Contro-Campo: Il vizio di Orson Welles di osservare chi lo legge

Contro-Campo: Il vizio di Orson Welles di osservare chi lo legge

Il fumo di un Montecristo non sale verso l’alto; ristagna, come un’accusa. Siamo seduti in un angolo buio della Mole Antonelliana a Torino, avvolti da un’ombra che sembra partorita direttamente dal pennino di un disegnatore espressionista tedesco. Davanti a me c’è una sagoma che occupa più spazio di quanto la fisica dovrebbe consentire.

«Allora,» esordisce la Voce. Quella voce che ha fatto tremare l’America nel ’38 e che ora fa vibrare il ghiaccio nel mio bicchiere. «Hai intenzione di descrivere questo… mausoleo? O scriverai la solita lista della spesa per turisti affamati di nostalgia?»

Welles si sporge in avanti. La luce della rampa elicoidale gli taglia il viso a metà. Mi accorgo che non sta guardando me. I suoi occhi, lucidi di un’intelligenza feroce e teatrale, puntano dritti verso di te. Sì, proprio verso di te che stai leggendo.

«Vedi,» dice Orson, accennando con un gesto ampio della mano alle sezioni della mostra di Orson Welles a Torino. «Credono di avermi catturato tra queste pareti. Hanno messo le mie sceneggiature sotto vetro come se fossero farfalle morte. Ma il trucco è un altro. Il trucco è che mentre loro guardano me, io sto guardando loro. Soprattutto quello lì, che scorre queste righe con troppa fretta.»

L’Illusione della Storia nel Cinema di Welles

Mentre camminiamo tra i costumi di Otello e i bozzetti di Citizen Kane (Quarto Potere), Welles sbuffa una nuvola bluastra.

«Espongono i miei debiti, i miei fallimenti, i miei film rimasti a metà come se fossero reliquie di un martire. Ma il cinema non è conservazione, è magia. È l’istante in cui l’occhio viene ingannato.»

Passiamo davanti all’installazione degli specchi. Orson si ferma. «Guarda il lettore» sussurra. «Pensa di essere al sicuro dietro lo schermo del suo dispositivo. Non sa che ogni parola che scriviamo è un riflesso che gli stiamo rubando. Questa mostra non parla di me… Parla della capacità di un uomo di inventare se stesso ogni mattina.»

Il Verdetto del Maestro alla Mole Antonelliana

Ci fermiamo davanti alla sezione dedicata a “F for Fake”. Welles sorride, un sorriso che ha il sapore di un segreto pericoloso.

«Mi piace questo pezzo…» ammette, e sento il peso della sua approvazione come un macigno. «Non è troppo accademico. Non puzza di muffa bibliotecaria. È vivo. Ma di’ loro la verità: di’ loro che se vengono qui alla Mole per trovare le risposte, hanno già perso la partita. Devono venire qui per imparare a mentire meglio.»

Welles aspira l’ultima boccata di sigaro. L’aria si fa densa, pesante, quasi irreale. Sento il calore della brace vicino al mio viso, ma anche al tuo. Fuori, oltre la pietra della Mole, la nebbia sabauda cancella i contorni di Torino.

«Ora smetti di leggere. Visita Torino. Entra in quel tempio del cinema. E quando vedrai la mia ombra proiettata su una parete, non fare finta di niente. Sappi che ti ho visto arrivare molto prima che tu sapessi di voler venire.»

Il fumo ti punge gli occhi. L’odore di tabacco invecchiato è ovunque. La pagina finisce qui, ma Orson è ancora nella stanza. Con te.

Federico Sclaverano

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Federico Sclaverano, classe 2004. Sono un’anomalia del sistema, nata per destabilizzare la quiete di una normalità che mi sta stretta. Nutro la mente con cinema, teatro, fisica, storia e fumetti, collezionando tutto ciò che trasforma il semplice respiro in qualcosa di degno di essere vissuto. La mia missione? Ancora in fase di scrittura, ma l’obiettivo è chiaro: far divertire chi mi circonda e rendere felici gli altri, senza però sprecare il breve tempo che mi è concesso. Se cercate qualcuno che prenda la vita seriamente senza mai rinunciare a dissacrarla, io sono il cavallo che fa al caso vostro. E se sentite nitrire adesso sapete chi è.

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