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    Jackie Chan e la leggenda del dragone funambolo

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    Interno. Il mio appartamento. Notte. Punto svogliatamente il telecomando contro il mio televisore, alla ricerca di qualcosa che possa accompagnarmi velocemente verso quel sonno che rincorro da tutto il giorno ma che, al momento utile, si fa desiderare più di una bella donna. Mi insinuo sibillino tra programmi che hanno velleità di scoprire ricatti e drizzare torti di ogni genere nella Repubblica dell’Insolvenza, repliche di vecchi telefilm, film dalle trame impossibili e programmi dove l’unica cosa che conta è il livello massimo raggiunto dalle grida di chi viene chiamato come opinionista. Volendo giocare ad una sorta di roulette russa catodica, mi sento di dare ancora una possibilità al mio telecomando, un ultimo tentativo prima di dare la revolverata mortale al mio televisore e mandarlo a dormire fino al giorno successivo. Finisco su un film con co- protagonista Jackie Chan, intento a combattere nel vecchio West. Ed improvvisamente la mia ricerca finisce lì.

    Il taumaturgico potere soporifero della televisione di sera

    Quando si parla di cinema di arti marziali sono due le principali figure che vengono in mente: Bruce Lee e Jackie Chan. Lee ha portato una profonda e radicale rivoluzione nel cinema di arti marziali, modificandolo e segnandolo per tutta la durata della sua carriera cinematografica. Oltre ad essere attore, il primo è stato un grande artista marziale, fondatore dello stile di arti marziali sincretica non tradizionale Jeet Kune Do, imprenditore, grande atleta, filosofo nonché immensa fonte di ispirazione per marzialisti ed attori che si sono voluti affermare in questo genere cinematografico. A lui si devono alcune delle più importanti innovazioni in campo marziale e cinematografico per il genere dei cosiddetti film di Kung Fu, rendendo i combattimenti decisamente più realistici e meno statici. Jackie Chan ne ha, se vogliamo, raccolto l’eredità in termini di produzione cinematografica e di fama, in pochi anni arrivata in tutto il mondo.

    Un giovane Jackie Chan (a sinistra) e Bruce Lee, due dei più famosi attori di film di arti marziali al mondo e fonte di ispirazioni per generazioni future di marzialisti ed attori marziali

    Jackie Chan, al secolo Chang Kong-Sang, nasce ad Hong Kong da parte di genitori di umilissime origini, rifugiati della guerra civile cinese: suo padre era un cuoco in seguito impiegato presso l’ambasciata francese ad Hong Kong e sua madre una donna delle pulizie. i suoi genitori sono talmente poveri da essere costretti a chiedere soldi in prestito agli amici per poter provvedere al sostentamento del figlio, talmente iperattivo da essere chiamato dai suoi genitori pao-pao (pallina), per via del fatto che rimbalzava da una parte all’altra della casa con inesauribile energia. Il piccolo Chan viene iscritto alla scuola elementare di Nah-Hwa, dove viene bocciato al primo anno: in seguito a ciò i suoi genitori lo ritirano dalla scuola. Nel 1960 suo padre emigra in Australia a Camberra, per lavorare come capo cuoco presso la locale ambasciata americana mentre il giovane Jackie viene rispedito in Cina dove si iscrive ad una scuola dell’opera di Pechino, gestita dal maestro Yu Jim-yuen. Gli allenamenti sono molto duri e il maestro non è molto tenero con i suoi allievi: Jim-yen si rivela essere tirannico, esigendo moltissimo dai suoi allievi e spingendoli oltre i propri limiti. Basti pensare che una delle clausole del contratto di iscrizione all’accademia solleva il maestro in caso di morte degli allievi. Nonostante tutto Jackie tiene duro, si allena in maniera assidua ed eccelle nelle arti acrobatiche e in quelle marziali, diventando presto uno degli allievi migliori della scuola.

    Jackie Chan da bambino

    Proprio grazie alla sua bravura entra a far parte del gruppo delle Sette Piccole Fortune, gruppo composto dai sette migliori allievi della Pekin Opera School e che si esibiva in diversi spettacoli in varie parte della città: qui avevano modo di mettere in pratica il loro talento nel campo della recitazione, del canto, del ballo, delle arti marziali e delle acrobazie. Oltre a Jackie Chan, hanno fatto parte di questo gruppo anche i futuri artisti marziali e registi Sammo Hung (famoso per diversi film di arti marziali dal piglio comico dei quali ha curato regia e coreografie e di Sammo Law nel telefilm di fine anni Novanta Più Forte Ragazzi), Yuen Biao, Corey Yuen e Yuen Wah. Ben presto Jackie Chan diventa uno degli stuntmen più bravi e richiesti degli studios dei fratelli Shaw. Grazie proprio all’aiuto di Sammo Hung, il quale ha un brevissimo ruolo nel debutto Hollywoodiano di Bruce Lee, I Tre Dell’Operazione Drago, riesce ad ottenere anche lui una brevissima ma importante apparizione in quello che avrebbe reso Bruce Lee una leggendaria stella di prima grandezza e il film uno dei più famosi del genere.

    La sequenza de I Tre Dell’Operazione Drago dove Bruce Lee stritola Jackie Chan

    In seguito all’improvvisa morte di Bruce Lee avvenuta nel 1973, l’industria cinematografica di film di arti marziali cinese cerca in tutti i modi di trovare l’erede del Piccolo Drago: un’operazione titanica che si rivelerà a tutt’oggi infruttuosa, in quanto figura prominente ed inimitabile. Dopo aver preso parte ad alcuni film che si sono rivelati dei flop, Jackie Chan decide che è arrivato il momento di cambiare e di trovare qualcosa di nuovo per smarcarsi dall’ingombrante ombra di Lee. La grande occasione giunge nel 1978, dove ha un ruolo da protagonista nel film Il serpente all’ombra dell’aquila, diretto da Yuen Wo Ping. Qui per la prima volta ha la possibilità di mettere in scena gli elementi che saranno il marchio di fabbrica del suo stile: tecniche di kung fu miste a scene che fanno parte della tradizione del cinema muto con una spolverata di gag esilaranti. Il film ottiene un grande successo, il sequel Drunken Master, che ottiene addiriturra più successo del precedente e consacra definitivamente la figura di Jackie Chan come star dei film di arti marziali capaci di strappare un sorriso. Da qui seguono una serie di film che sono un grande successo in patria: Jackie Chan tenta negli anni Ottanta anche la consacrazione in America con film come Chi tocca il giallo muore (regia di Robert Clouse, lo stesso de I Tre Dell’Operazione Drago) e La corsa più pazza d’America I & II, senza però ottenere i risultati sperati. La grande occasione per far si che anche Hollywood si accorga definitivamente del Drago Funambolo arriva nel 1998 con Rush Hour- Due Mine Vaganti, una commedia poliziesca (o buddy cop, come dicono quelli bravi) dove recita accanto al comico americano Chris Tucker e che diventerà un classico del genere insieme ai suoi sequel Rush Hour 2- Colpo Grosso al Drago Rosso del 2001 e Rush Hour- Missione Parigi del 2007.

    Nel corso degli anni la figura di Jackie Chan è diventata sempre più leggendaria, grazie anche al suo stile che unisce i canoni dei film di arti marziali con sketch comici e scene di stunt che lo stesso Chan realizza in prima persona, rischiando anche la vita (come accaduto sul set del film Armour of God del 1986 dove rimediò un serio infortunio al cranio che rischiò di ucciderlo). Chan non banalizza la tradizione marziale: apporta invece valori aggiunti ad un genere cinematografico che, in seguito alla morte di Bruce Lee, si destreggiava tra troppi cloni e figure che non erano realmente in grado di proporre qualcosa di nuovo. Jackie Chan è una sorta di Buster Keaton del cinema di arti marziali, dove ha più volte dimostrato di essere attore di prima grandezza in tutte le diverse sfumature dei film ai quali ha preso parte. Ha lasciato e continua a lasciare il segno nella cinematografia cinese e mondiale per mezzo del suo stile unico e mai banale che è stato riconosciuto anche dall’Academy che, nel 2017, lo ha insignito di un Oscar alla carriera. La leggenda del Drago Funambolo Jackie Chan è una storia tutta da guardare, film dopo film e combattimento dopo combattimento. Senza dimenticarsi mai del prezioso insegnamento che, una giornata senza sorriso è una giornata persa. E anche in questo Jackie Chan è sicuramente un maestro.

    Hank Cignatta

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    Sono la mente insana che sta alla base di Bad Literature Inc. Giornalista pubblicista, Gonzo nell’animo, speaker radiofonico, peccatore professionista, casinista come pochi. Infesto il web con i miei articoli che sono dei punti di vista ( e in quanto tali condivisibili o meno) e ho una particolare predisposizione a dileggiare la normalità. Se volete saperne di più su di me e su Bad Literature Inc. e volete proprio farvi del male, leggete i miei articoli. Ma poi non dite che non siete stati avvertiti.

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