Prince, l’uomo che suonava il futuro
Atto I – Minneapolis, il silenzio prima dell’uragano viola
Prince Rogers Nelson nasce a Minneapolis, Minnesota, nel 1958 in una città che all’epoca non prometteva rivoluzioni musicali. Non c’erano spiagge, non c’erano club leggendari e non c’era nemmeno una scena degna di questo nome. C’era il freddo. C’era il silenzio. E c’era un ragazzino minuscolo che imparava a suonare tutto ciò che aveva delle corde, dei tasti o una superficie da colpire.

Il padre suonava jazz, la madre cantava e in casa la musica non era un passatempo ma una lingua madre. Prince cresce così: introverso, ossessivo, silenzioso fuori e vulcanico dentro. A scuola parla poco ma quando tocca uno strumento sembra posseduto. Non studia musica per diventare bravo: la usa per sopravvivere.

Già da adolescente compone, registra, produce. Non aspetta il permesso di nessuno. A diciannove anni firma un contratto che gli concede una libertà quasi mai vista prima: scrivere, suonare e produrre da solo i propri dischi. È il primo segnale che questo non sarà un artista normale. Prince vuole entrare nell’industria musicale per riscriverne le regole.
Atto II – Il funk diventa mutante e il pop smette di essere educato
Quando Prince irrompe sulla scena alla fine degli anni Settanta, il mondo è diviso in compartimenti stagni. Il rock è bianco, il funk è nero, il pop è innocuo, il sesso è qualcosa da suggerire, non da urlare. Prince prende tutto questo e lo frulla senza pietà. Nei suoi primi album il funk diventa elettronico, la chitarra diventa un’arma sessuale, la voce cambia sesso, età e umore nel giro di una strofa. Prince canta come una donna, urla come un predicatore e sussurra come un amante focoso.

Il pubblico all’inizio non capisce. Troppo nero per le radio bianche, troppo strano per l’R&B tradizionale e troppo sessuale per l’America puritana. Ma Prince non arretra. Anzi, spinge sull’acceleratore. Ogni disco è una sfida aperta: ai critici, alle etichette, ai limiti imposti dal mercato.

Con Dirty Mind e Controversy il sesso diventa linguaggio politico. Con 1999 il futuro smette di sembrare rassicurante e diventa un party apocalittico. Prince balla sulla fine del mondo, vestito di latex, con un sorriso che sa di geniale blasfemia.
Purple Rain – Quando il mito diventa inevitabile
Poi arriva Purple Rain e tutto cambia. O meglio: tutto esplode. Il film, l’album, l’immaginario. Prince non è più solo un musicista, è un’icona culturale totale. La pioggia viola diventa un simbolo senza spiegazione razionale, come tutte le cose che funzionano davvero. È dolore, redenzione, orgasmo, solitudine, fede: tutto nello stesso colore impossibile.
Musicalmente Purple Rain è una sintesi perfetta: rock, funk, gospel, pop, psichedelia. Narrativamente è un’autobiografia mascherata, un racconto di ascesa e autodistruzione, un Vangelo scritto con una chitarra elettrica. L’assolo finale del brano omonimo è una confessione a volume massimo. Da quel momento Prince potrebbe diventare una star “normale”. Ma sarebbe una bestemmia. E Prince non è tipo da evitare il sacrilegio.
Atto III – Il controllo, la guerra e il nome cancellato
Negli anni Novanta Prince entra in guerra con l’industria discografica. Non una guerra simbolica: una guerra reale, fatta di contratti capestro, diritti negati, album bloccati. La risposta è una delle azioni più radicali mai viste nella musica popolare. Prince smette di chiamarsi Prince. Si rinomina con un simbolo impronunciabile, metà maschile e metà femminile, metà nota musicale e metà atto di sabotaggio.

È un gesto artistico, politico e disperato insieme. Scrive “Slave” sul volto, pubblica musica in modo compulsivo, anticipa di anni il concetto di indipendenza artistica totale. Il pubblico si perde. I media lo ridicolizzano. Ma Prince non sta cercando approvazione: sta combattendo per il controllo della propria anima creativa. Solo anni dopo il mondo capirà che aveva ragione su tutto, dallo streaming ai diritti degli artisti.
Il genio solitario di Paisley Park
Prince vive e lavora a Paisley Park come un monaco elettrico. Registra di notte, dorme poco, accumula migliaia di brani inediti. Suona tutto, decide tutto, controlla tutto. Non è isolamento: è concentrazione assoluta. Chi ha lavorato con lui racconta di prove estenuanti, cambi d’umore improvvisi, momenti di umanità pura seguiti da silenzi glaciali. Prince non era facile, non era accomodante e non era democratico. Ma era onesto con l’arte in un modo che fa paura.

Sul palco, invece, era inarrivabile. Poteva distruggere qualsiasi chitarrista, dominare qualsiasi band, ipnotizzare qualsiasi pubblico. Non chiedeva attenzione: la pretendeva.
La morte di Prince e l’eco che non si spegne
Prince muore il 21 aprile 2016. La notizia arriva come una pugnalata silenziosa. Nessun tour d’addio, nessuna celebrazione programmata. Solo il vuoto improvviso lasciato da qualcuno che sembrava eterno perché lavorava come se il tempo fosse un nemico personale.
Dopo la morte, il mondo si rende conto dell’enormità del lascito. Non solo album, ma un archivio sterminato, una filosofia artistica, un modo di intendere la libertà creativa che oggi viene citato come esempio, spesso senza comprenderne davvero il prezzo. Prince non ha mai voluto essere spiegato. Ha voluto essere vissuto, ascoltato ed attraversato.

Perché Prince non appartiene al passato
Prince non è nostalgia. Prince è una ferita ancora aperta nella musica contemporanea. Ogni artista che parla di indipendenza, di identità fluida, di controllo creativo, sta camminando su un sentiero che lui ha aperto a colpi di chitarra e ostinazione.

Non era perfetto. Non era buono. Non era gentile. Ma era necessario. Prince è la prova che il pop può essere pericoloso, che il successo può convivere con la radicalità, che il genio vero non chiede il permesso e non aspetta di essere capito. Suonava il futuro mentre il mondo era ancora occupato a difendere il passato. E per questo, ancora oggi, suona avanti.
Hank Cignatta
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