Motori, caos e star: anatomia de La Corsa più pazza d’America
Per fortuna siamo agli sgoccioli di queste feste. Mentre fuori le temperature scendono di tre gradi sotto lo zero, io e la mia cagnona Noël ci stringiamo sotto le coperte alla ricerca di qualcosa da guardare alla tv. Il telecomando diventa il mio bastone errante ad infrarossi: mentre mi ritrovo a dribblare film natalizi destinati esclusivamente al mercato home video finisco sul canale che trasmette grandi classici a tutte le ore del giorno. Terminato il break pubblicitario inizia una grande follia Hollywoodiana di inizio anni Ottanta, intitolato La Corsa più pazza d’America. Un cast d’eccezione che vede Burt Reynolds, Farrah Fawcett, Roger Moore, Dan Martin, Sammy Davis Jr., Jackie Chan e Peter Fonda. Noël posa il suo muso sulle mie gambe e la visione può avere inizio.

La corsa più pazza d’America non è un film nel senso civile del termine. Non racconta, non spiega e non redime. È piuttosto un’espulsione incontrollata di energia, una risata sputata in faccia al concetto stesso di buon gusto. Un rutto cinematografico lungo novantacinque minuti che Hollywood si è concessa quando ancora non sentiva il bisogno di chiedere scusa. Guardarlo oggi significa assistere a un incidente avvenuto in un’altra epoca, quando la benzina costava poco, la cocaina circolava come il caffè e nessuno, sul set, sembrava davvero interessato a tornare sobrio.

Siamo nel 1981 e tutto, in questo film, gronda incoscienza. Non c’è morale, non c’è parabola, non c’è messaggio. E per fortuna. C’è solo la sensazione netta che qualcuno abbia detto “giriamo qualcosa”, e qualcun altro abbia risposto “va bene, ma divertiamoci davvero”.
Non una trama, ma una scusa folle: la Cannonball Run
La trama del film è una linea tratteggiata appena visibile sull’asfalto. Una corsa illegale da una costa all’altra degli Stati Uniti, ispirata a una competizione realmente esistita (la Cannonball Baker Sea-To-Shining-Sea Memorial Trophy Dash) , concepita come un gigantesco dito medio ai limiti di velocità imposti dallo Stato. Non c’è evoluzione, non c’è trasformazione, non c’è crescita dei personaggi. C’è solo una domanda rozza, primaria, quasi infantile: quanto puoi correre prima che qualcosa vada storto?

Ed è una domanda profondamente americana. La Cannonball Run nasce come gesto di ribellione contro l’idea stessa di rallentare. Non per arrivare da qualche parte, ma per dimostrare che fermarsi equivale a perdere. Hollywood intercetta questa follia e fa la cosa più sensata possibile: la trasforma in una farsa gigantesca, togliendole ogni residuo di eroismo e lasciando solo la velocità e il rumore.

Burt Reynolds: quando l’ego diventa carburante
Burt Reynolds attraversa il film come una divinità pagana consapevole del proprio culto. Non interpreta davvero J.J. McClure, perché J.J. McClure non esiste. Esiste Burt Reynolds che guida, sorride, ammicca e si muove nello spazio come uno che sa perfettamente di essere al centro del mondo. Ogni inquadratura sembra dirci che l’attore è lì non per lavorare, ma per godersi il momento e che il personaggio è solo una formalità contrattuale.

Non c’è introspezione, non c’è conflitto interiore. C’è il corpo, il volto, la sicurezza sfacciata di chi sa che anche schiantandosi resterebbe iconico. Reynolds non ha bisogno di dimostrare nulla e proprio per questo il film lo segue senza discutere.
Dom DeLuise: il caos fatto uomo (e sudore)
Se Reynolds è il controllo apparente, Dom DeLuise è la perdita totale di controllo. Ogni sua apparizione manda in cortocircuito il ritmo del film, che improvvisamente smette di fingere di essere una narrazione e diventa puro slapstick. DeLuise occupa lo spazio con il corpo, con la voce e con una fisicità che sembra sempre sul punto di implodere nel senso magnetico del termine.

Non recita un ruolo ma si offre come spalla comica disposta a cadere, urlare, sbagliare, sudare e ridicolizzarsi senza alcuna protezione. È un tipo di comicità che oggi farebbe paura perché non è mediata, non è ironica e non è distante. È totale. E proprio per questo funziona.
Jackie Chan, la Golden Harvest e lo scontro tra due cinema che non si capivano ancora
In mezzo a questo circo motorizzato compare Jackie Chan e per un attimo La corsa più pazza d’America sembra non sapere cosa farsene, sul serio. Chan interpreta un pilota giapponese, una scelta già discutibile all’epoca e oggi semplicemente imbarazzante. Ma il vero punto non è il personaggio. Il punto è che Jackie Chan arriva in questo film portandosi dietro un altro mondo, un altro modo di intendere il corpo, il rischio e l’azione.

La sua presenza non è casuale. La corsa più pazza d’America è anche una co-produzione realizzata con la Golden Harvest di Raymond Chow, la leggendaria casa di produzione di Hong Kong che aveva già rivoluzionato il cinema mondiale lanciando Bruce Lee. Dopo la morte di Lee, Chow era alla ricerca di un nuovo volto, di un nuovo corpo capace di parlare al pubblico globale e Jackie Chan era l’erede designato. Hollywood, dal canto suo, non sapeva ancora come gestirlo ma era abbastanza curiosa da lasciarlo entrare.

Il risultato è una collisione culturale evidente. Mentre il resto del cast vive di improvvisazione, ego e caricatura Jackie Chan si muove con una precisione quasi chirurgica. Il suo corpo racconta disciplina, controllo e tempistica millimetrica. In un film che celebra l’incoscienza Chan è paradossalmente l’elemento più concreto, più reale. Ogni sua scena suggerisce che lì sotto, sotto la farsa, esiste un altro cinema possibile fatto di rischio fisico autentico e di coreografia pensata e non improvvisata.

Hollywood però non è ancora pronta. Non ancora in quel preciso contesto storico. Chan viene osservato, testato, lasciato ai margini. Non è ancora una star e un’icona anche in occidente ma è già chiaro che il suo talento non può essere ridotto a una semplice gag. La Golden Harvest usa questo film come un cavallo di Troia, un primo tentativo di portare il cinema marziale orientale nel grande mercato americano. Non è integrazione, è attrito ed è proprio questo attrito a rendere la sua presenza storicamente fondamentale.
Roger Moore che ironizza su James Bond (e lo fa bene)
Roger Moore entra nel film come un sabotatore elegante. Il suo Seymour Goldfarb Jr. è una parodia talmente sfacciata di James Bond da sembrare una confessione involontaria. Tutto ciò che rendeva Bond infallibile viene qui smontato pezzo per pezzo. I gadget non servono, l’intelligenza vacilla e il fascino diventa ridicolo. Moore sembra divertirsi a demolire l’icona che lo ha reso famoso, trasformandola in una caricatura che sopravvive più per fortuna che per competenza. In mezzo a un film che vive di eccessi grossolani, questa è una satira sorprendentemente lucida, infilata quasi di nascosto tra una gag e una sgommata.
Dean Martin e Sammy Davis Jr.: due guasconi ubriachi che ridono dell’America
Quando Dean Martin e Sammy Davis Jr. compaiono sullo schermo il film assume improvvisamente un tono spettrale. Non perché siano cupi ma perché sembrano provenire da un’altra epoca, già conclusa. Travestiti da preti per evitare la polizia, si muovono come due icone consapevoli di essere ormai leggenda, libere quindi di prendersi gioco di tutto, compresa l’America che li ha idolatrati. Non cercano nostalgia né redenzione. Bevono, ridono e vanno avanti, come se la corsa fosse solo un altro pretesto per restare in movimento e non guardarsi troppo indietro.

Le donne? Oggetti, certo. Ma anche detonatori narrativi
l film non prova nemmeno a nascondere il suo sguardo maschile. Visto con l’urticante ottica moderna le donne sono spesso ridotte a presenze decorative, a distrazioni, a strumenti narrativi usati senza pudore. Ma proprio questa assenza di ipocrisia lo rende un documento sincero del suo tempo. La corsa più pazza d’America non finge di essere progressista, non si autoassolve e non chiede comprensione. Per fortuna, aggiungo.

Farrah Fawcett non interpreta un personaggio nel senso classico. È una funzione, una miccia visiva, un elemento che il film utilizza con la stessa disinvoltura con cui usa un motore truccato.

Le automobili: vera religione americana
In questo film si venerano cilindri. Le automobili non sono mezzi ma estensioni psicologiche, simboli di potere, libertà e arroganza. Ferrari, Lamborghini, Rolls-Royce, Aston Martin e mezzi improbabili vengono guidati come se il concetto stesso di rispetto fosse stato abolito. Ogni macchina è una dichiarazione politica implicita: la velocità come diritto naturale, la multa come oppressione, il buonsenso come intralcio. Pura pornografia meccanica, girata con lo stesso sguardo famelico.

Un film girato come una festa degenerata
Tutto, nel film, tradisce la sensazione di un set fuori controllo. Si percepisce che molte scene esistono in quanto qualcuno pare abbia avuto un’idea sul momento, perché nessuno ricordasse il copione o perché semplicemente sembrava divertente farlo. C’è odore di sigarette, alcol e improvvisazione. La struttura scricchiola, ma non crolla, perché non le viene mai chiesto di reggere davvero. È cinema senza controllo qualità e proprio per questo incredibilmente vivo.

Perché oggi questo film sarebbe impossibile
Oggi La corsa più pazza d’America verrebbe analizzato, smontato, problematizzato e probabilmente cancellato prima ancora di essere completato. Non per difetti tecnici ma perché oggi il cinema ha paura. Paura di sbagliare, paura di offendere, paura di divertirsi senza una rete sotto. Esattamente come questo triste mondo malato. Nel 1981 questa paura non esisteva. E il film è la prova tangibile di un’industria che, per un momento, ha smesso di essere responsabile. I capolavori cercano di durare. Questo film no. Si consuma, si logora, perde pezzi. Ma continua a correre. Non insegna nulla, non offre risposte, non propone soluzioni. Invita solo a salire in macchina, chiudere la portiera e accettare il rumore. Lo spettatore è invitato ad abbandonarsi agli eventi del film e a spegnere il cervello per la durata della pellicola. Che goduria eh?

In Conclusione
La corsa più pazza d’America è ciò che accade quando Hollywood si dimentica di essere rispettabile e si ricorda di essere americana: rumorosa, arrogante, stupida, eccessiva e viva. È anche il momento in cui, quasi senza accorgersene, l’America incrocia Hong Kong e non capisce ancora cosa sta guardando. È un film che non frena. E proprio per questo capace di lasciare il segno.
Hank Cignatta
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