Thelma, ovvero quando l’incedere del tempo è solo una variabile

Thelma, ovvero quando l’incedere del tempo è solo una variabile

La prima volta che vedi Thelma hai la sensazione di essere finito dentro un universo parallelo dove il cinema americano ha finalmente smesso di sniffare polvere di supereroi sintetici per ricordarsi che esistono ancora gli esseri umani. Quelli veri. Fragili, rugosi, ostinati. Quelli che camminano piano ma pensano velocissimo. Poi arriva lei: June Squibb. Novantaquattro anni sulle spalle e la faccia di chi ne ha viste abbastanza da poterti sputare addosso tutta la saggezza del mondo senza bisogno di fare la santona zen da social network.

June Squibb è Thelma

E in quel preciso istante capisci che Thelma non è soltanto una commedia indipendente del 2024. È una bomba artigianale infilata sotto il sedile del cinema contemporaneo.

Perché questo film di Josh Margolin prende tutto ciò che la vita considera ormai “inutile” nella tappa della vita come vecchiaia, lentezza, vulnerabilità, memoria e paura di diventare un peso per trasformare il tutto in un road movie criminale tenero, delirante e disperatamente vivo. E lo fa senza pietismo. Senza pornografia emotiva. Senza quella disgustosa retorica motivazionale da spot farmaceutico dove gli anziani sorridono mentre fanno tai chi al tramonto.

Il regista del film, Josh Margolin

Thelma è sporco, ironico, malinconico. È una vecchia signora che decide di andare a riprendersi i soldi che le hanno fregato dei truffatori telefonici. Punto. Ma dentro quella premessa apparentemente semplice si nasconde una delle opere più intelligenti e umane uscite dagli Stati Uniti negli ultimi anni.

Josh Margolin e il cinema delle persone dimenticate

Dietro Thelma c’è un dettaglio fondamentale: Josh Margolin non gira il film come un esercizio indie costruito per vincere premi nei festival frequentati da gente che applaude in silenzio bevendo vino biologico. La sua regia ha fame di vita vera e soprattutto ha memoria. L’idea nasce infatti dall’esperienza personale del regista con la propria nonna, vittima di una truffa telefonica simile a quella raccontata nel film. Un episodio banalmente contemporaneo, quasi ordinario nell’America e nel mondo odierno digitale dove ogni giorno qualcuno prova a fregarti soldi, identità e dignità attraverso uno schermo o una voce sintetica.

Margolin prende quella paura moderna e la trasforma in un’avventura da cinema classico. Il risultato è qualcosa che sembra una collisione impossibile fra Nebraska, Mission: Impossible e un episodio malinconico di Better Call Saul. La macchina da presa resta sempre vicina ai corpi. Non corre mai inutilmente. Non si masturba con movimenti frenetici da videoclip epilettico. Margolin lascia respirare le scene, osserva i silenzi, i passi lenti, i piccoli imbarazzi della vecchiaia. E proprio lì nasce la tensione. Perché in Thelma ogni gradino diventa una missione impossibile. Ogni attraversamento pedonale sembra una rapina in banca. Ogni scooter elettrico assume la dignità narrativa di una muscle car anni Settanta.

June Squibb: una leggenda che si prende il centro della scena

Per decenni June Squibb è stata una di quelle attrici straordinarie che Hollywood utilizza come contorno emotivo. La nonna simpatica, la signora eccentrica o la presenza di lusso che compare dieci minuti e sparisce. Con Thelma accade finalmente qualcosa di raro: il cinema si ferma ad ascoltarla davvero.

June Squibb

Squibb costruisce un personaggio gigantesco lavorando in sottrazione assoluta. Nessun monologo lacrimoso. Nessuna performance urlata da Oscar. La sua Thelma è testarda, ironica, orgogliosa e perfino egoista in certi momenti. Una donna anziana che rifiuta disperatamente l’idea di essere trattata come un oggetto fragile da parcheggiare in salotto davanti alla televisione. Il miracolo del film nasce proprio da questo equilibrio. Thelma non viene trasformata in una supereroina ridicola. Resta una donna di novantaquattro anni. Fa fatica. Cade. Si stanca. Ha paura. Ma continua ad andare avanti perché l’alternativa sarebbe accettare la propria cancellazione dal mondo.

Ed è impossibile non pensare a quanto il cinema contemporaneo abbia paura della vecchiaia autentica. Hollywood ama gli anziani soltanto quando diventano meme nostalgici oppure macchine da battute. Thelma invece mostra la parte più crudele dell’invecchiare: sentirsi lentamente espropriati della propria autonomia. June Squibb prende tutto questo dolore e lo trasforma in comicità secca, quasi anarchica.

Richard Roundtree e l’ultimo viaggio di una leggenda

Dentro Thelma aleggia anche il fantasma dolceamaro di Richard Roundtree, qui in una delle sue ultime interpretazioni prima della morte avvenuta nel 2023.

Richard Roundtree, uno degli attori iconici della Blaxploitation

Per chiunque abbia amato il cinema blaxploitation, Roundtree resterà per sempre Shaft. Un simbolo. Un’icona urbana con il cappotto di pelle e la faccia di chi poteva attraversare Harlem guardando il mondo negli occhi.

Roundtree nei panni del leggendario detective Shaft

In Thelma tutto quel mito viene smontato con una delicatezza devastante. Il suo personaggio, Ben, vive dentro una casa di riposo e si muove con la lentezza di chi porta addosso il peso di intere epoche cinematografiche. Ma sotto quella fragilità resta ancora acceso qualcosa. Una scintilla di avventura e una voglia quasi adolescenziale di fuga.

June Squibb (sinistra) insieme a Richard Roundtree sul set di Thelma

Le scene condivise con June Squibb funzionano perché sembrano due sopravvissuti che si rifiutano di essere archiviati dal tempo. Non cercano gloria. Cercano movimento. Cercano ancora una volta la sensazione di sentirsi vivi. E vedere Richard Roundtree in questo ruolo assume inevitabilmente un valore quasi testamentario. Il cinema americano saluta uno dei suoi volti storici attraverso un film che parla esattamente di questo: il terrore di diventare invisibili.

Una commedia criminale che parla della morte senza nominarla mai

La genialità di Thelma sta nel fatto che il film non parla mai direttamente della morte, eppure ogni scena ne è impregnata. La famiglia della protagonista la controlla continuamente. Le telefonate hanno il tono soffocante della sorveglianza. I figli e i nipoti la trattano con amore, certo, ma anche con quella paura paternalistica che lentamente trasforma gli anziani in prigionieri domestici. Margolin filma tutto questo con una lucidità feroce.

La società contemporanea adora parlare di inclusività, ma appena una persona supera una certa età inizia automaticamente il processo di infantilizzazione. Thelma osserva quel meccanismo con precisione chirurgica. Per questo il film funziona anche come storia criminale. La truffa telefonica è soltanto l’innesco narrativo. Il vero furto raccontato dal film è un altro: la sottrazione progressiva dell’autonomia. Thelma vuole riprendersi i soldi, certo. Ma soprattutto vuole riprendersi il diritto di decidere ancora qualcosa della propria vita.

Los Angeles come un deserto emotivo

La Los Angeles di Thelma non ha nulla della città glamour da cartolina. Non esistono tramonti sexy o piscine da influencer. Margolin costruisce una metropoli silenziosa, quasi alienante. Un luogo dove gli anziani sembrano fantasmi parcheggiati ai margini del traffico urbano. Ed è incredibile come il film riesca a trasformare spazi ordinari in territori ostili. Un parcheggio diventa un campo di battaglia. Un negozio assume il tono di un covo criminale. Una corsa in scooter elettrico viene filmata come un inseguimento di Mad Max: Fury Road girato sotto sedativi.

Questa è la grande intuizione estetica del film: mostrare il mondo contemporaneo dal punto di vista fisico di una novantenne. Improvvisamente tutto rallenta. Tutto pesa di più. Tutto diventa potenzialmente pericoloso.

Il successo di Thelma e il bisogno disperato di cinema umano

Presentato al Sundance Film Festival, Thelma ha conquistato pubblico e critica quasi immediatamente perché riesce in un’impresa rarissima: essere accessibile senza diventare stupido. Negli ultimi anni il cinema indipendente americano si è spesso rifugiato dentro formule prevedibili fatte di dialoghi iper-scritti, personaggi eccentrici prefabbricati e malinconia instagrammabile. Thelma invece sembra vivo davvero.

Ride della vecchiaia senza deriderla. Mostra la fragilità senza trasformarla in pornografia emotiva. E soprattutto ricorda una cosa che Hollywood sembra aver dimenticato: gli esseri umani normali possono essere infinitamente più interessanti di qualsiasi multiverso. Il pubblico si è riconosciuto in questa autenticità. Non soltanto gli spettatori anziani, ma anche una generazione più giovane cresciuta dentro un’epoca dove tutto viene consumato velocemente, compresi gli affetti familiari.

Perché Thelma è uno dei film più importanti degli ultimi anni

Thelma è uno di quei film che sembrano piccoli soltanto finché non ti accorgi che continuano a inseguirti per giorni. Ti resta addosso la faccia di June Squibb. Ti resta addosso la malinconia elegante di Richard Roundtree. Ti resta addosso quella sensazione strana di aver visto qualcosa di autentico in mezzo a un’industria cinematografica sempre più artificiale.

Josh Margolin realizza un’opera che parla di età, paura, indipendenza e dignità con la leggerezza di una commedia e la tristezza silenziosa di un addio. E forse è proprio questo il dettaglio più devastante del film: Thelma non racconta persone che stanno aspettando la fine. Racconta persone che continuano ostinatamente a vivere anche quando il mondo ha già deciso di archiviarle.

Hank Cignatta

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Sono la mente insana alla base di Bad Literature Inc. Giornalista pubblicista, Gonzo nell’animo, speaker radiofonico, peccatore professionista, casinista come pochi. Infesto il web con i miei articoli che sono dei punti di vista ( e in quanto tali condivisibili o meno) e ho una particolare predisposizione a dileggiare la normalità. Se volete saperne di più su di me e su Bad Literature Inc. leggete i miei articoli. Ma poi non dite che non siete stati avvertiti.

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