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Alice In Chains, l’anima dark e cazzuta del Grunge

Era una polveriera affollata la cittadina di Seattle, nello stato di Washington, all’inizio degli anni Novanta. In quella piovosa cittadina partì una vera e propria rivoluzione sociale e musicale conosciuta con il nome di Grunge. Il rock era ancora in grado di poter dire qualcosa ma soprattutto di valere ancora qualcosa per i giovani di quella Generazione X che ha utilizzato la musica per far veicolare il proprio malessere. Inevitabilmente quando si parla di questo periodo (che definire genere o sotto genere musicale sarebbe riduttivo ed inadatto) vengono subito in mente i Nirvana. Questo perché la band capitanata da Kurt Cobain ha rappresentato (e continua a rappresentare) l’anima più “commerciale” dell’ultima grande rivoluzione che il rock è stata in grado di far veicolare. Ma proprio quel periodo è stato in grado di generare diverse band che hanno messo in musica il loro concetto di Grunge, declinandolo in maniere e stili diverse.

La Generazione X è stata alla base del movimento Grunge, capace di catalizzare l’attenzione dell’industria discografica e non solo

Tra gli “dei” del Grunge insieme a Nirvana, Pearl Jam e Soundgarden ci sono anche gli Alice In Chains. La band si formò a Seattle nel 1986 in seguito all’incontro alla sala prove Music Bank di Layne Staley, ragazzo dallo smisurato talento artistico e Jerry Cantrell, virtuoso chitarrista. Dopo alcune esperienze in gruppi nei quali i due militarono insieme, l’anno seguente decisero di fondare una band e di chiamarla Alice In Chains, nome proveniente da un precedente progetto musicale terminato di Staley. Il giovane Layne aveva una voce potente e in grado di trasmettere una pazzesca carica emotiva ai brani che non si limitava solamente a cantare ma bensì ad interpretare.

Il cantante e frontman degli Alice in Chains e del supergruppo dei Mad Season durante il Loolapalooza del 1993

Gli Alice In Chains rappresentano l’anima più “scura” del Grunge, palesemente influenzato da sonorità che strizzano l’occhio all’heavy metal, al rock psichedelico e al funk, esaltate dal graffiante suono distorto della chitarra elettrica di Jerry Cantrell, autore anche dei testi e delle musiche della maggior parte dei brani del gruppo. All’interno del panorama del movimento musicale di Seattle hanno rappresentato e rappresentano sicuramente una delle sue espressioni più originali, potenti e creative. Sono ormai leggendari brani quali Angry Chair, Would?, Them Bones, Man In A Box e tanti altri. Ben presto i loro brani vennero passati massicciamente in radio, così come i loro video che diventarono pilastri della programmazione del periodo.

Gli Alice In Chains. Da sinistra: Jerry Cantrell (chitarra), Mike Inez (basso), Layne Staley (voce) e Sean Kinney (batteria)

Il nome degli Alice In Chains è indissolubilmente legato al nome del suo frontman e cantante Layne Staley, una delle voci più belle del Grunge. Era davvero in grado di trasmettere emozioni uniche ad ogni brano, sia nella versione in studio che durante i concerti, diventando uno dei grandi valori aggiunti della band. Ma la sua incredibile bravura andava di pari passo con la sua personalità chiusa e tormentata che lo porterà a cadere nel tunnel della dipendenza di eroina che lo poterà a morire di overdose nel 2002. Ebbe modo di partecipare all’ultima apparizione pubblica nel corso dell’esibizione della band all’MTV Unplugged del 1996, in uno stato di salute visibilmente precario, nel quale mise l’anima nell’eseguire in versione acustica i pezzi dal piglio più duro della discografia della band, quasi fosse il suo ultimo dono ai fans. La morte di Staley, avvenuta ad otto anni di distanza da quella di Kurt Cobain, ha portato via l’altra figura iconica del Grunge che ha subito un nuovo e duro colpo con il suicidio di Chris Cornell dei Soundgarden nel 2017. Se di morte si può parlare, almeno a livello concettuale e culturale, il Grunge è morto due volte: a livello commerciale nel 1994 con Cobain e “spiritualmente” nel 2002 con Staley. Mentre invece la leggenda e la musica, almeno quelle per fortuna, restano immortali.

Hank Cignatta

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