Flashdance, la scintilla che ha incidendiato gli anni Ottanta
Ci sono film che vincono premi, film che incassano miliardi e film che vengono ricordati soltanto dagli appassionati. Poi esistono anomalie come Flashdance, pellicole che si insinuano nella cultura popolare fino a confondersi con essa. A un certo punto smetti perfino di chiederti da dove arrivi quell’immagine della ragazza che si allena in una fabbrica, della felpa larga che scivola sulla spalla, del secchio d’acqua che precipita addosso alla protagonista durante un’esibizione destinata a diventare immortale. Quelle immagini sembrano essere sempre esistite, come se qualcuno le avesse scolpite direttamente nella memoria collettiva.

Quando Flashdance arrivò nelle sale nel 1983 molti critici gli riservarono recensioni gelide, quasi infastidite da quell’energia sfacciata che sembrava preferire il ritmo alla psicologia e la musica alle parole. Il pubblico, invece, decretò un verdetto completamente diverso. E come spesso accade nella storia del cinema, fu il pubblico ad avere ragione.

Il sogno americano si sporca di grasso industriale
Alex Owens non è una principessa, non è una diva e non aspetta che qualcuno venga a salvarla. Lavora come saldatrice in un’acciaieria di Pittsburgh, mentre la sera si trasforma in ballerina in un locale dove convivono desiderio, neon ed illusioni. Jennifer Beals costruisce un personaggio sospeso tra fragilità e ostinazione, una ragazza che rincorre il proprio talento con le mani ancora sporche di lavoro. È proprio questa doppia identità a rendere Flashdance diverso dai musical tradizionali. Qui il palcoscenico non nasce dentro teatri dorati, ma tra impalcature metalliche, scintille di saldatura e quartieri industriali che sembrano respirare insieme ai protagonisti. Il glamour convive con la fatica e il sogno ha l’odore del ferro caldo.

Il regista Adrian Lyne confeziona ogni sequenza come uno spot pubblicitario di lusso, trasformando luci, corpi e musica in un linguaggio visivo destinato a influenzare un’intera generazione di registi, fotografi e videoclip musicali.
Quando la musica smise di accompagnare le immagini
Parlare di Flashdance senza parlare della sua colonna sonora sarebbe come raccontare Woodstock dimenticandosi della musica. Giorgio Moroder comprese perfettamente che gli anni Ottanta stavano cambiando pelle e costruì un tappeto sonoro elettronico, potente e sensuale, sul quale si innestò “Flashdance… What a Feeling”, interpretata da Irene Cara. Il risultato fu devastante.
La canzone conquistò l’Oscar, il Golden Globe e il Grammy, ma soprattutto uscì dalle sale cinematografiche per invadere radio, televisioni e piste da ballo. Il film e la sua colonna sonora finirono per alimentarsi a vicenda, diventando un unico organismo culturale. Ancora oggi bastano poche note per evocare immediatamente immagini che milioni di persone conoscono anche senza avere necessariamente visto il film.
La moda copiò Flashdance prima ancora di capire cosa fosse successo
Le felpe tagliate sulle spalle, gli scaldamuscoli, i leggings, le tute da allenamento, i capelli spettinati con cura quasi maniacale. Tutto ciò che Jennifer Beals indossava sullo schermo diventò immediatamente un fenomeno commerciale. La cosa più curiosa è che il celebre maglione con la spalla scoperta nacque quasi per caso. Durante la preparazione dei costumi una felpa venne accidentalmente tagliata troppo vicino al collo e quel difetto si trasformò in uno degli elementi estetici più imitati dell’intero decennio. La moda degli anni Ottanta trovò improvvisamente una nuova grammatica e Flashdance divenne il suo vocabolario.

MTV, videoclip e il cinema che imparò a ballare
Il successo del film coincide con la nascita dell’epoca MTV e non è un dettaglio secondario. Adrian Lyne costruisce molte sequenze attraverso montaggi rapidissimi, luci teatrali e una fotografia che sembra già pensata per il linguaggio del videoclip. Guardando Flashdance oggi si ha quasi l’impressione che il cinema stesse anticipando il futuro mentre in realtà stava contribuendo a costruirlo. Molti videoclip degli anni Ottanta e Novanta devono qualcosa a quella grammatica fatta di corpi illuminati dal controluce, montaggi musicali e movimenti di macchina che seguono il ritmo anziché il dialogo.
Il secchio d’acqua che non ha mai smesso di cadere
Esistono scene che diventano citazioni involontarie. Basta riprodurne un dettaglio perché tutti comprendano il riferimento. L’esibizione finale di Alex, culminata con il celebre getto d’acqua che le cade addosso, appartiene a questa rarissima categoria. Il cinema l’ha omaggiata, la televisione l’ha parodiata, la pubblicità l’ha ricostruita infinite volte. Anche il mondo della musica l’ha trasformata in un simbolo visivo.
Uno degli omaggi più celebri arriva nel 2002 con I’m Glad di Jennifer Lopez, videoclip che ricostruisce fedelmente molte delle sequenze più iconiche del film. Non si tratta soltanto di una citazione estetica ma di una dichiarazione d’amore verso un’opera che aveva ormai assunto il valore di mito contemporaneo. Jennifer Lopez non interpreta semplicemente Alex Owens ma rende evidente quanto Flashdance fosse ormai entrato nel DNA della cultura pop.
Da quel momento gli omaggi si sono moltiplicati tra serie televisive, spot pubblicitari, talent show e spettacoli dal vivo, dimostrando che alcune immagini continuano a generare significati anche quarant’anni dopo la loro nascita.
Un cult nato contro il giudizio della critica
Fa quasi sorridere ricordare che molti recensori del 1983 considerarono Flashdance un prodotto superficiale, costruito più sull’apparenza che sulla sostanza. Il tempo si è divertito a ribaltare quel verdetto.Oggi il film rappresenta uno dei simboli assoluti degli anni Ottanta, un’opera capace di raccontare il desiderio di emancipazione attraverso un linguaggio accessibile e profondamente popolare. Ha influenzato il cinema musicale, la televisione, la moda, la pubblicità e persino il modo di filmare una performance artistica.
Non tutto funziona alla perfezione. Alcuni dialoghi risentono inevitabilmente dell’epoca e certe soluzioni narrative appaiono ingenue agli occhi contemporanei. Eppure proprio questa sincerità impedisce al film di invecchiare davvero. Flashdance non pretende di essere realistico, vuole essere emotivo. È una fantasia operaia alimentata da sintetizzatori, acciaio e speranza.
Forse è questo il suo segreto. Non racconta soltanto una ragazza che sogna di diventare ballerina. Racconta quella parte di noi che continua a credere che il talento, se alimentato con abbastanza ostinazione, possa ancora piegare la realtà. È una bugia bellissima, certo. Ma il cinema vive anche di bugie capaci di sembrare vere per due ore. Flashdance è una delle più luminose che Hollywood abbia mai raccontato.
Hank Cignatta
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