Striscia la notizia: e’ finita un’epoca?
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Il rumore più inquietante della televisione non è quello di un programma che chiude ma quello di un programma che smette lentamente di contare. Nessun funerale, nessuna ultima puntata destinata a entrare nella storia. Solo un volume che si abbassa anno dopo anno mentre il pubblico cambia stanza senza nemmeno accorgersene. È probabilmente questa la vera storia di Striscia la Notizia. Non quella di una trasmissione destinata, prima o poi, a lasciare il palinsesto di Canale 5 ma quella di un gigante che per quasi quarant’anni ha raccontato l’Italia e che oggi si ritrova a fare i conti con un Paese che non assomiglia più a quello che aveva contribuito a fotografare.

Riguarda un modo di intendere la televisione che, nel frattempo, è cambiato fino a diventare quasi irriconoscibile. Guardare alla perdita di centralità di Striscia significa osservare il momento in cui un gigante della televisione generalista ha scoperto che il terreno sotto i suoi piedi era stato sostituito da qualcosa di completamente diverso. Non è successo da un giorno all’altro e forse proprio per questo fa più rumore. Le rivoluzioni più profonde raramente esplodono, preferiscono consumarsi lentamente lasciando che il pubblico cambi abitudini senza nemmeno rendersene conto.
Antonio Ricci aveva intuito il futuro ma il futuro ha continuato a correre
Quando Antonio Ricci portò in onda Striscia la Notizia nel 1988 la televisione italiana non aveva mai visto nulla di simile. La politica veniva presa a pernacchie, i potenti rincorsi con il microfono, le truffe raccontate con un linguaggio accessibile e le inchieste si alternavano alle risate senza che il pubblico trovasse la cosa fuori luogo. Era una formula spregiudicata, capace di demolire il muro che separava l’informazione dall’intrattenimento. Quella miscela avrebbe influenzato intere generazioni di autori televisivi e, col senno di poi, persino una parte del linguaggio che oggi domina il web.

Per molti anni Striscia non è stato soltanto un programma. È stato un appuntamento, un rito, un’abitudine familiare. Il bancone, il Gabibbo, il Tapiro d’Oro, le Veline, gli inviati, le campagne contro le truffe, le imitazioni, le polemiche e le denunce erano entrati nella quotidianità degli italiani con la naturalezza delle cose destinate a durare per sempre. Poi, senza che nessuno se ne accorgesse davvero, qualcosa ha iniziato a cambiare.
Il Gabibbo, l’omone rosso che trasformò la televisione in una piazza
Se esiste un’immagine capace di riassumere l’identità di Striscia la Notizia, probabilmente non è il bancone dello studio né il Tapiro d’Oro consegnato al personaggio di turno. È quel gigantesco pupazzo rosso con la parlata genovese che, dalla fine degli anni Ottanta, è riuscito nell’impresa apparentemente impossibile di diventare una delle figure più riconoscibili della televisione italiana. Il Gabibbo non è mai stato soltanto una mascotte ma ha da sempre rappresentato l’incarnazione dell’indignazione popolare, un giustiziere improbabile che alternava battute demenziali a prese di posizione durissime contro truffatori, burocrati, imbroglioni e piccoli soprusi quotidiani. Mentre gli inviati inseguivano il politico di turno o denunciavano l’ennesima storia di malasanità, di sprechi o di raggiri ai danni dei cittadini, lui rappresentava la voce di chi, seduto davanti al televisore, avrebbe voluto entrare nello schermo per chiedere spiegazioni.

Era il crociato delle ingiustizie propagate via etere dal tubo catodico, ma anche di quelle consumate fuori dagli studi televisivi, nelle strade, negli uffici pubblici e nelle pieghe di un Paese che Striscia cercava di raccontare attraverso il filtro della satira. Il fatto che ancora oggi basti pronunciare il suo nome perché chiunque sappia immediatamente di chi si sta parlando racconta molto più della longevità di un personaggio. Racconta l’epoca in cui la televisione aveva ancora la forza di creare miti popolari condivisi, figure capaci di attraversare le generazioni senza bisogno di essere rilanciate ogni giorno da un algoritmo.
È cambiata la televisione ma soprattutto è cambiato il pubblico
La spiegazione più superficiale sarebbe attribuire tutto al calo degli ascolti. E sarebbe anche la meno interessante. Gli ascolti sono una conseguenza, non la causa. La vera rivoluzione è avvenuta fuori dagli studi televisivi. Per decenni la televisione generalista ha vissuto in una posizione quasi monopolistica. Le reti erano poche, gli appuntamenti fissi e la serata degli italiani seguiva un percorso comune. Si cenava davanti allo stesso schermo, si commentavano gli stessi programmi e il giorno successivo, al bar o in ufficio, tutti avevano visto più o meno le stesse cose. Quel mondo oggi non esiste più.

La televisione non è stata sostituita. È stata frammentata. Le piattaforme in streaming hanno trasformato il concetto stesso di palinsesto, YouTube ha reso ogni spettatore anche un potenziale autore, TikTok ha ridotto i tempi dell’intrattenimento a pochi secondi mentre gli altri social network hanno cancellato la distinzione tra chi produce contenuti e chi li guarda. L’access prime time non rappresenta più il centro della serata degli italiani perché gli italiani, semplicemente, non condividono più una stessa serata. La casa è rimasta la stessa ma è il salotto ad essersi svuotato.
La satira ha perso il monopolio della risata
Per comprendere davvero il ridimensionamento di Striscia la Notizia bisogna guardare anche a un altro fenomeno. Negli anni Novanta la satira televisiva aveva un peso enorme perché rappresentava uno dei pochi luoghi nei quali il potere veniva ridicolizzato davanti a un pubblico di massa. Una pernacchia rivolta a un ministro, una caricatura ben riuscita o un servizio irriverente riuscivano a diventare argomento di discussione nazionale. Oggi quel meccanismo si è dissolto.

Un politico inciampa durante una conferenza stampa e il video è già diventato un meme prima ancora che una redazione possa decidere se mandarlo in onda. Una dichiarazione infelice viene smontata da migliaia di utenti nel giro di pochi minuti. L’ironia è diventata permanente, distribuita, istantanea. Non aspetta più la televisione. Vive sul telefono, cambia forma ogni ora e viene prodotta da milioni di persone contemporaneamente. In un ecosistema del genere, perfino un programma che aveva fatto della satira il proprio marchio di fabbrica finisce inevitabilmente per apparire meno indispensabile di quanto fosse stato in passato.
Anche Paperissima Sprint racconta una storia più grande di sé
Se Striscia la Notizia rappresentava l’anima satirica della televisione commerciale, Paperissima Sprint ne incarnava quella più leggera. Per anni è bastato quel montaggio di cadute improbabili, animali imprevedibili e filmati amatoriali per conquistare intere generazioni di spettatori. Era una comicità semplice, immediata, costruita attorno all’effetto sorpresa. Oggi quella sorpresa non esiste più. Ogni giorno scorrono davanti ai nostri occhi centinaia di video registrati con gli smartphone, selezionati da algoritmi che imparano persino quale tipo di umorismo ci diverte di più. Non aspettiamo più l’estate per vedere qualcuno finire in piscina o un cane combinare un disastro.
Quel flusso di immagini ci accompagna durante tutta la giornata, mentre aspettiamo l’autobus, beviamo un caffè o facciamo scorrere distrattamente lo schermo del telefono. Non è Paperissima a essere improvvisamente diventata vecchia. È il mondo ad aver imparato a produrre, distribuire e consumare quello stesso intrattenimento con una velocità che la televisione non avrebbe mai potuto raggiungere.
La fine di Striscia racconta la fine di un’epoca
Ridurre tutto a una questione di palinsesti sarebbe ingeneroso. Striscia la Notizia lascia un’eredità enorme nella storia della televisione italiana. Ha lanciato personaggi, cambiato linguaggi, imposto temi, acceso riflettori su vicende che altrimenti sarebbero rimaste ai margini e dimostrato che perfino la satira poteva diventare uno strumento di denuncia popolare. Ma nessun programma, per quanto rivoluzionario, può sottrarsi alle trasformazioni della società che lo circonda. La televisione generalista non è morta. Ha semplicemente perso quella centralità assoluta che aveva conquistato tra gli anni Ottanta e Duemila. Oggi compete con piattaforme globali, creator indipendenti, podcast, streaming, videogiochi, social network e contenuti personalizzati che seguono il pubblico ovunque, in qualsiasi momento della giornata. È una competizione impari perché non si combatte più per conquistare un’ora della serata, ma ogni singolo secondo dell’attenzione.
Forse è proprio questa la riflessione più amara. Striscia la Notizia non è diventata improvvisamente un brutto programma. È diventata il simbolo di una televisione che non detta più il ritmo del Paese. Quella televisione che riuniva famiglie intere davanti allo stesso schermo, che costruiva un immaginario condiviso e che il mattino seguente offriva un argomento comune di discussione sembra appartenere a un’altra epoca. Il bancone è ancora lì, almeno nella memoria collettiva. Il Gabibbo continua a essere uno dei personaggi più riconoscibili della televisione italiana. Il Tapiro d’Oro è entrato nel linguaggio comune. Eppure tutto questo somiglia sempre di più ai mobili rimasti in una casa ormai vuota. Non perché abbiano perso valore, ma perché chi la abitava ha traslocato altrove, portando con sé il proprio tempo, le proprie abitudini e perfino il proprio modo di ridere.
Forse, allora, la domanda non è se davvero Striscia la Notizia è finita o è diventata anacronistica. La domanda è un’altra, ed è infinitamente più interessante: quando abbiamo smesso di avere bisogno di aspettare le otto e mezza di sera per ridere, indignarci o sentirci parte della stessa conversazione?
Hank Cignatta
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