Last Action Hero, anatomia della miglior parodia dei film d’azione
L’ingresso nel cinema come porta dimensionale
Quando Last Action Hero arrivò al cinema era il 1993 e il mondo sembrava ancora credere che bastasse un’esplosione ben piazzata e una mascella scolpita nel marmo per giustificare qualsiasi cosa. Poi è arrivato questo film, come un proiettile deviato, sparato da una pistola troppo intelligente per il suo stesso bene. Ti siedi davanti alla tv e pensi di assistere all’ennesima celebrazione testosteronica di Arnold Schwarzenegger. Invece vieni trascinato dentro una trappola meta-cinematografica che ti guarda negli occhi e ti chiede: “Ma tu, davvero, ci credi ancora a questa roba?” E lì comincia il viaggio.
Jack Slater, il dio imperfetto del cinema d’azione
Jack Slater va oltre il concetto del semplice personaggio, diventando un’idea malata di perfezione costruita a colpi di cliché. Vive in un mondo dove le auto esplodono con più eleganza di un fuoco d’artificio a Capodanno, dove le ferite sono dei miseri colpi di striscio e dove ogni battuta ha il peso di una sentenza. Last Action Hero prende quel mondo e lo smonta con una calma chirurgica, esponendolo e mettendolo alla berlina. E Schwarzenegger (gigantesco, ironico, quasi consapevole della propria caricatura) accetta il gioco. Si mette in discussione in un momento storico in cui nessun altro eroe dei film d’azione avrebbe avuto il coraggio di fare.

Danny Madigan e il pubblico che entra nello schermo
Danny è lo spettatore. Sei tu. Sono io. È il ragazzino che ancora crede che il cinema possa essere una via di fuga, una porta magica che ti risucchia fuori dalla realtà. Il motivo stesso che ci spinge a metterci a guardare il film. Quando attraversa lo schermo grazie a quel biglietto dorato, non entra solo in un film. Entra in un sistema di regole che noi abbiamo sempre accettato senza farci troppe domande.

E lì dentro scopre l’assurdo: i taxi che guidano da soli, le donne sempre perfette e i poliziotti che non devono compilare scartoffie. È il sogno americano distillato fino alla nausea. Ma quando Jack Slater viene trascinato nel mondo reale il sogno si sgretola: si accorge che i pugni fanno male, le pistole uccidono davvero e nessuna colonna sonora epica arriva a salvarti da una mega esplosione che prende forma alle tue spalle.
Il grande equivoco: troppo avanti per il suo tempo
Il problema di Last Action Hero è devastante nella sua semplicità: è arrivato troppo presto. Nel 1993 il pubblico non voleva essere preso in giro. Voleva eroi puri, cattivi monodimensionali e finali rassicuranti. Cercava quella fantascienza che oggi ha iniziato a diventare realtà nel perimetro delle nostre tasche con i telefoni sempre più tecnologici e l’intelligenza artificiale sempre più sofisticata. Questo film invece era un geniale sabotaggio interno al sistema hollywoodiano. Una sorta di fumetto che prende vita sullo schermo.

Ha anticipato tutto: la decostruzione del genere, l’ironia meta e la consapevolezza del mezzo. Roba che anni dopo sarebbe diventato materiale ormai acquisito. Ma a quei tempi no. Allora era un corpo estraneo, una sorta di corto circuito narrativo. E gli errori, a Hollywood, si pagano.
Charles Dance e il fascino gelido del cattivo consapevole
Benedict, interpretato da Charles Dance, è uno dei villain più sottovalutati della storia del cinema. Non è solo malvagio. È un villain sofisticatamente elegante nella sua lucida follia. Quando scopre, come Jack Slater, di essere un personaggio fittizio non si scompone. Cerca di sfruttare la situazione a suo vantaggio. Capisce che nel mondo reale può diventare qualcosa di molto più pericoloso: un uomo senza limiti narrativi, senza regole e senza copione.

E da quel momento il film cambia tono. Diventa quasi inquietante, perché l’idea che un cattivo possa uscire dal cinema e agire nella realtà non è più una gag. Vi immaginate che cosa possa fare Freddy Krueger o Chucky la bambola assassina (solo per citare due degli assassini più amati del mondo dell’horror) se fossero capaci di teletrasportarsi dal concetto onirico della fantasia di cellulosa al caos della vita reale?
Hollywood che ride di se stessa (ma senza pubblico)
Ci sono momenti in Last Action Hero che sembrano scritti sotto l’effetto di sostanze pesanti e lucidità estrema. Camei assurdi, citazioni che si sovrappongono, una Los Angeles alternativa dove tutto è amplificato fino al grottesco. È Hollywood che si guarda allo specchio e scoppia a ridere. Il problema è che il pubblico, quello vero, non rideva. Non era ancora pronto a questo livello di autocritica. Non voleva vedere il trucco ma continuare a credere alla magia. E il film, invece, gli strappava il sipario davanti agli occhi.
Colonna sonora: il rombo elettrico degli anni Novanta
Poi c’è la musica. E qui il film colpisce dritto allo stomaco. La colonna sonora di Last Action Hero è uno di quei rari casi di epicità in cui le scene assumono un connotato ancora più cazzuto. I Guns N’ Roses arrivano con una violenza controllata, trasformando ogni sequenza in un’esplosione emotiva. Gli AC/DC martellano come un motore V8 lanciato sull’autostrada del caos. Mentre gli Alice in Chains aggiungono quella vena oscura, quasi malata, che ti ricorda che sotto la superficie scintillante c’è qualcosa che marcisce.
E poi Queensrÿche, Megadeth, Def Leppard… Un collage sonoro che rappresenta perfettamente lo spirito di un’epoca in cui il rock era ancora pericoloso, sporco e dannatamente vivo. Questa colonna sonora non è nostalgia. È un pugno nello stomaco. È il battito cardiaco di un film che non vuole stare fermo.
Il culto tardivo di Last Action Hero e la rivincita dei film sbagliati
Oggi Last Action Hero viene rivalutato, analizzato ed amato da chi ha capito che il cinema non deve per forza essere rassicurante. È diventato un film di culto, uno di quei titoli che sopravvivono proprio grazie al loro fallimento iniziale. Perché i film troppo perfetti spesso svaniscono. Quelli imperfetti, invece, restano. Ti rimangono addosso come una cicatrice. E li puoi apprezzare quando vengono trasmessi nel cuore della notte dal canale dei film classici.

Epilogo: quando il cinema guarda indietro e spara
Riguardarlo oggi è un’esperienza quasi disturbante. Perché ti accorgi che aveva già visto tutto di tutto ciò che si è realizzato e che si sta realizzando oggigiorno. Aveva capito che il pubblico avrebbe iniziato a chiedere di più, che i generi sarebbero stati smontati e ricostruiti e che gli eroi avrebbero dovuto fare i conti con la propria artificialità. Per questo Last Action Hero va oltre il concetto di semplice film che si fa beffe dei classici blockbuster d’azione: è un esperimento (all’epoca) fallito riuscito male nel momento giusto e bene nel momento sbagliato. E forse è proprio per questo che, ancora oggi, continua a respirare.
Hank Cignatta
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