cancellarne quasi il significato, trasformando una frase soul-rock in una sillabazione meccanica. Quel residuo di voce diventa ritmo, presa in giro e dichiarazione programmatica contro chi parla molto senza dire nulla.

Poi arriva Un giorno credi, il classico di Edoardo Bennato. La collaborazione del 2001 avrebbe potuto produrre uno di quei remix celebrativi che invecchiano prima ancora di uscire. D’Agostino evita la trappola: rispetta il peso delle parole di Bennato, ma cambia l’ambiente nel quale vengono ascoltate. La canzone passa dalla tensione del cantautorato rock alla trance emotiva della pista, permettendo a un pubblico diverso di scoprirla e a chi già la conosceva di sentirla da un’altra prospettiva.

La sua grande intuizione non consiste nel saccheggiare il passato, pratica antica quanto la musica popolare. Il colpo di genio sta nel comprendere quali elementi possano essere estratti dalla propria epoca e resi nuovamente necessari. Gigi D’Agostino lavora come un restauratore convinto che il quadro debba tornare in strada, prendere pioggia, sporcarsi e farsi vedere da milioni di persone.

L’Amour Toujours e la conquista del mondo

Nel 1999 esce il doppio album L’Amour Toujours, diviso tra Chansons for the Heart e Beats for the Feet. Canzoni per il cuore e battiti per i piedi: dentro quei due titoli si trova già l’intero progetto artistico di Gigi D’Agostino. La traccia che dà il nome al disco inizialmente fatica a imporsi, ma lui insiste perché la considera fondamentale. Ha ragione in una maniera quasi offensiva. L’Amour Toujours, conosciuta anche come I’ll Fly with You e nonché omonima traccia che da nome all’album, conquista l’Europa, arriva nelle classifiche nordamericane e riesce perfino a entrare nella Billboard Hot 100. Un produttore torinese, con un titolo francese e un testo inglese, realizza una canzone capace di funzionare in Paesi che non condividono né lingua né abitudini musicali.

Quella tastiera luminosa contiene una malinconia che la cassa non riesce a nascondere. Si balla, ma con una crepa aperta nello stomaco. È il segreto delle produzioni migliori di D’Agostino: l’euforia non cancella la tristezza, la rende sopportabile per qualche minuto. Migliaia di persone possono saltare insieme e ognuna conservare dentro la stessa melodia una storia privata. L’impatto internazionale di Gigi viene spesso ridotto alla fortunata stagione dell’Italodance, quasi fosse stato trascinato all’estero da una corrente favorevole.

Le classifiche raccontano altro. Bla Bla Bla, Another Way, The Riddle, La Passion, Super e L’Amour Toujours costruiscono una continuità rara per un produttore italiano. L’album raggiunge risultati enormi nell’Europa centrale, mentre il suo suono diventa parte stabile del paesaggio musicale in Germania, Austria, Belgio, Paesi Bassi, Scandinavia e Canada. All’estero comprendono presto che Gigi D’Agostino non rappresenta soltanto una variante italiana dell’Eurodance. Le sue melodie sono troppo esposte, i bassi troppo personali e le versioni troppo numerose. Ogni brano può diventare una famiglia composta da radio edit, visioni, viaggi e trasformazioni più lente o più dure. La canzone smette di essere un oggetto definitivo e diventa un organismo che cambia a seconda del luogo e dell’ora in cui viene suonato.

Super, l’incontro con Albertino

Nel 2000 due potenze della dance italiana decidono di occupare lo stesso disco. Da una parte Gigi D’Agostino, produttore ormai lanciato verso il mercato internazionale; dall’altra Albertino, voce simbolo di Radio Deejay e del Deejay Time, l’uomo che aveva portato il linguaggio della discoteca dentro le radio, le automobili e le camere degli adolescenti. La collaborazione produce Super (1, 2, 3), brano costruito intorno a un conteggio elementare, un giro immediato e quella particolare miscela di gioco e potenza che caratterizzava la dance italiana a cavallo del millennio. Il singolo raggiunge il secondo posto in Italia e conquista la vetta in Austria.

L’incontro funziona perché i due conoscono aspetti complementari della stessa cultura. Albertino possiede il ritmo della comunicazione, la capacità di trasformare una frase in un tormentone e una trasmissione radiofonica in un rito collettivo. Gigi conosce l’architettura della pista e sa quanto a lungo lasciare respirare un suono prima di far entrare il colpo successivo. Super unisce la radio e il club senza costringere nessuno dei due a fingere di essere altro. Nello stesso periodo la dance italiana esporta produttori, DJ e dischi in quantità industriali, ma Gigi D’Agostino mantiene una posizione laterale. Accetta poche collaborazioni, rifiuta le proposte che sente lontane dal proprio universo e difende un’indipendenza quasi ossessiva. Quando qualcuno utilizza la parola “commerciale” come insulto, lui la considera la prova di aver raggiunto molte persone. Il pubblico, dopotutto, non costituisce un incidente imbarazzante nella musica popolare. È il motivo per cui quella musica esiste.

Il lento violento, ovvero come rendere pesante la lentezza

Dopo aver trovato una formula capace di dominare le classifiche, qualsiasi produttore ragionevole avrebbe trascorso il resto della carriera a replicarla. Gigi D’Agostino sceglie una strada più pericolosa e comincia a sottrarre velocità alla sua musica. Il lento violento nasce da un ossimoro perfetto. Il battito rallenta, ma acquista massa. Le casse diventano enormi, distorte, quasi industriali; i bassi sembrano trascinati sul pavimento e ogni colpo possiede il peso di un portone di ferro chiuso male. Il corpo dispone di più tempo per aspettare la battuta successiva e proprio quell’attesa rende l’impatto ancora più fisico.

Ripassa, pubblicata nel 2003, anticipa questa direzione.

Negli anni successivi il produttore moltiplica pseudonimi e identità, da Dottor Dag a Uomo Suono fino a Lento Violento Man, come se un solo nome non potesse contenere tutte le deviazioni del progetto. Nel 2007 arrivano Lento Violento… e altre storie e La musica che pesta, dischi che trasformano l’esperimento in una grammatica compiuta.

La violenza evocata dal nome riguarda il suono, non l’aggressività. È una musica muscolare e stranamente giocosa, popolata da vocali deformate, filastrocche, parole inventate e melodie che oscillano tra festa di paese e laboratorio elettronico. Dentro convivono il produttore ossessivo e il ragazzo torinese che entrava in discoteca appena aprivano le porte per ballare lontano dagli sguardi. Il lento violento ribalta inoltre l’equazione secondo cui maggiore velocità significherebbe maggiore energia. Gigi scopre che una cassa più lenta può colpire più forte perché lascia attorno a sé uno spazio enorme. Anni dopo, mentre la musica elettronica internazionale torna a giocare con distorsioni, rallentamenti estremi e contaminazioni considerate un tempo poco eleganti, quelle produzioni suonano meno eccentriche di quanto sembrassero all’uscita.

Il DJ come narratore

Ridurre Gigi D’Agostino ai singoli più famosi significa vedere soltanto le insegne luminose di una città molto più grande. Il rapporto con la radio gli permette di mostrare tutto ciò che le classifiche non riescono a contenere. Il Programmino di Gigi D’Agostino, nato nell’esperienza di Radio Italia Network, e soprattutto Il Cammino su m2o diventano spazi nei quali il DJ recupera il significato originario del proprio mestiere. Non mette in fila soltanto canzoni riconoscibili, ma costruisce percorsi, prova versioni, fa emergere brani sconosciuti e porta l’ascoltatore dentro un flusso che può cambiare direzione senza dover consultare un responsabile marketing.

Anche il lessico contribuisce alla costruzione del personaggio. Il viaggio, il cammino, la danza, l’amore e il Capitano formano una mitologia elementare, comprensibile e sorprendentemente resistente. Il simbolo grafico della danza diventa una bandiera; il cappello e gli occhiali smettono di essere accessori e assumono il valore di un’uniforme. Attorno a lui cresce una comunità che sopravvive persino alla stagione dei social, come dimostra il forum Casa Dag, aperto nel 2002 e custodito dai fan come un archivio sentimentale.

Sentite come, in questa puntata, assomigli nella metrica allo stile di Fred Bongusto

Questa fedeltà nasce dalla sensazione che dietro le hit esista un mondo coerente. Gigi D’Agostino non sale in consolle per eseguire una raccolta di successi, ma per amministrare il tempo della serata. Può tenere insieme una melodia infantile, una produzione scura, una vecchia canzone italiana e una cassa che pare uscita da un’officina. Il collante è la sua maniera di ascoltare e ordinare i suoni.

La generazione che lo ha scoperto senza nostalgia

La rivalutazione di Gigi D’Agostino non dipende soltanto dai quarantenni che vogliono recuperare la propria adolescenza. La prova più interessante arriva da chi nel 1999 non era ancora nato. Per molti ragazzi L’Amour Toujours non rappresenta un ricordo. È una canzone contemporanea incontrata attraverso Spotify, TikTok, i festival, i remix o i video caricati da qualcuno dall’altra parte del mondo. L’assenza di nostalgia rende il fenomeno ancora più significativo: quelle melodie funzionano anche senza motorini truccati, CD masterizzati e autoradio estraibili.

Nel 2018 il produttore lituano Dynoro utilizza il motivo di L’Amour Toujours dentro In My Mind. Il brano, accreditato a Dynoro e Gigi D’Agostino, diventa un successo mondiale, arriva al quinto posto nel Regno Unito e accumula oltre un miliardo e mezzo di ascolti su Spotify. Una melodia del 1999 entra nel linguaggio della house di quasi vent’anni dopo e raggiunge un pubblico enormemente più vasto di quello consentito dall’industria discografica del vecchio millennio.

La musica di Gigi compare anche alla fine di Uncut Gems dei fratelli Safdie, dove la Small Mix di L’Amour Toujours accompagna i titoli di coda dopo due ore di ansia, debiti e autodistruzione.

In quel contesto la canzone perde ogni residuo di compilation estiva e diventa una scarica emotiva straniante. Artisti lontanissimi dal mondo dell’Italodance, da Lupe Fiasco a Paul Kalkbrenner e Martin Solveig, hanno campionato, citato o rielaborato il suo catalogo.

Il vecchio confine tra musica “alta” e musica “tamarra” è crollato sotto il peso degli ascolti. I ragazzi passano dalla techno all’hyperpop, dal rap alla trance senza chiedere l’autorizzazione alle sottoculture del Novecento. Dentro questa libertà, Gigi D’Agostino appare per ciò che è sempre stato: un autore dotato di una firma sonora fortissima, non il rappresentante folkloristico di una stagione da archiviare.

Il ritorno del Capitano

Quando nel 2021 comunica di essere alle prese con una grave malattia, il silenzio che segue spaventa un pubblico abituato a considerarlo una presenza costante. D’Agostino protegge la propria riservatezza e racconta soltanto il dolore, la debolezza e la lotta quotidiana. La musica rimane vicina anche nei mesi peggiori, con lo studio sistemato accanto allo spazio nel quale riposa. Nel febbraio 2024 torna pubblicamente in consolle durante il Festival di Sanremo. Sale sulla nave ormeggiata davanti alla città con il cappello, gli occhiali e l’aspetto del Capitano rientrato dopo una traversata della quale conosce soltanto lui la violenza. Parte L’Amour Toujours e la televisione generalista scopre che quel brano non appartiene più a una nicchia, ammesso che le sia mai appartenuto.

Seguono i grandi eventi, il ritorno nei club, la residenza al Cocoricò e nuove serate davanti a un pubblico composto da veterani e ragazzi. Le generazioni si riconoscono sopra la stessa cassa, ma per ragioni differenti. Alcuni ritrovano ciò che erano stati, altri scoprono qualcosa che gli algoritmi presentano come nuovo. Gigi sta nel mezzo e continua a governare quella confusione temporale.

Gigi D’Agostino oltre la dance

L’eredità più importante di Gigi D’Agostino supera il numero di dischi venduti, le certificazioni e le classifiche internazionali. Ha saputo dimostrare che un produttore italiano poteva elaborare un linguaggio locale e renderlo universale senza cancellarne le stranezze. E’ riuscito a dare dignità autoriale al DJ quando una parte della cultura italiana lo considerava ancora un tizio incaricato di cambiare i dischi. E’ riuscito a trasformare la discoteca in un luogo narrativo, con simboli, personaggi, viaggi e comunità. Ha anche sconfitto la parola “tamarro” lasciando che fosse il tempo a occuparsene. I detrattori hanno cambiato bersaglio, le riviste hanno aggiornato il proprio vocabolario e l’ironia con cui molti ascoltavano quelle canzoni si è sciolta in affetto autentico. Nel frattempo i brani sono rimasti al loro posto, pronti a ripartire da un film americano, da una playlist europea o dal telefono di un adolescente.

Alla fine il giudizio decisivo arriva sempre dalla pista. I critici cambiano idea, gli algoritmi cambiano padrone e le generazioni cambiano abitudini, mentre quel giro di tastiera continua a sollevare le braccia di persone che spesso non parlano nemmeno la stessa lingua. Gigi D’Agostino ha rallentato il tempo fino a fargli perdere i documenti. Nessuno sa più se L’Amour Toujours appartenga al 1999, al 2018 o alla prossima estate. Le hit hanno una data di scadenza; il folklore elettrico, evidentemente, no.

Hank Cignatta

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Sono la mente insana alla base di Bad Literature Inc. Giornalista pubblicista, Gonzo nell’animo, speaker radiofonico, peccatore professionista, casinista come pochi. Infesto il web con i miei articoli che sono dei punti di vista ( e in quanto tali condivisibili o meno) e ho una particolare predisposizione a dileggiare la normalità. Se volete saperne di più su di me e su Bad Literature Inc. leggete i miei articoli. Ma poi non dite che non siete stati avvertiti.

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