Harold Faltermeyer, l’altro iconico synth anni Ottanta

Harold Faltermeyer, l’altro iconico synth anni Ottanta

Una serata bizzarra bussa al vetro della mia finestra. La osservo mentre si palesa in tutta la sua oscura e seducente bellezza mentre la mia cagnona Noël è alla continua ricerca di coccole. Punto il telecomando contro la mia televisione impugnandolo come una Desert Eagle e faccio fuoco, aspettando che l’immagine si palesi. Dopo essermi abilmente districato tra talk show politici e pubblicità varie, finisco sul canale dei grandi classici che tra qualche minuto avrebbe trasmesso una maratona di Beverly Hills Cop con il buon Eddie Murphy. Siccome in un mondo così incasinato il buon umore non basta mai mi metto comodo e aspetto che il cinema faccia la sua magia.

La nascita di un mito

Tra i vari tratti distintivi che gli anni Ottanta continuano a portarsi dietro sicuramente ci sono il personaggio di Axel Foley (rigorosamente doppiato in italiano dal compianto Tonino Accolla, non me ve voglia il bravissimo Sandro Acerbo) e la colonna sonora di quella saga cinematografica. Realizzata da Harold Feltmeyer, non si tratta di un semplice autore di colonne sonore, ma un ingegnere del nervo urbano, uno che ha preso il caos degli anni Ottanta per trasformato in un segnale elettronico destinato a non spegnersi mai.

Monaco, benzina e circuiti: nascita di un architetto del suono

Faltermeyer nasce a Monaco nel 1952 in una Germania che stava ancora ricostruendo le proprie ossa mentre il resto del mondo iniziava a ballare su ritmi sintetici. Non arriva dalla retorica classica dei conservatori impolverati ma da studi, macchine, tastiere, corrente elettrica. Pianoforte, sintetizzatori, circuiti: il suo lessico è già diverso. La vera mutazione avviene quando incrocia Giorgio Moroder, uno che negli anni Settanta stava già smontando e ricostruendo la musica pop pezzo per pezzo. Con lui, Faltermeyer non impara solo a produrre: impara a pensare il suono come un organismo artificiale. Non è più musica, è ingegneria emotiva.

Lì dentro, tra le sessioni e i sintetizzatori incandescenti, nasce l’idea che il cinema possa smettere di essere orchestrale e diventare elettronico. Un’eresia, all’epoca.

Hollywood, cocaina invisibile e colonne sonore senza orchestra

Quando Faltermeyer arriva a Hollywood, il sistema è ancora dominato dagli archi, dalle grandi orchestre, da una concezione quasi religiosa della colonna sonora. Lui entra con un arsenale di tastiere e una faccia da tecnico che ha sbagliato stanza. Poi succede qualcosa. Arriva Beverly Hills Cop e con lui un poliziotto nero che ride mentre distrugge il sistema dall’interno, interpretato da Eddie Murphy. Il film ha bisogno di un suono diverso. Non elegante, non classico. Serve qualcosa che abbia il ritmo di una fuga e l’ironia di una truffa. Faltermeyer si chiude in studio. Notte. Pressione. Scadenze incassanti che ti respirano sul collo. Poi, da un sintetizzatore Roland Jupiter-8 esce quella sequenza di note che sembra una sirena, un sorriso, una presa per il culo e un inseguimento nello stesso momento. Nasce “Axel F”.

Axel F: il suono che ha infettato il pianeta

Axel F non è solo un tema musicale: è un virus culturale, un loop che si infiltra nella testa e non se ne va più. Registrato con una combinazione chirurgica di sintetizzatori e drum machine – Moog, Yamaha, LinnDrum – è interamente suonato da Faltermeyer stesso, come un uomo solo in guerra contro il silenzio. Nel 1985 scala le classifiche globali, diventando numero uno ed entrando nelle discoteche, nelle radio e nei cervelli. E poi succede qualcosa di ancora più incredibile: è un brano che non invecchia.

Viene remixato, distrutto, ricostruito, decostruito, re arrangiato in stile diversi, trasformato in suoneria, in meme, in nostalgia pura. Ogni generazione lo riscopre come se fosse appena stato scritto. Questa è la vera anomalia: Faltermeyer non si è limitato a comporre una hit mondiale ma ha scritto un riflesso condizionato.

Top Gun e il cielo che suona come una chitarra elettrica

Se Axel F è il suono della città che pulsa, Top Gun è il suono del cielo che brucia. Faltermeyer compone il tema insieme al chitarrista Steve Stevens (già collaboratore di Billy Idol) e quello che ne esce è un ibrido tra sintetizzatori e assoli di chitarra elettrica che sembrano progettati per accompagnare il rombo dei jet. Il risultato? Un Grammy. Poi un altro. Non si tratta solo di successo: è ridefinizione del linguaggio. L’azione cinematografica smette di essere orchestrale e diventa elettronica, metallica, nervosa. Faltermeyer, senza fare troppo rumore, ha cambiato le regole.

L’uomo che scompare: fuga dalla macchina hollywoodiana

E poi, come tutti quelli che vedono troppo da vicino il meccanismo, Faltermeyer fa una scelta strana: si allontana. Hollywood è un tritacarne elegante: ti celebra mentre ti consuma. Lui torna in Europa, si rifugia tra Germania e Austria e si costruisce una vita più silenziosa. Continua a lavorare ma senza quella fame industriale che ti costringe a produrre hit come se fossero prodotti in serie.

Il paradosso Faltermeyer: genio invisibile in un mondo rumoroso

Se vogliamo vi è qualcosa di profondamente ironico nel destino di Harold Faltermeyer: ha scritto una delle melodie più riconoscibili della storia del cinema e della musica eppure il suo nome rimane spesso nell’ombra. È il destino dei compositori. Creano emozioni che tutti riconoscono ma che nessuno sa nominare. Eppure, se guardi bene, il suo DNA è ovunque. Nei synth anni Ottanta che oggi tornano di moda, nei film che cercano di imitare quel suono analogico sporco e vivo e nella nostalgia che puzza di VHS e luci al neon.

Epilogo: il suono che non muore mai

Oggi “Axel F” continua a riemergere, ad essere reinterpretata persino nei nuovi capitoli della saga, come Beverly Hills Cop: Axel F, dove altri compositori cercano di riaccendere quella scintilla originale. Ma la verità è che quella scintilla non si è mai spenta. È ancora lì, in qualche studio buio, tra cavi aggrovigliati e sintetizzatori che respirano piano. Se ascolti bene, la senti. Non è solo musica ma il suono di un’epoca che non ha mai davvero smesso di correre.

Hank Cignatta

Riproduzione riservata ©

Se l'articolo ti è piaciuto condividilo!

Sono la mente insana alla base di Bad Literature Inc. Giornalista pubblicista, Gonzo nell’animo, speaker radiofonico, peccatore professionista, casinista come pochi. Infesto il web con i miei articoli che sono dei punti di vista ( e in quanto tali condivisibili o meno) e ho una particolare predisposizione a dileggiare la normalità. Se volete saperne di più su di me e su Bad Literature Inc. leggete i miei articoli. Ma poi non dite che non siete stati avvertiti.

Post a Comment

Bad Literature Inc. ©

T. 01118836767

redazione@badliteratureinc.com