Christina Aguilera, la bellezza di una voce libera
Nel 2002 il pop americano aveva un problema urgentissimo: il culo di Christina Aguilera. Nel video di Dirrty lei ballava dentro un ring, con i chaps e l’aria di chi aveva finalmente scelto i propri vestiti, mentre una parte del mondo riscopriva solidissimi principi morali. Mi colpisce ancora la sproporzione: tanto allarme per la pelle esposta, così poca curiosità per la musicista che stava prendendo il controllo del proprio lavoro. Dietro quella provocazione c’era Stripped, un disco pieno di desiderio, rabbia e vulnerabilità, destinato a dare alla sua voce qualcosa di molto più impegnativo da fare che impressionare una giuria.
Christina Aguilera prima di Xtina: il soul dentro la Disney

Nata a Staten Island il 18 dicembre 1980 con radici ecuadoriane da parte paterna la Aguilera cresce soprattutto in Pennsylvania. La musica diventa un rifugio da un’infanzia segnata dalle violenze domestiche che avrebbe raccontato pubblicamente. A nove anni canta Etta James a Star Search;
dal 1993 passa attraverso il Mickey Mouse Club, insieme a Britney Spears, Justin Timberlake e Ryan Gosling. Sotto la disciplina televisiva c’è già una ragazzina innamorata di una musica molto più adulta di lei.
Nel 1998 interpreta Reflection per Mulan
e nel 1999 l’album Christina Aguilera la porta al centro del mercato. Genie in a Bottle, What a Girl Wants e Come On Over Baby (All I Want Is You) raggiungono il primo posto americano; nel 2000 arriva il Grammy come miglior nuova artista. Il pop adolescenziale ha trovato una cantante con un motore spropositato: basta I Turn to You per sentire quanto spazio reclama quella voce dentro arrangiamenti progettati per piacere subito.
Da Genie in a Bottle a Lady Marmalade
Il 2000 contiene già due deviazioni: Mi Reflejo, in spagnolo, premiato l’anno successivo con un Latin Grammy, e My Kind of Christmas.
Le radici latine entrano nel catalogo mentre il disco natalizio permette alla cantante di misurarsi con un repertorio diverso.
Nel 2001 arriva il duetto con Ricky Martin, Nobody Wants to Be Lonely, seguito dalla detonazione di Lady Marmalade con Pink, Mýa e Lil’ Kim per Moulin Rouge!. Lì Aguilera può finalmente esagerare dentro una canzone che regge l’urto: funk, teatralità, una sensualità dichiarata e quattro personalità vocali riconoscibili. Il risultato raggiunge la vetta americana e vince un Grammy; quella cantante comincia a sembrare decisamente poco interessata a restare nella bottiglia.
Stripped: il corpo, la rabbia e la ferita di Beautiful
Con Stripped del 2002 Aguilera assume un ruolo centrale nella scrittura e nella direzione artistica. Dirrty, con Redman, è il primo impatto, e la reazione alla sua sessualità finisce per occupare uno spazio enorme. Anni dopo avrebbe ricordato anche le pressioni dell’ambiente sul proprio peso: l’adolescente venduta al pubblico diventava il modello fisico al quale pretendere che la donna adulta continuasse ad assomigliare.
Il disco merita orecchie migliori: Fighter trasforma il risentimento in spinta rock, Can’t Hold Us Down con Lil’ Kim affronta il doppio standard sessuale, The Voice Within cerca una fiducia faticosa. Beautiful, scritta da Linda Perry, trova invece la sua forza nella fragilità: anche quando la voce sale, si sente qualcuno che ha bisogno di credere alle parole che canta. Il video di Jonas Åkerlund porta sullo schermo corpi giudicati, emarginazione e identità queer; il brano diventa un riferimento per il pubblico LGBTQ+ e conquista un Grammy.
È questo che rende Stripped il suo disco decisivo: la stessa persona può desiderare, incazzarsi, avere paura e cercare conforto senza dover scegliere una sola faccia da mettere in copertina.
Back to Basics: quando il passato prende ritmo
Nel 2006 Back to Basics cambia abiti e suono. Il doppio album accosta soul, jazz, blues e immaginario da vecchia Hollywood alla produzione contemporanea, con DJ Premier e Linda Perry fra gli artefici principali. Ain’t No Other Man incastra fiati e ritmo con una precisione fisica, Candyman gioca con lo swing e Hurt dilata il rimpianto fino a renderlo quasi insostenibile.
Qualche eccesso resta, perché Aguilera ha spesso la tentazione di sottolineare una frase tre volte quando ne basterebbe una. Ma qui l’abbondanza ha un ambiente adatto, e il dialogo fra campionamenti e strumenti rende il repertorio vivo. Le collaborazioni con Herbie Hancock e Andrea Bocelli confermano l’ampiezza dei suoi interessi; la raccolta Keeps Gettin’ Better: A Decade of Hits, nel 2008, apre invece una porta all’elettronica.
Bionic e Burlesque: il rischio e lo spettacolo
Quella porta conduce a Bionic, nel 2010, con contributi di M.I.A., Ladytron e Le Tigre. Aguilera cerca sintetizzatori, voci trattate e nuove possibilità per uno strumento che il pubblico associa soprattutto alla potenza. Il coinvolgimento di questi artisti rende il progetto più curioso di quanto suggerisca la successiva etichetta di fallimento.
La difesa d’ufficio, però, serve a poco: fra Elastic Love, le provocazioni da club e una ballata come You Lost Me, il disco fatica a trovare continuità e le vendite deludono rispetto ai precedenti successi.
Nello stesso anno il musical cinematografico Burlesque, accanto a Cher, mette a frutto un’altra sua qualità: occupare il palcoscenico con tutto il corpo. La trama sa di già visto, ma quando attacca Something’s Got a Hold on Me il debito verso Etta James diventa una presenza concreta. Ascoltare perr credere.
The Voice, Lotus e la forza di Say Something
Dal 2011 The Voice le offre una nuova centralità televisiva. Lotus, nel 2012, tenta il rilancio pop con Your Body, senza ritrovare la personalità dei dischi migliori. A imporsi sono soprattutto le collaborazioni: Moves Like Jagger con i Maroon 5 nel 2011, Feel This Moment con Pitbull nel 2013 e, nello stesso anno, Say Something con A Great Big World. Quest’ultima le vale un altro Grammy, nel 2015.
In Say Something succede una cosa preziosa: Aguilera lascia respirare la canzone, entra con delicatezza e condivide lo spazio. La cantante famosa per la potenza dimostra quanto possa fare trattenendola. Intanto duetta con Lady Gaga in Do What U Want, compare nella serie Nashville e ritrova la disco con Nile Rodgers in Telepathy, per The Get Down. La carriera procede per strade laterali, alcune più interessanti del viale principale.
Liberation e Aguilera: riprendersi il proprio nome
Liberation, nel 2018, rimette al centro soul, R&B e hip hop. Con collaboratori come Kanye West e Anderson .Paak, Aguilera cerca una forma meno prevedibile; Fall in Line, insieme a Demi Lovato, torna sulle aspettative imposte alle donne. Il risultato è discontinuo ma contiene una voglia di ricerca che al pop ben confezionato di Lotus mancava.
Nel 2020 torna a Mulan con una nuova Reflection e Loyal Brave True. Nel 2022 Aguilera, articolato nei capitoli La Fuerza, La Tormenta e La Luz, riprende il percorso in spagnolo attraverso ballate, ritmi urbani e tradizione messicana. In Pa Mis Muchachas incontra Becky G, Nathy Peluso e Nicki Nicole; con Christian Nodal canta Cuando Me Dé la Gana. Il Latin Grammy al miglior album vocale pop tradizionale riconosce questa nuova fase del rapporto con le proprie radici.
Christina Aguilera oggi: cosa resta quando passa lo scandalo
Le residenze di Las Vegas, da The Xperience nel 2019 al Voltaire fra 2023 e 2024, sviluppano la sua dimensione di interprete e intrattenitrice. Nel 2024 festeggia i venticinque anni del debutto rileggendone i brani per Spotify, anche con Sabrina Carpenter: un incontro che rende visibile il passaggio fra generazioni cresciute davanti agli stessi microfoni televisivi. Seguono il coinvolgimento come produttrice esecutiva nell’adattamento teatrale di Burlesque, approdato nel West End nel 2025, e il film concerto Christmas in Paris, uscito nello stesso anno. Il catalogo continua a trovare forme diverse per vivere davanti a un pubblico
La parte migliore della carriera di Christina Aguilera sta tutta nella distanza fra Dirrty e Beautiful, due canzoni dello stesso disco che raccontano una donna capace di esibire il proprio desiderio e confessare le proprie insicurezze. Ascoltarle insieme aiuta a capire quanto fosse misera la discussione intorno ai suoi vestiti. Poi sono arrivati altri grandi brani, dischi meno riusciti e qualche acuto di troppo, ma quel risultato resta: aver dato a chi ascoltava lo spazio per riconoscersi anche nei sentimenti meno presentabili. E averlo fatto dentro il pop da milioni di copie, dove persino la ribellione viene spesso consegnata con le istruzioni per l’uso.
Hank Cignatta
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