El Chapo: l’uomo che scavava tunnel sotto il sogno americano

El Chapo: l’uomo che scavava tunnel sotto il sogno americano

Polvere, fame e una montagna chiamata Sinaloa

Nascere poveri non è certo un crimine ma nascere poveri in un posto dove la legge è un’idea vaga e la sopravvivenza ha il sapore della polvere, quello sì che ha il sapore di una condanna. Joaquín Archivaldo Guzmán Loera viene al mondo nel 1957, tra le pieghe aride della Sierra Madre Occidentale, nello stato messicano di Sinaloa. Un posto dove il futuro, più che offrire promesse, è una minaccia costante.

Uno scorcio del paesaggio della Sierra Madre Occidentale

Suo padre coltivava papavero e marijuana, roba da contadini disperati e uomini senza alternative. L’infanzia di El Chapo non ha nulla di romantico: è una palestra di sopravvivenza. Fame, violenza domestica, una scuola abbandonata troppo presto. Il primo business è rudimentale: trasportare droga su muli attraversando le asprezze delle montagne del luogo. È lì che nasce il mito. Non nei palazzi, ma nei sentieri di fango.

La madre di El Chapo, Consuelo Loera. In un intervista ha dichiarato che fin da bambino El Chapo era ambizioso, desideroso di cambiare la sua situazione sociale

Il laboratorio del crimine: dal Cartello di Guadalajara a Sinaloa

Negli anni Ottanta il narcotraffico è un affare colombiano. La cocaina arriva da Medellín, dominata da figure come Pablo Escobar e passa per il Messico come un turista frettoloso. Ma qualcuno capisce che il corridoio può diventare un regno. El Chapo entra nel Cartello di Guadalajara, lavorando sotto Miguel Ángel Félix Gallardo.

Miguel Ángel Félix Gallardo, fondatore del cartello di Guadalajara nonché capo incontrastato del narcotraffico messicano negli anni Ottanta

Non è ancora il capo ma osserva, impara ed archivia. Quando il cartello si frantuma dopo gli arresti dei leader, il Messico smette di essere un ponte e diventa una centrale operativa. Nasce il Cartello di Sinaloa, e Guzmán diventa uno dei suoi architetti più spietati. Non solo traffico: logistica, distribuzione e controllo territoriale. È un’azienda globale con regole tribali.

Quando la Colombia arretra e il Messico prende il trono

La caduta del cartello di Medellín negli anni Novanta non è solo la fine di un uomo ma una redistribuzione del potere. Dopo la morte di Escobar avvenuta nel 1993, il sistema colombiano si spezza sotto la pressione combinata dello Stato e degli Stati Uniti. Il traffico non si ferma. Cambia pelle e le rotte si spostano. Prima erano i colombiani a comandare e i messicani a fare da intermediari. Poi i messicani alzano il prezzo del passaggio, pretendendo una percentuale in droga invece che in denaro. È una mossa chirurgica: accumulano prodotto e costruiscono reti, diventando autonomi. El Chapo cavalca questa transizione con una lucidità feroce. I confini tra Colombia e Messico non sono più solo geografici ma economici. E lui li piega come linee su una mappa personale.

L’impero: tunnel, miliardi e una rete invisibile

Il Cartello di Sinaloa sotto Guzmán diventa una macchina perfetta. Cocaina, eroina, metanfetamine, marijuana: tutto scorre. Ma il vero capolavoro è la logistica. Tunnel sotto il confine tra Messico e Stati Uniti, alcuni con ventilazione, illuminazione, perfino rotaie. Un sistema sotterraneo che sembra progettato da un ingegnere ossessionato e finanziato da un impero. El Chapo non è solo un boss. È un amministratore delegato del caos. Le sue operazioni si estendono negli Stati Uniti, in Europa, in Asia. La rivista Forbes lo inserisce tra gli uomini più potenti del mondo.

E poi, nel 2015, mentre mezzo pianeta lo cerca come si cerca un dio caduto, succede qualcosa che sembra scritto da uno sceneggiatore sotto acido. Sean Penn riesce a incontrarlo nella sua latitanza. Un’intervista clandestina, organizzata con l’aiuto dell’attrice Kate del Castillo, pubblicata poi su Rolling Stone.

Sean Penn(sinistra) insieme a El Chapo

Una cosa che trasuda giornalismo Gonzo da ogni paragrafo. El Chapo parla, si racconta, si costruisce un autoritratto che oscilla tra propaganda e confessione. È un cortocircuito surreale: Hollywood che stringe la mano al narcotraffico, la penna che si infiltra dove nemmeno le agenzie federali riescono ad arrivare. E secondo molti, proprio quell’intervista contribuisce a riaccendere i riflettori sulla sua posizione, accelerando la caccia all’uomo.

Primo arresto: il carcere come ufficio con sbarre

Nel 1993 in Guatemala arriva il primo arresto. Guzmán finisce in una prigione messicana. Ma il carcere non è una fine, è un trasferimento. Continua a gestire il cartello dall’interno. Telefoni, guardie corrotte, una struttura che non si spezza. Nel 2001, la fuga: nascosto in un carrello della lavanderia, esce dal carcere di Puente Grande come un fantasma che nessuno vuole vedere davvero. Il Messico capisce di avere un problema che è già troppo grande per essere contenuto.

Secondo arresto e la fuga che sembra un film malato

Nel 2014 dopo anni di latitanza, El Chapo viene catturato a Mazatlán. Il mondo tira un sospiro di sollievo che però dura poco.

Nel 2015, dal carcere di massima sicurezza di Altiplano, scompare. Non evapora: scende. Un tunnel lungo oltre un chilometro, scavato con precisione chirurgica, collegato alla doccia della sua cella. Moto su rotaie, ventilazione, luci. È una dichiarazione di guerra allo Stato.

Terzo arresto: la fine della corsa

Nel 2016 viene catturato di nuovo, questa volta dopo un’operazione militare. Non ci sono più tunnel pronti a salvarlo.

Nel 2017 viene estradato negli Stati Uniti. Il processo è un circo globale, una dissezione pubblica del narcotraffico. Nel 2019 arriva la condanna: ergastolo nel carcere di massima sicurezza ADX Florence, in Colorado.

Ma nelle aule del tribunale non passano solo numeri e rotte. Passano ombre. Testimonianze, racconti, brandelli di un sistema che non è solo traffico ma dominio assoluto sui corpi e sulle vite. Tra le deposizioni emergono accuse inquietanti su un sistema di sfruttamento sessuale organizzato: una figura indicata come “Comadre María” viene descritta da alcuni testimoni come intermediaria incaricata di procurare giovani ragazze per Guzmán, selezionate tramite fotografie e trasferite nelle zone montuose della Sierra Madre. Secondo queste testimonianze, per somme ingenti le vittime venivano condotte nei rifugi del cartello e sottoposte a violenze.

Un momento del processo raffigurato nel cosiddetto courtroom sketching, tradizione americana entrata in vigore negli anni ’30 dopo il clamore mediatico del processo per il rapimento del figlio di Charles Lindbergh. Il caos generato da flash e cineprese spinse l’American Bar Association a bandire i dispositivi fotografici, rendendo gli illustratori l’unico mezzo visivo disponibile.

Lo stesso nome, “Comadre María”, compare anche in dichiarazioni legate a presunti flussi di denaro destinati a funzionari di alto livello, tra cui accuse — mai dimostrate in sede giudiziaria — di un pagamento multimilionario all’ex presidente messicano Enrique Peña Nieto. Accuse respinte pubblicamente dallo stesso Peña Nieto, che ha sempre negato qualsiasi coinvolgimento.

L’ex presidente messicano Enrique Pena Nieto e El Chapo in una foto a confronto

Su “Comadre María”, però, il quadro resta nebuloso. Non esiste una figura ufficialmente identificata con questo nome nei documenti giudiziari principali: più che una persona definita, appare come un alias, un fantasma funzionale dentro le narrazioni dei collaboratori di giustizia. In un processo dove verità e strategia legale si mescolano, alcune di queste storie restano sospese, mai completamente verificate, ma abbastanza potenti da contribuire a costruire l’immagine di un sistema che travalica il traffico di droga e si addentra in territori ancora più oscuri.

Dopo Escobar: eredità o trasformazione?

Paragonare El Chapo a Pablo Escobar è inevitabile, ma riduttivo. Escobar era un re visibile, quasi folkloristico, con una relazione diretta con il popolo colombiano. Guzmán è l’opposto: discrezione, struttura, decentralizzazione. Se ha ereditato qualcosa non è il trono ma il vuoto. Dopo la morte di Escobar il narcotraffico ha bisogno di un nuovo modello. Meno spettacolare, più efficiente. Più azienda che impero personale. Il Cartello di Sinaloa incarna questa evoluzione. El Chapo non sostituisce Escobar: lo supera cambiando le regole del gioco.

Il fantasma che resta

Oggi Guzmán è chiuso in una cella che sembra progettata per cancellare l’identità. Ma il sistema che ha contribuito a costruire è ancora lì, più fluido, più difficile da colpire. Il Cartello di Sinaloa non è un uomo. È un organismo. E mentre il mondo si racconta che la storia è finita da qualche parte, sotto terra o sopra un confine invisibile, qualcuno sta già scavando il prossimo tunnel.

Hank Cignatta

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