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    The Offspring e quel punk pop tutto da riscoprire

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    Ascoltare i primi album dei The Offspring significa fare una lunga passeggiata lungo il viale dei ricordi in un periodo decisamente più spensierato e scevro da responsabilità, caratterizzato da ormoni carichi a pallettoni e dalla discesa delle gonadi comunemente chiamato adolescenza. Benché da quel periodo diversi soggetti soffrano ancora oggi di una forma acuta e tardiva di criptorchidismo (vi ho stupiti/e, eh?) sfociata in una grave forma di ignoranza senza possibilità alcuna di redenzione, l’ascolto delle maggior parte dei brani della band californiana proietta inevitabilmente indietro nel tempo.

    Il logo degli Offspring. Quando ero un ragazzino e la loro musica si sentiva ovunque in radio e su Mtv le magliette con il loro logo erano dappertutto e quasi introvabili

    Quando ero un imberbe pischello con il sogno di fare più casino di tutti e di farlo con un certo stile (ero una giovine ed esecrabile testa di cazzo) mai avrei pensato che quella band che faceva dimenare il didietro delle ragazze più carine della scuola e andare in palla la maggior parte dei miei coetanei arrivasse all’invidiabile traguardo di oltre trent’anni di attività nel panorama del pop punk.

    Gli Offspring in una foto degli anni Novanta

    I The Offspring sono considerati i portabandiera di quel filone di gruppi ( insieme a Green Day, Blink 182 e Rancid) capaci di portare le sonorità punk delle origini in una chiave moderna. Sono stati capaci di fare da traghettatori  tra quella che viene considerata la fine commerciale dell’età dell’oro del Grunge e il sound pop rock dei primi anni Duemila. Entrano a pieno titolo tra le band che hanno dato nuova linfa al College Rock, quel sottogenere diventato famoso grazie alla saga di American Pie.

    Brani  come Pretty fly (for a white guy), Come out and play, Self Esteem, The Kids Aren’t Alright e Why Don’t You Get A Job? sono, trasmessi di frequente da emittenti radiofoniche che non mancano mai di far notare la differenza tra questi classici moderni e alcune anonime sonorità moderne che hanno la pretesa di farsi definire musica. Che cazzo.

    I loro video giravano su Mtv, in televisione andavano in scena i drammi generazionali di Dawson’s Creek e le Spice Girls stavano iniziando a perdere sul pubblico quella presa che, fino a qualche anno prima, le avevano fatte diventare un fenomeno mondiale. In fin dei conti, non importa se i vostri capelli iniziano a diradarsi con infima rapidità, se non avete più lo smalto di un tempo nel riprendervi dalle imponenti sbornie di leggendari sabati sera o se vi siete messi ( o vi siete fatti mettere) un’aurea manetta all’anulare che vi riporta in modo violento e con i piedi per terra alla trista realtà: finché ci sarà della buona musica in grado di farvi alzare il volume e dimenarvi come adolescenti dall’ormone impazzito con l’occhio fecondante non sarete mai vecchi abbastanza.

    Hank Cignatta

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    Sono la mente insana alla base di Bad Literature Inc. Giornalista pubblicista, Gonzo nell’animo, speaker radiofonico, peccatore professionista, casinista come pochi. Infesto il web con i miei articoli che sono dei punti di vista ( e in quanto tali condivisibili o meno) e ho una particolare predisposizione a dileggiare la normalità. Se volete saperne di più su di me e su Bad Literature Inc. leggete i miei articoli. Ma poi non dite che non siete stati avvertiti.

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