Top Gun, l’ultima vera religione americana

Top Gun, l’ultima vera religione americana

Nell’estate del 1986 l’America aveva il sorriso bianco smagliante dei dentifrici venduti in televisione, i Ray-Ban a specchio, le bandiere che sventolavano sopra le concessionarie Cadillac e una paura fottuta di perdere il controllo del cielo. Ronald Reagan parlava di imperi del male mentre MTV trasformava qualsiasi cosa in un videoclip. E da qualche parte, tra il rumore dei motori e la polvere delle piste militari, un uomo di nome Tony Scott prese la guerra fredda, la infilò dentro un jet da combattimento e la trasformò in pornografia cinematografica per masse affamate di velocità.

Top Gun non è soltanto un film. È un odore. Benzina avio, sudore, pelle consumata dal sole della California e whisky bevuto male in un bar illuminato al neon. È il momento esatto in cui Hollywood smise di filmare gli aerei e iniziò a trasformarli in rockstar. Prima di Top Gun i caccia erano macchine da guerra; dopo Top Gun erano sex symbol capaci di vendere sogni, arruolamenti e occhiali da sole.

Tony Scott, il pirata del cinema che filmava come un allucinato

Per capire Top Gun bisogna capire Tony Scott. Fratello minore di Ridley Scott, cresciuto artisticamente all’interno di una famiglia ossessionata dall’immagine, Tony non girava scene: dipingeva scariche di adrenalina. Ogni inquadratura sembrava attraversata da un corto circuito elettrico. Fumo ovunque, tramonti arancioni, controluce aggressivi, volti illuminati come santi pagani dentro una cattedrale meccanica. Quando i produttori della Paramount Pictures gli affidarono Top Gun volevano un film militare accessibile al grande pubblico. Scott consegnò qualcosa di molto più pericoloso: un videoclip lungo quasi due ore che sembrava diretto sotto effetto di anfetamine e jet fuel.

La leggenda racconta che il regista rimase folgorato osservando i caccia decollare dalla portaerei USS Enterprise. Iniziò a filmare gli F-14 Tomcat come fossero animali mitologici. Non semplice hardware militare ma creature vive, sensuali, feroci. Il cielo di Top Gun non è realistico. È erotico. Ed è qui che Tony Scott cambiò il linguaggio del blockbuster moderno. Senza Top Gun probabilmente non esisterebbero molti dei film action contemporanei costruiti sulla mitologia dell’immagine estrema, del montaggio musicale e della fotografia iper-stilizzata. Scott capì prima di chiunque altro che il pubblico non voleva assistere alla realtà: voleva esserne travolto.

Tom Cruise prima di diventare immortale

Pete “Maverick” Mitchell diventò il ruolo che trasformò Cruise in un’icona globale. Prima di Top Gun era una promessa. Dopo Top Gun era il volto definitivo dell’America anni Ottanta: arrogante, competitivo, sexy, irresponsabile e disperatamente convinto di poter battere la morte con abbastanza velocità.

Maverick funziona perché Cruise lo interpreta come un randagio incapace di stare fermo. Ride troppo, provoca continuamente, sfida ogni autorità possibile. Ma sotto quella superficie da cowboy dell’aria vive un uomo terrorizzato dal peso dell’eredità paterna. Il padre di Maverick è un fantasma che perseguita ogni manovra, ogni errore e ogni missione. Cruise recita con il corpo prima ancora che con la voce. Corre. Suda. Morde le parole. Si muove come se il pavimento potesse esplodere da un momento all’altro. La macchina da presa di Tony Scott lo ama in modo quasi osceno.

Val Kilmer e il gelo perfetto di Iceman

Poi arriva Val Kilmer. Biondo. Glaciale. Immobile come un coltello infilato nel tavolo. Tom Cruise era il fuoco. Kilmer era l’azoto liquido. Tom “Iceman” Kazansky è uno dei grandi rivali della storia del cinema americano perché non è un villain. È qualcosa di peggio: un professionista impeccabile. Non sbaglia. Non perde il controllo. Non si lascia dominare dall’ego. Dove Maverick vive di istinto, Iceman vive di disciplina. Kilmer interpretò il personaggio con una sicurezza quasi irritante, trasformandolo immediatamente in un’icona pop. Eppure il bello sta tutto lì: Iceman non odia Maverick. Lo teme. Sa che quel pilota spericolato possiede qualcosa di incontrollabile che potrebbe distruggere chiunque gli stia accanto oppure trasformarlo nel migliore.

La tensione tra Cruise e Kilmer regge buona parte del film. È rivalità professionale, sfida maschile, guerra psicologica da spogliatoio militare. Tony Scott la filma con una sensualità che negli anni ha alimentato fiumi di interpretazioni culturali, critiche e accademiche. E nel frattempo il pubblico impazziva.

La colonna sonora che conquistò il pianeta

Se togli la musica a Top Gun resta un grande film. Se aggiungi quella colonna sonora, il film diventa leggenda. La soundtrack di Top Gun è una delle più importanti mai prodotte a Hollywood perché non accompagna semplicemente le immagini: le trasforma in mitologia pop.

“Danger Zone” di Kenny Loggins spalanca il film come una dose massiccia di adrenalina sintetica. Chitarre, motori, ritmo martellante. Ancora oggi bastano pochi secondi per evocare F-14 che decollano contro il tramonto.

Poi arriva “Take My Breath Away” degli Berlin, prodotta da Giorgio Moroder. Una ballata elettronica sospesa tra romanticismo e malinconia che conquistò l’Academy Awards vincendo l’Oscar per la miglior canzone originale.

Uno dei battiti cardiaci nascosti della colonna sonora di Top Gun è anche “Top Gun Anthem”, il tema strumentale composto da Harold Faltermeyer con l’assolo di chitarra firmato da Steve Stevens. Un pezzo che riesce nell’impresa quasi impossibile di essere contemporaneamente epico, malinconico e feroce. Faltermeyer, già autore di temi diventati simbolo assoluto degli anni Ottanta come quello di Beverly Hills Cop, costruì una melodia sintetica sospesa tra romanticismo e tensione militare, mentre Stevens — storico collaboratore di Billy Idol — trasformò la chitarra elettrica in un urlo metallico capace di evocare velocità, solitudine e gloria. Ogni nota del brano sembra riflettere il sole sulla carlinga di un F-14 lanciato sopra l’oceano. Ancora oggi, quando parte quel riff dilatato e quasi extraterrestre, Top Gun smette di essere un semplice film e torna immediatamente a essere uno stato mentale.

La colonna sonora vendette milioni di copie e diventò una specie di manifesto sonoro degli anni Ottanta. Top Gun comprese prima di altri che cinema e musica pop potevano fondersi fino a diventare un’unica esperienza culturale MTV divorò tutto il pacchetto e lo restituì al mondo come fenomeno globale.

Un film che cambiò l’immaginario americano

L’impatto culturale di Top Gun fu gigantesco. Dopo l’uscita del film la Marina statunitense registrò un aumento clamoroso delle richieste di arruolamento. I cinema americani installavano perfino stand promozionali militari all’uscita delle sale. Il film ridefinì l’estetica dell’eroe action moderno. Giubbotti bomber, occhiali Aviator, motociclette Kawasaki, sorrisi arroganti, muscoli illuminati dal tramonto. Tutto venne assorbito dalla cultura pop.

Top Gun influenzò pubblicità, videoclip musicali, moda e perfino il modo in cui Hollywood avrebbe filmato l’azione nei decenni successivi. Ogni blockbuster iper-patinato deve qualcosa alla furia visiva di Tony Scott.

Eppure, dentro tutta quella superficie scintillante, vive anche un film sorprendentemente malinconico. La morte di Goose spezza l’euforia come una bottiglia contro il muro. Per qualche minuto Top Gun smette di essere una fantasia testosteronica e mostra il trauma, la colpa, la paura di fallire. Forse è anche questo che lo ha reso immortale.

Top Gun: Maverick, il sequel impossibile diventato miracolo

Quando Hollywood annunciò Top Gun: Maverick molti pensarono all’ennesima riesumazione nostalgica senz’anima. Un’operazione da studio disperato pronto a vendere ricordi ai quarantenni. Poi il film uscì nelle sale e zittì quasi tutti. Diretto da Joseph Kosinski, Top Gun: Maverick riuscì nell’impossibile: raccogliere l’eredità del classico senza trasformarlo in caricatura.

Tom Cruise tornò nel ruolo di Maverick con addosso tutto il peso del tempo passato. Non più il ragazzo spericolato degli anni Ottanta, ma un uomo incapace di invecchiare davvero, aggrappato al cielo come ultimo rifugio contro la modernità. Il film recuperò il linguaggio spettacolare del cinema analogico. Veri jet, vere accelerazioni, vere riprese in volo. Cruise insistette affinché gli attori affrontassero addestramenti estremi per rendere credibili le scene aeree. In un’epoca dominata dalla computer grafica sterile, Maverick riportò il pubblico dentro il corpo fisico dell’azione.

E poi arrivò quel momento devastante: il ritorno di Val Kilmer nei panni di Iceman. Kilmer, segnato nella vita reale dalla malattia, trasformò una breve scena in qualcosa di immensamente più potente di qualsiasi combattimento aereo. Due vecchi guerrieri che si guardano sapendo che il tempo ha vinto quasi tutto. Quasi.

Il ritorno al cinema per il quarantesimo anniversario

Quarant’anni dopo la sua uscita, Top Gun è tornato nelle sale cinematografiche per celebrare il proprio anniversario, dimostrando quanto sia ancora vivo nell’immaginario collettivo. Non è semplice nostalgia. La nostalgia da sola non riempie i cinema. Top Gun continua a funzionare perché appartiene a una categoria rarissima di opere capaci di sopravvivere ai cambiamenti culturali senza perdere identità. I giovani spettatori vedono un action movie feroce e stilizzato. Chi era presente negli anni Ottanta ritrova invece un pezzo di vita, un’America che forse non è mai esistita davvero ma che il cinema ha reso reale abbastanza da poterla ricordare.

Rivederlo oggi significa osservare un’epoca in cui Hollywood produceva spettacoli giganteschi senza vergognarsi della propria emotività. Nessun cinismo postmoderno. Nessuna ironia paralizzante. Solo cinema che voleva travolgere il pubblico come un jet lanciato a velocità supersonica sopra il Pacifico.

L’ombra eterna di Tony Scott

Nel 2012 Tony Scott morì lasciando dietro di sé un vuoto enorme nel cinema americano. Molti registi hanno provato a imitare il suo stile. Quasi nessuno ha compreso davvero cosa rendesse uniche le sue immagini. Non erano soltanto estetica o videoclip patinati. Dentro quel caos visivo viveva una sensibilità tragica, romantica, profondamente umana.

Top Gun resta il suo monumento più famoso perché riesce a catturare il momento esatto in cui il cinema americano diventò puro mito pop contemporaneo. Un film che ancora oggi fa venire voglia di indossare un paio di Aviator, salire su una moto e inseguire qualcosa di impossibile contro un tramonto rosso sangue. E forse il segreto è tutto lì. Top Gun continua a vivere perché parla di uomini che volano troppo vicino al sole pur sapendo benissimo come andrà a finire.

Hank Cignatta

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