Il significato del film Rango e la nostra crisi d’identità social

Il sole picchia duro sul deserto del Mojave, ma non è niente in confronto al vuoto che mi porto dentro la cassa toracica. Sono le tre del pomeriggio, la mia mente è un groviglio instabile di caffeina a basso costo, scadenze che non voglio guardare e pura paranoia da fine primo tempo della giovinezza. Mi ritrovo a fissare uno schermo, con gli occhi arrossati, dove un camaleonte con una camicia hawaiana risalta più di un neon in una stanza buia.

Parliamo di Rango, un film d’animazione che non è un semplice cartone animato per bambini con i popcorn appiccicati alle dita. Si tratta di un viaggio caldo e polveroso dritto al cuore della crisi d’identità contemporanea, una crisi che a vent’anni, con l’università o il lavoro che ti inseguono, senti masticarti le caviglie ogni mattina.
Il regista Gore Verbinski e i folli della Industrial Light & Magic nel 2011 hanno preso il genere western, lo hanno masticato e sputato fuori sotto forma di capolavoro esistenzialista. Ma c’è un dettaglio che mi colpisce mentre cerco di capire che direzione dare alla mia stessa vita: oggi, nel bel mezzo del delirio digitale, quella pellicola non è solo attuale. È una mappa di sopravvivenza d’emergenza per chi si sente sul punto di essere scoperto dal mondo.
Il significato del film Rango: il grande bluff dell’identità social
All’inizio della trama, Rango è il nulla cosmico. È un attore senza palcoscenico chiuso in un terrario di vetro, un rettile intrappolato nella gabbia delle sue stesse infinite possibilità inespresse. Parla con un pesce di plastica e un torso di bambola per non impazzire.
Vi ricorda qualcosa? È la perfetta metafora del profilo Instagram medio, il riflesso esatto di quello che facciamo ogni giorno nelle nostre stanze, cercando la posa giusta. Rappresenta l’ossessione moderna di dover costantemente performare un personaggio, di inventarsi un brand personale per dimostrare ai coetanei, agli sconosciuti e a noi stessi che esistiamo davvero in questa palude chiamata social media.
Quando il vetro si rompe, il nostro eroe viene scaraventato nell’inferno di polvere di Dirt (Polvere, appunto). Non ha un nome, non ha un curriculum, ha solo una fottuta paura di restare isolato. Di conseguenza, fa l’unica cosa che sappiamo fare tutti quando l’ansia sociale stringe la gola: inventa una storia. Cammina storto, sputa tabacco immaginario e diventa il pistolero leggendario che ha ucciso sette fratelli con un solo proiettile. In breve, si trasforma in un meme vivente per i disperati abitanti di Polvere. Si svende per un briciolo di approvazione.
Crisi d’identità e finzione: il momento della verità
Il punto di rottura arriva quando la maschera si sgretola. Il protagonista viene smascherato dal formidabile e letale Jake il Sonaglio, che gli sibila in faccia la verità. Viene cacciato via, privato della sua bugia, ridotto di nuovo a un rettile smarrito.
Mentre cammina verso il nulla con le suole consumate, attravera l’autostrada – quella barriera geometrica spietata che divide la finzione del nostro feed dalla dura realtà dei vent’anni – e incontra lo Spirito del West. È qui che il film lancia il suo proiettile d’argento dritto nella nostra coscienza collective, lasciando un segno profondo con una frase che mi risuona in testa come un mantra:
«Nessun uomo può fare a meno della propria storia.»

Un brivido Gonzo nel deserto
Non è un caso che questa allucinazione polverosa sia così fottutamente distorta. In lingua originale, a dare la voce (e i tic) a Rango è Johnny Depp, e l’intera pellicola è attraversata da una venatura purissima di Gonzo journalism. All’inizio del viaggio, quando il camaleonte viene catapultato sull’asfalto rovente, si spiaccica sul parabrezza di una decappottabile rossa guidata da due pazzi che sfrecciano verso il nulla. Sono Raoul Duke e il dottor Gonzo. È un omaggio diretto a Paura e delirio a Las Vegas, il manifesto psichedelico di Hunter S. Thompson.
Quel cameo non è solo un easter egg per cinefili, ma un ponte emotivo: Depp era legato a Thompson da una fratellanza viscerale e folle, un’amicizia nata tra fiumi di bourbon e il rifiuto categorico della normalità americana. Inserire quel barlume di giornalismo Gonzo significa ricordarci che, per raccontare la verità di un mondo impazzito, a volte non serve l’oggettività distaccata, ma bisogna buttarcisi dentro, subire il trip in prima persona e uscirne con le ossa rotte, ma con una storia vera tra le mani.

La metafora dell’acqua: dati, controllo e scarsità artificiale

Mentre il protagonista cerca di capire chi diavolo sia veramente sotto quella camicia hawaiana, la trama gira intorno a un’emergenza brutale: l’acqua è finita. Il Sindaco di Polvere, una tartaruga centenaria che profuma di corruzione e vecchio potere, controlla la valvola del prezioso liquido. «Controlli l’acqua, controlli tutto», sussurra il vecchio rettile.

Se guardo fuori dalla finestra della mia stanza oggi, questo scenario mostra una lucidità che mi mette i brividi. Sostituite l’acqua con i veri beni di valore della nostra era digitale – come i nostri dati personali, la privacy venduta a zero euro, l’attenzione algoritmica dei social network che ci tiene incollati allo schermo o il controllo strategico dell’informazione – e avrete immediatamente la mappa del potere moderno.

Polvere è lo specchio di una società sfinita, manipolata da chi crea una scarsità artificiale per mantenerci calmi, per non farci ribellare. Facciamo la fila ogni giorno per ricevere la nostra dose di dopamina digitale, un rituale che è puro oppio dei popoli, mentre il nostro tempo e il nostro futuro vengono prosciugati da chi gestisce i server.
Perché il film di Gore Verbinski è la cura per l’iper-modernità
In questo assurdo teatro moderno siamo tutti come il camaleonte di Verbinski. Siamo intrappolati nel nostro piccolo terrario digitale di pochi pollici, impegnati a recitare la parte dei vincenti, degli influencer di noi stessi, dei pistoleri imbattibili dietro tastiere polverose, mentre cerchiamo solo di capire come pagare l’affitto o superare la prossima settimana. Abbiamo una paura fottuta del vuoto e di essere considerati “nessuno”.

Tuttavia, il film ci indica una via d’uscita da questa “allucinazione collettiva”. La redenzione del protagonista non arriva perché diventa davvero il supereroe che ha finto di essere nei suoi deliri di grandezza. Arriva quando accetta di smetterla di guardarsi allo specchio e decide di mettersi al servizio della sua comunità.

Smette di recitare per pura vanità, per raccogliere like in un saloon affollato, e comincia a farlo per necessità, con l’unico obiettivo di salvare gli altri. L’azione concreta, l’impatto reale sulle persone che hai intorno, conta molto più di un nome, di una bio verificata o di un titolo di studio altisonante. Rango ci urla che l’identità non è un vestito che compri o una bugia che racconti per farti applaudire. L’identità è un atto di responsabilità. Alla fine del viaggio, mentre le note della colonna sonora di Hans Zimmer sfumano nel vento e la mia stanza torna silenziosa, ti rendi conto che il camaleonte ha cambiato colore per l’ultima volta. Non lo fa per mimetizzarsi e nascondersi dal giudizio altrui, ma per farsi vedere finalmente per ciò che è.

Prendete il vostro cappello da cowboy, amici miei. Il deserto là fuori è spietato, non ci sono libretti di istruzioni e l’acqua scarseggia per tutti noi. Ma finché avremo il coraggio di uscire dal nostro terrario, smettere di recitare e fare la cosa giusta, ci sarà sempre speranza.
Federico Sclaverano
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