Yakuza moderna, il tramonto dei padrini giapponesi
Per mandare a puttane una mitologia criminale possono bastare venticinque carte Pokémon. Nell’aprile 2024, a Tokyo, la polizia ha arrestato un esponente di un gruppo affiliato alla Sumiyoshi-kai con l’accusa di aver rubato merce che comprendeva proprio quelle carte. Fra tutta la roba che il cinema ci ha insegnato ad aspettarci da un gangster giapponese, il bottino da collezionista mancava. La notizia, raccontata da Le Monde, sembra scritta apposta per rovinare la cena agli adoratori del criminale d’onore.

Un arresto non descrive un’intera organizzazione e il collezionismo muove soldi veri. Eppure quell’episodio apre una crepa nella cartolina: attraverso il buco si vede una malavita che deve procurarsi denaro, adattarsi, sopravvivere. Il problema delle cartoline è che, a furia di guardarle, finiamo per scambiarle con il paesaggio. La Yakuza moderna abita questa distanza fra quello che vorremmo vedere e quello che conviene guardare. Noi cerchiamo draghi tatuati, giuramenti, silenzi pesanti e uomini capaci di sacrificarsi per una promessa. Nelle sue attività reali bisogna cercare soprattutto chi incassa, chi obbedisce e chi paga senza aver scelto di partecipare. L’onore, prima di commuoverci, dovrebbe almeno mostrarci la contabilità.

La Yakuza discende davvero dai samurai?
La scorciatoia più comoda racconta di guerrieri rimasti senza padrone che, chiusa la stagione delle spade, avrebbero trasferito il mestiere nel crimine. Ma la storia è più intricata. Il Giappone dei samurai ospitava anche bande di uomini d’arme, gruppi di autodifesa urbana e popolazioni ai margini dell’ordine sociale; trasformare questi intrecci in un passaggio diretto dal servizio feudale al racket significa stirare parecchio le prove. Fra le radici principali dei gruppi poi confluiti nella Yakuza troviamo, durante il periodo Edo, i bakuto, legati al gioco d’azzardo e i tekiya, attivi nel commercio ambulante e nell’organizzazione dei mercati.

Intorno alle scommesse e alle bancarelle si sviluppavano gerarchie, protezione e controllo economico. Una parte dell’autorappresentazione yakuza si richiama inoltre ai machi-yakko, figure celebrate come difensori della gente comune contro i soprusi. La continuità storica è controversa; la sua utilità propagandistica è molto più evidente. Come osserva Edward Reilly nel suo studio sulla legislazione antimafia giapponese, quel racconto permette ai clan di attribuirsi una funzione benevola e una rispettabilità tradizionale.

Il confronto con i samurai serve dunque soprattutto a capire come viene costruita un’identità. Un codice può prescrivere coraggio, disciplina e fedeltà senza proteggere minimamente chi sta fuori dal gruppo. Giurare di morire per il proprio capo dice qualcosa sul rapporto con il capo; sulla sorte del commerciante che deve pagarlo dice molto meno.
La famiglia criminale e il prezzo della fedeltà
Il legame fra oyabun e kobun, il capo investito di un ruolo paterno e il subordinato assimilato a un figlio, organizza l’appartenenza attraverso una parentela simbolica.

Il sakazuki, lo scambio rituale delle coppe di sake, sancisce vincoli e gerarchie. Sono pratiche documentate, cariche di significato per chi vi partecipa, e ridurle a una recita sarebbe un altro modo di capire poco. Le osservazioni di Raz mostrano quanto questa struttura familiare attraversi cerimonie, linguaggio e vita dell’organizzazione.

Il guaio comincia quando dall’intensità di un legame deduciamo automaticamente la sua bontà. Anche una famiglia può essere un posto terribile in cui crescere. La promessa di protezione crea un debito, l’accoglienza impone un’obbedienza e il riconoscimento ricevuto dall’alto può diventare la cosa per cui accetti di fare del male a qualcuno che non conosci. È un meccanismo che possiamo comprendere senza vestirlo di nobiltà. La solitudine di chi entra, il bisogno di appartenere e persino l’affetto fra alcuni membri meritano di essere raccontati. Meritano lo stesso spazio le persone sulle quali quella solidarietà interna scarica il proprio costo.

Dal dopoguerra agli affari del Giappone “ricco”
La trasformazione decisiva passa attraverso il Giappone moderno. Nel caos successivo alla Seconda guerra mondiale, le famiglie criminali si consolidano in organizzazioni più grandi; durante la bolla economica degli anni Ottanta si espandono nella finanza e nell’immobiliare. Dopo lo scoppio della bolla trovano opportunità anche nel recupero dei crediti deteriorati. Il passaggio conta più di qualsiasi cambio d’abito. Fra controllare un mercato e interferire in un affare immobiliare cambiano la scala, gli interlocutori e gli strumenti, mentre la forza resta spendibile. Può bastare sapere chi rappresenta l’uomo seduto dall’altra parte del tavolo perché una trattativa smetta di essere libera.

La Yakuza diventa così anche una domanda scomoda rivolta alla società rispettabile: quanto vale la distanza dal crimine, quando qualcuno è disposto a pagarlo perché risolva un problema? Il gangster prospera pure dentro questa disponibilità, fra persone che tengono moltissimo alle mani pulite e molto meno a sapere chi sporca le proprie per loro.
Quanti sono oggi gli yakuza e di che cosa vivono
Alla fine del 2025, la National Police Agency giapponese contava circa 17.600 membri e associati, contro i 18.800 dell’anno precedente. Gli appartenenti effettivi erano circa 9.400, gli associati e le altre figure collegate circa 8.200. Nel 1991 il totale arrivava a 91.000. Sono i dati del rapporto ufficiale sul crimine organizzato pubblicato nell’aprile 2026: descrivono una contrazione enorme, pur senza misurare da soli tutto il potere economico rimasto.

“Yakuza”, inoltre, indica un insieme di organizzazioni, fra cui Yamaguchi-gumi, Sumiyoshi-kai e Inagawa-kai, con gruppi subordinati, alleanze e rivalità. Immaginarla come un’unica azienda con un solo amministratore delegato porta fuori strada. Anche il declino si distribuisce in modo diseguale: perdere uomini non significa che ogni rete di contatti o ogni fonte di reddito sparisca con loro.

Estorsioni, traffico di stupefacenti, gioco illegale e frodi restano parte delle attività dei clan. Il profilo del Giappone nel Global Organized Crime Index segnala ancora il prelievo di denaro da ristoranti, locali e attività informali, oltre ai rapporti fra criminalità e settori dell’economia notturna. La protezione venduta può intrecciarsi con minacce e ricatti: chi compra tranquillità deve fare i conti con il potere di chi la vende.
Le frodi rendono particolarmente indigesta la favola dei difensori dei deboli. Nelle truffe contro gli anziani, documentate anche dalla Associated Press, il denaro arriva sfruttando fiducia, paura e vulnerabilità. Vale la pena fermarsi sul risultato umano, prima di tornare ad ammirare il tatuaggio: una persona può perdere i risparmi e insieme la fiducia nel proprio giudizio, vergognandosi perfino di esse. l ruolo attuale della Yakuza risiede quindi nella capacità, ancora esistente ma ridimensionata, di ricavare profitto dai mercati illegali e di condizionare quelli legali. L’immagine del grande padrone delle strade racconta soltanto una parte del problema; seguire gli affari e le dipendenze economiche permette di vedere molto di più.

Quando essere riconoscibili diventa un handicap
Per molto tempo i clan hanno potuto esibire sedi, insegne e identità riconoscibili. Quella visibilità contribuiva al loro potere: la reputazione intimidatoria funzionava anche senza dover ricorrere continuamente alla violenza. La legge contro i boryokudan, approvata nel 1991 ed entrata in vigore nel 1992 e le successive ordinanze di esclusione hanno progressivamente ristretto i rapporti fra clan, imprese e cittadini. Il sistema colpisce attività e finanziamenti senza rendere automaticamente reato la semplice appartenenza. Le clausole contrattuali contro i legami criminali hanno inoltre reso difficili operazioni ordinarie come ottenere servizi bancari o un affitto. Il quadro è ricostruito dallo studio di Reilly e dall’analisi di Nippon.com sull’esclusione sociale.

Il risultato ha qualcosa di ferocemente prosaico. Il nome che faceva abbassare gli occhi può diventare il motivo per cui un contratto viene rifiutato. Il prestigio interno continua a esistere, ma fuori dall’organizzazione rischia di funzionare come un marchio che chiude porte. Anche il crimine deve confrontarsi con la differenza fra sentirsi potente e riuscire a vivere da potente.
Come la popolazione giapponese percepisce la Yakuza
Attribuire ai giapponesi un’unica opinione sarebbe comodo quanto sbagliato. Esistono fascinazione culturale, paura, ostilità e forme residue di tolleranza. Le ricerche sulla visibilità dei clan e il descrivono però un ambiente sociale meno permissivo verso il loro radicamento. L’immagine pubblica del fuorilegge tradizionale convive con la consapevolezza dei danni prodotti dalle organizzazioni. Si può amare un personaggio criminale sullo schermo senza desiderarne uno sul pianerottolo. Da spettatori possiamo concederci il lusso di appassionarci a una lealtà disperata; chi subisce una richiesta di denaro deve decidere come proteggere la propria attività e la propria famiglia. La distanza cambia tutto, soprattutto il significato della parola “rispetto”, che può nascondere ammirazione oppure il calcolo di chi vuole evitare guai.

A complicare il giudizio ci sono anche fatti autentici. Dopo il terremoto e lo tsunami del 2011, alcuni gruppi yakuza inviarono aiuti alle zone colpite. Quelle forniture servirono a persone reali. Riconoscerlo non impone di adottare la biografia autorizzata dei benefattori. Un gesto utile può produrre gratitudine e migliorare una reputazione senza cancellare le altre attività di chi lo compie. È proprio la coesistenza a rendere questa storia interessante: la stessa organizzazione può soccorrere una comunità e danneggiarne un’altra. Il giornalismo dovrebbe riuscire a tenere insieme entrambe le cose, anche quando una versione più semplice farebbe vendere meglio il personaggio.
Tokuryu, il crimine che recluta attraverso uno schermo
Il ridimensionamento dei clan non ha lasciato dietro di sé una distesa di innocenza. Le autorità giapponesi dedicano crescente attenzione ai tokuryu, gruppi criminali anonimi e fluidi. Il rapporto NPA sul 2025 descrive nuclei organizzativi difficili da identificare ed esecutori reclutati di volta in volta, anche online. Documenta inoltre collegamenti con membri ed ex membri della Yakuza: la separazione fra i due mondi è permeabile. Una delle porte d’ingresso sono gli yami baito, annunci di lavori oscuri che possono trasformarsi in reclutamento per truffe e rapine. Alcuni partecipanti vengono poi trattenuti nel circuito attraverso minacce. Le persone coinvolte possono conoscere soltanto una porzione dell’operazione e ignorare l’identità di chi impartisce gli ordini.

Qui la promessa di appartenere a una famiglia può perfino diventare superflua: basta il bisogno immediato di denaro. La fedeltà richiede tempo, relazioni, manutenzione; una persona ricattabile può essere impiegata e sostituita. Il salto è anche questo, dalla costruzione dell’affiliato al consumo dell’esecutore. Sarebbe però ingenuo leggere ogni nuova rete come la prova che i vecchi clan sono stati cancellati. Il calo degli appartenenti ufficiali e la persistenza di contatti informali suggeriscono una domanda più impegnativa: quanto crimine viene eliminato e quanto cambia soltanto forma? Un’organizzazione meno riconoscibile può perdere prestigio pubblico e guadagnare spazio nell’ombra.
Uscire dal clan e trovare ancora tutte le porte chiuse
Dentro questa trasformazione rimangono persone che cercano davvero di lasciare la criminalità. Il sociologo Noboru Hirosue ha descritto gli ostacoli incontrati dagli ex affiliati nel trovare lavoro, una casa e accesso ai servizi. Nella sua analisi per Nippon.com, pubblicata nel 2018, avvertiva che esclusione e stigma possono ostacolare il reinserimento anche dopo l’uscita dal gruppo. La questione resta essenziale per valutare qualsiasi politica antimafia: invitare qualcuno a cambiare vita serve a poco se la vita disponibile fuori continua a respingerlo. Pretendere responsabilità per i reati commessi e rendere possibile un’esistenza lecita sono due esigenze che devono riuscire a stare nella stessa frase.

La Yakuza moderna porta addosso il peso di questa contraddizione, oltre a quello della propria storia. Conserva rituali e rapporti di appartenenza, perde uomini e accettazione sociale, incontra concorrenti che sanno fare affari senza costruirsi una leggenda. Quanto all’eredità dei samurai, il conto va presentato a chi continua a vendercela come una garanzia morale. Possiamo apprezzare il cinema, i racconti e la bellezza di un drago disegnato sulla pelle. Poi conviene abbassare lo sguardo fino alle mani, seguire il denaro che si scambiano e vedere dove finisce. Perché mentre noi discutiamo dell’onore di un gangster, qualcuno sta ancora pagando il prezzo di averlo incontrato.
Hank Cignatta
Riproduzione riservata ©
Post a Comment
Devi essere connesso per inviare un commento.
