David Lee Roth e lo spettacolo del rock
Tra la fine degli anni Settanta e l’alba degli Ottanta il rock ha smesso di essere solo musica per diventare un scintillante e meraviglioso spettacolo da circo elettrico, una rissa elegante tra testosterone, talento e follia. In quel momento al centro del palco, con un microfono in una mano e l’ego nell’altra, c’era David Lee Roth. Ben presto il mondo capì che non era un semplice cantante o il frontman dei Van Halen ma un animale da palcoscenico. Roth è imbonitore lisergico, un Vegas entertainer intrappolato in un corpo da rocker californiano.

Parlare di David Lee Roth significa parlare di eccesso, di spettacolo, di rock come intrattenimento totale, dove la voce è importante ma il carisma è tutto. Roth non canta soltanto: domina la scena, seduce e provoca. E soprattutto, rubava la scena anche quando accanto a lui c’era uno dei più grandi chitarristi della storia.
L’arrivo dei Van Halen: quando il rock trovò il suo giullare supremo in Lee Roth
Quando i Van Halen esplodono sul finire degli anni Settanta il mondo del rock non è pronto. Eddie Van Halen sembra arrivato da un altro pianeta, con un modo di suonare la chitarra davvero spaziale. Ma sarebbe un errore clamoroso pensare che il successo della band sia dovuto solo a quel genio tecnico.

David Lee Roth è il collante, il frontman che trasforma una band di musicisti straordinari in una macchina da guerra popolare. Con i Van Halen Roth porta sul palco una miscela letale di istrionismo, ironia, sessualità e teatralità, recuperando lo spirito dello showbiz classico e trascinandolo dentro l’hard rock.

Sul palco salta, piroetta, fa spaccate improbabili, lancia sorrisi da conquistatore e fa battute da cabarettista. La sua voce non è quella di un virtuoso tradizionale ma è elastica, arrogante, riconoscibile, perfetta per brani come Runnin’ with the Devil, Ain’t Talkin’ ’Bout Love, Panama e l’inno generazionale Jump. Con Roth, i Van Halen diventano una band che non si limita a suonare: intrattiene, conquista radio, MTV e stadi.

David Lee Roth e l’arte del frontman: carisma prima della tecnica
Nel rock esistono cantanti tecnicamente superiori a David Lee Roth, è inutile che adesso vi scaldiate tanto nel farlo notare. Esistono performer più disciplinati. Ma pochi, pochissimi, possono competere con la sua presenza scenica magnetica. Roth capisce una cosa fondamentale prima di molti altri: il pubblico non vuole solo limitarsi ad ascoltare ma anche vedere e prendere parte ad uno spettacolo. D’altro canto stiamo parlando della generazione di Mtv. Roth è la quintessenza della fottuta rockstar.

Il suo corpo diventa parte integrante della musica. I movimenti sono esagerati, volutamente sopra le righe. Ogni canzone è una performance. Ogni concerto è una sfida diretta al pubblico: “Guardatemi, seguitemi, lasciatevi andare”. Roth non si prende mai troppo sul serio, e proprio per questo risulta efficace in modo devastante.

È l’anti-frontman perfetto per un’epoca che ama l’eccesso. È un mix tra un lottatore di wrestling, un attore di Broadway e un comico da night club. E nel contesto dei Van Halen questa follia è bilanciata dalla precisione chirurgica della band, capace di creare un equilibrio irripetibile.
La frattura: quando l’ego diventa più grande della band
Come spesso accade nelle grandi storie del rock l’equilibrio si spezza. Gli ego crescono e le visioni divergono. David Lee Roth vuole essere ancora più showman, ancora più protagonista. Eddie Van Halen spinge verso una direzione musicale più sofisticata, più controllata. La separazione arriva a metà degli anni Ottanta ed è uno shock culturale.

I Van Halen senza Roth continueranno ad avere successo, ma qualcosa cambia per sempre. Roth, dal canto suo, si lancia in una carriera solista che è una dichiarazione di intenti: io sono lo spettacolo.
La carriera solista di David Lee Roth: tra rock, ironia e puro ego teatrale
La carriera solista di David Lee Roth è un’estensione naturale della sua personalità. Album come Eat ’Em and Smile mostrano un Roth ancora affamato, circondato da musicisti tecnicamente mostruosi, deciso a dimostrare di poter reggere il peso del palcoscenico da solo.
I suoi videoclip sono piccoli film surreali, ironici, spesso autocelebrativi. Roth gioca con l’immagine, con l’idea stessa di rockstar, prendendola in giro e incarnandola allo stesso tempo. È una caricatura consapevole, un personaggio che sa di esserlo e ne fa un’arma.
La sua carriera solista non raggiungerà mai l’impatto culturale dei Van Halen classici ma consolida il suo status di icona del rock spettacolare, di artista che ha fatto dell’esagerazione una cifra stilistica.
L’eredità di David Lee Roth: il rock come grande show
Oggi, guardando indietro, David Lee Roth rappresenta qualcosa che nel rock moderno si è in parte perso. La capacità di essere ridicolo senza prendersi sul serio, eccessivo senza essere finto e teatrale senza perdere credibilità.

La sua eredità non è solo musicale. È visiva, culturale, performativa. Senza Roth, il concetto di frontman come intrattenitore totale sarebbe diverso. Ha aperto la strada a un’idea di rock meno seriosa e più consapevole della propria natura spettacolare.
David Lee Roth non è stato solo il cantante dei Van Halen. È stato il maestro di cerimonie di un’epoca, l’uomo che ha dimostrato che nel rock, a volte, saper stare sul palco è potente quanto saper suonare uno strumento.
E quando le luci si spengono, resta l’immagine di quel sorriso arrogante, delle calzamaglie impossibili e di una verità semplice e brutale: David Lee Roth non ha mai chiesto il permesso. Ha semplicemente occupato il palco.
Hank Cignatta
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