Thomas Shelby, l’ultima sigaretta immortale

Thomas Shelby, l’ultima sigaretta immortale

Il ritorno del fantasma in tre pezzi

C’è un odore pungente quando torni a Birmingham. Non è quello della nostalgia e non è nemmeno quello del carbone. È qualcosa di più vischioso, una miscela di pioggia industriale e peccati mai espiati. È lì che mi sono ritrovato mentre scorrevano le prime immagini di Peaky Blinders: The Immortal Man, con le mani sporche di immaginazione e la sensazione che qualcuno, da qualche parte, stesse ancora scommettendo sulla mia anima.

L’attesa per questo film è stata molta (almeno per il povero bastardo che vi sta scrivendo) e la sensazione fin da subito è stata che non fosse semplicemente un film. E mentre ormai ho imparato a guardare in faccia la notte e a chiamarla per nome insieme a sua figlia insonnia, mi butto a capofitto in questa lunga nottata che si rifiuta di finire. In quella che qualcuno potrebbe anche definire una resa dei conti mascherata da epilogo.

E al centro di tutto, ancora lui: Thomas Shelby. Più vecchio, più scavato, meno umano. Vittima dei suoi demoni e delle sue follie, diventato oramai una figura che non cammina più nel mondo ma che lo attraversa e lo distorce, come l’immagine di un coltello dentro un bicchiere di whisky. Rigorosamente irlandese.

Thomas Shelby e Il volto della guerra che non finisce mai

Cillian Murphy, da grande attore navigato quale è, non si limita ad interpretare Tommy Shelby. Lo incarna alla perfezione, a metà strada tra una malattia cronica e una maschera fatta su misura per quel volto dagli occhi azzurri e spesso melanconici.

Cillian Murphy è Thomas Shelby e Thomas Shelby è Cillian Murphy

Ogni sguardo è un colpo di pistola sparato a distanza ravvicinata e ogni pausa è più rumorosa di una raffica di Gantling. Il film si muove come una bestia ferita tra le macerie lasciate dalla fine delle vicende dei Peaky Blinders ma non ha alcuna intenzione di chiudere davvero i conti. Qui non c’è redenzione ma soltanto un’altra dose di sopravvivenza.

E la sopravvivenza, nel mondo di Shelby, ha sempre un prezzo. Le cicatrici della guerra non sono più ricordi ma diventano la struttura portante nella narrazione di questo lungomentraggi. Shelby non combatte più per vincere ma per restare in piedi abbastanza a lungo da vedere chi cade prima di lui.

Steven Knight e la liturgia della rovina

Dietro la macchina da presa Steven Knight orchestra tutto come un prete ubriaco che celebra una messa nera. Non c’è nulla di casuale. Ogni dialogo sembra chirurgicamente scritto per detonare al momento giusto della storia. La narrazione si allunga, si contorce e si prende addirittura il lusso di respirare quando dovrebbe correre. Ma è proprio lì che colpisce. Nei silenzi, nei corridoi vuoti e nei bicchieri lasciati a metà per chissà quale improvviso motivo. Il ritmo non è quello del cinema contemporaneo ma qualcosa di più antico. Più sporco. Più vero.

Stephen Knight (sinistra) con Cillian Murphy sul set durante una pausa delle riprese della serie Peaky Blinders

Immortalità: una condanna, non un privilegio

Il titolo non mente. The Immortal Man non parla di vita eterna ma dell’impossibilità di morire davvero quando il mondo continua a chiederti conto di tutto. Shelby è immortale nel modo peggiore possibile: sopravvive a tutto. Alle guerre, ai tradimenti, agli amori finiti male e alla sua famiglia. Sopravvive persino a sé stesso. E questa è la peggiore delle condanne: una vita vissuta in una prigione senza sbarre che ti dà la mera illusione della libertà e che ti presenta il conto ogni qual volta sei solo con il rumore dei tuoi pensieri e il peso della tua coscienza.

Il film scava in questa idea con una lentezza chirurgica. Ogni scena aggiunge peso e nessuna spiegazione. Ogni scelta sembra portare Shelby più lontano da qualsiasi cosa somigli alla pace.

La città come organismo vivente

Birmingham non fa solo da sfondo alle vicende raccontate dapprima nelle serie e poi nel film: è un vero e proprio organismo che respira, sanguina e osserva. Le strade sembrano ricordare tutto. Le fabbriche non hanno mai smesso di produrre, anche quando gli uomini si sono rotti. Il fumo continua a salire, come se qualcuno avesse acceso un incendio che nessuno ha più interesse a spegnere. E in mezzo a tutto questo Shelby si muove agevolmente come un superstite di un disastro che non è mai stato dichiarato.

Violenza elegante, disperazione lucida

Qui la violenza ha una valenza di Tarantiniana esperienza. E’ la grammatica narrativa con la quale si snoda l’ultima vicenda di un uomo che ha scelto la redenzione eterna pere trovare finalmente quella pace che da tempo cercava in questa nebbiosa e disperata landa quale è il mondo dei vivi. Generalmente nei film un colpo di pistola arriva sempre quando serve, mai quando lo vuoi. E quando arriva, non libera. Appesantisce. Il film evita l’estetica gratuita. Ogni gesto brutale ha un retrogusto amaro, come una decisione presa troppo tardi. Eppure c’è una bellezza disturbante in tutto questo. Un’eleganza nella rovina che rende impossibile distogliere lo sguardo.

L’ultima scommessa di Thomas Shelby

Chi ha seguito la serie lo sa. Chi non l’ha ancora fatto può sempre fare ammenda e recuperare. C’è sempre stata una regola, nel mondo dei Peaky Blinders: tutto è una scommessa. In questo film Shelby gioca l’unica partita che conta davvero. Non per denaro, non per potere ma per capire se esiste ancora qualcosa che valga la pena salvare. La risposta non giunge mai in modo pulito: si insinua come un dubbio, come un tarlo. Come un qualcosa che deve portare ad una profonda riflessione, per poi restarti addosso. Per quanto riguarda il cast una menzione speciale, qualora ce ne fosse ancora bisogno, al mitico Tim Roth che riesce sempre a dare luce ad ogni personaggio che è chiamato ad interpretare.

Conclusione: un epilogo che non chiude nulla

Una volta passata sullo schermo l’ultimo frame di Peaky Blinders: The Immortal Man si ha come la sensazione che questo lungometraggio non chiuda del tutto la partita. Certo, il sipario cala sulla storia dei Peaky Blinders, su Thomas Shelby, sulla sua famiglia e rimango ormai solo i titoli di coda. Ma credetemi quando vi dico che non faccio spoiler se vi dico che non è un addio. E’ una cicatrice che rimane aperta e che tenta in qualche modo di respirare.

E’ un pugno dritto nella bocca dello stomaco che ti spezza il fiato e ti fa vomitare quello che hai mangiato la settimana scorsa. Cerchi di parlare, di muoverti. Ma tutto quello che puoi fare è rimanere immobile pensando a quello che hai appena visto. Ti guarda negli occhi e ti lascia lì a rantolare, con la sensazione che certe storie e certi personaggi non finiscono perché, cazzo, non possono permetterselo. Mentre rimango solo nell’oscurità di un’altra nottata solitaria e ancora troppo lunga per esultare della sua morte, i titoli di coda scorrono nei miei occhi dandomi una sola certezza. Thomas Shelby non è immortale perché vive per sempre ma perché non riesce a smettere di sopravvivere.

Hank Cignatta

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