Billy Idol: il ghigno elettrico che ha portato il punk su MTV

Billy Idol: il ghigno elettrico che ha portato il punk su MTV

Vago distrattamente tra i video che il mio amico algoritmo di Youtube mi propone sul mio televisore intelligente. Dribblo riassunti di giornate del campionato di calcio di Seria A, persone che sussurrano minchiate sottovoce ad un microfono e altre amenità moderne. La mia speranza di poter trovare qualcosa che valga la pena da mettere come sottofondo per le cose che sto facendo in casa sta per svanire quando mi imbatto in una selezione di video del periodo d’oro di Mtv. Tra questi c’è un estratto di un intervista fatta a Billy Idol, il quale introduce il video del suo brano Flesh For Fantasy. Billy Idol mi fissa dal televisore dalla placida tranquillità creativa della sua irrepetibile decade mentre le note del brano iniziano a propagarsi per la stanza.

Billy Idol non è mai stato un cantante. È stato un segnale di disturbo, un cortocircuito infilato a forza nel televisore di milioni di ragazzi che negli anni Ottanta non sapevano ancora che il mondo li avrebbe traditi, ma lo sospettavano già. Platino nei capelli, giacca di pelle addosso come una seconda pelle, sguardo da predatore urbano: Idol non è entrato nella storia della musica bussando. Ha sfondato la porta a calci, lasciando il punk senza patria e l’America senza alibi.

Da William Broad a Billy Idol: nascita di un’icona mutante

William Michael Albert Broad nasce nel 1955 a Stanmore, Middlesex, Inghilterra. Nome normale, destino sbagliato. Cresce tra Inghilterra e Stati Uniti, torna a Londra nel momento peggiore e migliore possibile: metà anni Settanta, quando la Gran Bretagna è un cantiere abbandonato e il punk è l’unica risposta sensata al grigiore. Il soprannome “Billy Idol” non nasce da un atto di arroganza ma da una beffa scolastica: un insegnante scrive sul quaderno “William is idle”. Pigro. Inutile. Billy prende quell’insulto, lo stringe tra i denti e lo trasforma in un marchio. È la prima lezione del suo manuale di sopravvivenza: se ti sputano addosso, fai in modo che brilli sotto le luci.

I Generazione X: il punk prima del tradimento (necessario)

Prima di diventare una creatura di MTV Billy Idol è punk fino al midollo. Con i Generation X incarna la versione più accessibile e melodica del punk britannico, ma senza mai perdere l’attitudine. “Dancing with Myself” nasce qui ed è già una bomba a orologeria: alienazione, solitudine nonché piacere come rifugio. I puristi storcono il naso. I Sex Pistols sputano sangue, i Clash fanno politica, Billy sorride e scrive canzoni che si infilano nella testa. È colpevole di qualcosa di imperdonabile per l’underground: sa scrivere canzoni che si incastrano nella testa.

Quando il punk inglese inizia a divorare se stesso, Idol capisce che restare significa morire artisticamente. Così fa la cosa più punk possibile: se ne va.

New York: l’esilio che diventa conquista

Billy Idol arriva a New York come un immigrato sonoro, senza soldi ma con una visione chiarissima. Incontra Steve Stevens, chitarrista che sembra uscito da un film di kung-fu girato sotto acido. È l’incontro che cambia tutto. Stevens porta tecnica, teatralità e riff iperbolici. Idol porta carisma, fame e una voce che ringhia anche quando sussurra. Insieme costruiscono un suono che non esisteva: attitudine punk + hard rock + dance + synth. Una miscela illegale che però funziona dannatamente bene. È qui che Billy Idol smette di essere solo un cantante e diventa un personaggio narrativo.

Billy Idol e Steve Stevens

MTV, il ghigno e la nascita del vampiro pop

Con l’esplosione di MTV, Billy Idol capisce prima di tutti che la musica non basta più. Serve un volto. Serve una postura. Serve un’icona. Il labbro arricciato, mezzo ghigno mezzo ringhio, diventa il suo logo biologico. Video come “White Wedding”, “Rebel Yell” e “Eyes Without a Face” non sono semplici clip: sono cortometraggi di decadenza giovanile, sesso, alienazione, luci al neon e pericolo.

Billy Idol è il vampiro metropolitano che balla mentre la città brucia. Non è il bravo ragazzo. Non è il ribelle politico. È il sopravvissuto.

Rebel Yell: l’urlo che ha marchiato una generazione

“Rebel Yell” non è solo una canzone. È un mantra da bar aperto tutta la notte. È l’inno di chi non si riconosce in nulla ma vuole tutto. Il riff di Steve Stevens è una lama, la voce di Idol è un ordine urlato contro il vento. Il testo è semplice, diretto, sessuale senza metafore inutili. Questo è Billy Idol al massimo della potenza: punk travestito da pop star, pop star travestita da fuorilegge.

Eccessi, droga e autodistruzione programmata

Non sarebbe una storia vera senza il conto da pagare. Gli anni Ottanta non perdonano nessuno e Billy Idol li vive tutti: cocaina, alcol, eccessi, incidenti e paranoia. Sopravvive a se stesso per puro istinto animale. Negli anni Novanta il mondo cambia, il grunge spazza via il glamour, MTV volta pagina. Billy Idol resta vivo, ma ai margini. E forse è l’unico modo in cui poteva andare.

Cyberpunk, resurrezione e dignità del sopravvissuto

Nel 1993 esce “Cyberpunk”, album incompreso, massacrato dalla critica, ma oggi rivalutato. Idol tenta di capire il futuro prima che il futuro sia pronto. Internet, identità digitali, alienazione tecnologica. Era troppo presto. Come spesso gli è successo.

Negli anni Duemila Billy Idol fa il suo glorioso ritorno. Concerti, nuovi album, collaborazioni. Non rincorre i giovani: li osserva da lontano, come un animale che conosce già tutte le trappole.

Billy Idol oggi: non una reliquia, ma un monito

Billy Idol non è nostalgia. È un avvertimento. È la prova che puoi partire dal punk, passare per il pop, sopravvivere agli eccessi e arrivare dall’altra parte con ancora qualcosa da dire. Non è mai stato il più bravo. Non è mai stato il più puro. Ma è stato irripetibile. E quando ancora oggi parte “Rebel Yell” in un locale qualsiasi, succede una cosa strana: qualcuno sorride, qualcuno balla e qualcun altro capisce di colpo che la ribellione non è morta ma ha solo cambiato giacca.

Hank Cignatta

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Sono la mente insana alla base di Bad Literature Inc. Giornalista pubblicista, Gonzo nell’animo, speaker radiofonico, peccatore professionista, casinista come pochi. Infesto il web con i miei articoli che sono dei punti di vista ( e in quanto tali condivisibili o meno) e ho una particolare predisposizione a dileggiare la normalità. Se volete saperne di più su di me e su Bad Literature Inc. leggete i miei articoli. Ma poi non dite che non siete stati avvertiti.

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