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    Tokyo Vice, un viaggio urbano nelle viscere oscure del Giappone

    E’ notte fonda quando esco da casa della Dani California con la quale mi sto frequentando da qualche giorno. Nulla di serio, probabilmente l’ennesimo nome di donna scritto in quel grottesco calvario narrativo quale è la mia esistenza personale da due anni a questa parte. La mia Great Point Blue Shark solca le strade di Nevrotic Town (o Torino, se siete amanti della moda) in direzione del mio appartamento, mentre dalla parte opposta una voltante della polizia a sirene spiegate sveglia questa città dal torpore delle sue ombre. Per strada nessuno neanche per sbaglio. In compenso è una notte dalla temperatura perfetta per abbassare il finestrino. Alzo il volume della musica per sentire meglio dalla radio Long Long Way To Go di Phil Collins. La mia giacca odora di mille sigarette, rimpianti ed orgasmi bagnati mentre bestemmio per riuscire a trovare un parcheggio per sistemare il mio attempato ma sempre ruggente bolide blu metallizzato. Una volta in casa cerco di lavare via i miei pensieri grazie al potere taumaturgico di una doccia e dell’amore incondizionato della mia cagnona Nöel, la quale torna a dormire addosso a me il sonno dei giusti. Accendo il mio pc per visionare qualche email e mi imbatto in un messaggio del mio amico Carl, il quale mi ha inviato gli episodi di una serie tv che stavo aspettavo con trepidante attesa, intitolata Tokyo Vice. Apro il primo video allegato e mi appresto alla visione, d’altronde io e l’insonnia abbiamo un perfetto rapporto d’amore e odio.

    Tokyo Vice segue le vicende di Jake Adelstein (interpretato da Ansel Elgort) , giornalista americano (autore dell’omonimo libro di memorie dal quale è tratto il telefilm) che si trasferisce dal Missouri nella Tokyo degli anni Novanta in fuga, anche, dalla sua non idilliaca situazione familiare. Grazie alla sua laurea in giornalismo, riesce a sostenere il rigido esame di assunzione per il Yomiuri Shimbun, uno tra i più importanti quotidiani del Giappone nonché uno tra i più letti al mondo, con una tiratura mattutina che a giugno 2020 si attestava intorno a 7,7 milioni di copie vendute.

    Il vero Jake Adelstein, autore del libro Tokyo Vice sul quale è basata l’omonima serie tv

    Adelstein supera le selezioni e diventa il primo giornalista straniero (gaijin in giapponese) a scrivere per la prestigiosa testata giornalistica nipponica. Adelstein parte dal basso fino ad ottenere la stima di Emi Maruyama, sua supervisore, che gli fa da giuda nella rigida realtà dello Yomiuri Shimbun. Con il passare del tempo Adelstein si fa ben volere da Hiroto Katagiri (interpretato da Ken Watanabe), detective della divisione antidroga di Tokyo. Katagiri è una figura paterna per il giovane giornalista americano e lo guida attraverso il sottile e spesso precario confine tra legge e criminalità organizzata. In cerca di una buona storia per poter dimostrare la sua stoffa ai suoi superiori, Aldestein entra così a contatto con il mondo della Yakuza e della Tokyo sotterranea, dove niente e nessuno è come sembra.

    Ken Watanabe e Ansel Elgort nei panni di Hiroto Katagiri e Jake Aldestein

    Ci sono delle doverose precisazione da fare prima di mettersi alla visione di quello che, senza dubbio, sarà uno dei più interessanti titoli della prossima stagione telefilmica. Benché Tokyo Vice condivida la similitudine del titolo e la partecipazione del co-creatore di Miami Vice Michael Mann in veste di produttore esecutivo e regista dell’episodio pilota, sono due cose ben distinte. Non è un revival di quanto visto sulle strade di Miami con Don Johnson e Philip Michael Thomas e non lo sarà mai. In primis perché il protagonista di Tokyo Vice è un giornalista e non un poliziotto. Questo significa che l’eroe (sempre se così si possa definire) di questa storia è alla ricerca di una buona storia da portare alla luce dalle tenebre di quella Tokyo degli anni Novanta caratterizzata da neon e locali alla moda dove la società si rifugia per cercare di scappare dalle proprie vite o dai propri problemi. Esattamente come i personaggi della storia, i quali hanno tutti un passato dal quale non possono smarcarsi ma che, volente o nolente, presenta loro il conto. Lo stile di Michael Mann è innegabile e si sente molto nell’andamento degli otto episodi che compongono questa prima stagione, che suona veramente bene rispetto a ciò che gira ultimamente nel fitto sottobosco delle serie tv.

    Grande successo in patria per la piattaforma streaming HBO Max, Tokyo Vice ha tutte le carte in regola per essere una serie tv davvero interessante, con la speranza che possa approdare anche qui da noi. Anche se, molto probabilmente, potrebbe soffrire della cosiddetta sindrome da prodotti sottovalutati. Tokyo Vice non è una storia sulla Yakuza, in quanto non si sofferma troppo su questo aspetto ma bensì una storia che analizza i tratti psicologici di ogni suo personaggio. E’ un viaggio nelle viscere più profonde e buie di una società che mette un interruttore alle emozioni per raggiungere i propri scopi. Non importa come. E sullo sfondo la patinata luce dei neon di una Tokyo sempre viva ed attiva rende il tutto decisamente molto interessante.

    Hank Cignatta

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    Sono la mente insana alla base di Bad Literature Inc. Giornalista pubblicista, Gonzo nell’animo, speaker radiofonico, peccatore professionista, casinista come pochi. Infesto il web con i miei articoli che sono dei punti di vista ( e in quanto tali condivisibili o meno) e ho una particolare predisposizione a dileggiare la normalità. Se volete saperne di più su di me e su Bad Literature Inc. leggete i miei articoli. Ma poi non dite che non siete stati avvertiti.

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