Manuel Noriega: il dittatore che conosceva troppi segreti

Manuel Noriega: il dittatore che conosceva troppi segreti

Panama, il crocevia della Guerra Fredda dove nacque il potere di Manuel Noriega

La notte a Panama ha un odore che difficilmente si dimentica. È un impasto fatto di umidità tropicale, salsedine, carburante e cemento caldo che rimane sospeso sopra la capitale anche quando il sole scompare dietro gli edifici. Lungo il Canale, mentre enormi navi attraversano lentamente quella sottile linea d’acqua che per oltre un secolo ha collegato due oceani, si percepisce ancora oggi la sensazione di trovarsi davanti a qualcosa che va oltre la geografia. Panama non è mai stato soltanto un piccolo Paese dell’America Centrale. La sua posizione lo ha trasformato in uno dei luoghi più strategici del pianeta, un passaggio obbligato per il commercio internazionale e un punto fondamentale per gli equilibri militari degli Stati Uniti. Il Canale rappresentava una delle infrastrutture più importanti dell’emisfero occidentale, una via attraverso cui transitavano merci, navi da guerra, interessi economici e decisioni politiche capaci di influenzare intere regioni.

Durante la Guerra Fredda quel sottile istmo diventò una delle caselle più delicate della grande partita tra Washington e Mosca. Mentre le due superpotenze combattevano un conflitto globale fatto di propaganda, intelligence e guerre combattute per procura, l’America Centrale si trasformò in un territorio dove ogni movimento poteva avere conseguenze internazionali. Fu proprio in questo ambiente sospeso tra diplomazia e operazioni clandestine che emerse Manuel Antonio Noriega. Prima ancora di diventare il dittatore di Panama conosciuto in tutto il mondo per i suoi rapporti con il narcotraffico e per lo scontro militare con gli Stati Uniti del 1989, Noriega fu soprattutto un uomo dell’intelligence. Un ufficiale capace di muoversi tra apparati militari, servizi segreti e ambienti politici diversi, costruendo una rete di relazioni che per anni lo rese prezioso agli occhi di Washington.

Manuel Antonio Noriega, dittatore di panama dal 1983 al 1989

La sua storia contiene una delle grandi contraddizioni della politica internazionale del Novecento: gli stessi uomini e gli stessi apparati che contribuiscono a creare un determinato equilibrio possono ritrovarsi, anni dopo, a doverlo distruggere. Per molto tempo Manuel Noriega fu un alleato degli Stati Uniti. Collaborò con la CIA, fornì informazioni strategiche sugli equilibri regionali e divenne un interlocutore importante per comprendere ciò che accadeva nell’America Centrale. Allo stesso tempo, però, costruì rapporti con ambienti molto lontani dagli interessi ufficiali americani, compresi settori legati al traffico internazionale di droga.

Quando il suo potere diventò troppo grande e il suo ruolo troppo imbarazzante la narrazione cambiò rapidamente. L’uomo che per anni era stato considerato utile divenne improvvisamente il simbolo di tutto ciò che Washington dichiarava di combattere. Ma per capire Manuel Noriega bisogna tornare indietro, al momento in cui era ancora soltanto un giovane ufficiale che aveva imparato una delle regole fondamentali del potere: chi possiede informazioni possiede influenza.

Le origini di Manuel Noriega e la formazione dell’uomo dell’intelligence militare

Manuel Antonio Noriega nacque a Panama City l’11 febbraio 1934, lontano dai circoli economici e politici che da sempre controllavano il Paese. La sua infanzia fu segnata dalle difficoltà familiari e da una condizione sociale che lo collocava ai margini delle classi dirigenti panamensi. Era un ambiente nel quale la possibilità di emergere non dipendeva soltanto dalle capacità personali, ma dalla capacità di comprendere rapidamente le regole non scritte della società.

Noriega da bambino nel 1940

Noriega sviluppò presto una caratteristica che avrebbe definito tutta la sua carriera: l’abilità nell’osservare gli altri e nel trasformare le informazioni raccolte in uno strumento di potere. Non era un uomo costruito per le grandi folle. Non possedeva la teatralità di molti leader politici latinoamericani né cercava il consenso attraverso discorsi appassionati. La sua forza era più silenziosa e più adatta al mondo dell’intelligence: ascoltare, ricordare, collegare persone e situazioni. Dopo gli studi entrò nella Scuola Militare di Chorrillos in Perù, uno degli istituti più prestigiosi dell’America Latina per la formazione degli ufficiali. In quegli anni entrò in contatto con una cultura militare nella quale le forze armate non venivano considerate soltanto strumenti dello Stato, ma spesso anche garanti dell’ordine politico nazionale. Era la stessa mentalità che, nel corso del Novecento, avrebbe contribuito alla nascita di numerose dittature militari nel continente.

Noriega durante un comizio

Tornato a Panama Noriega entrò nella Guardia Nazionale, l’organizzazione che avrebbe rappresentato per decenni il vero centro del potere politico del Paese. Mentre molti ufficiali cercavano prestigio attraverso il comando operativo e la visibilità pubblica, lui scelse il settore meno appariscente ma più importante per chi voleva controllare gli equilibri interni: l’intelligence. Qui iniziò a costruire la propria rete non attraverso grandi gesti pubblici, ma attraverso rapporti personali, informazioni riservate e una conoscenza sempre più profonda degli uomini che contavano.

Omar Torrijos e l’ascesa politica di Manuel Noriega a Panama

La svolta decisiva nella carriera di Noriega arrivò con Omar Torrijos, il generale che avrebbe dominato la scena politica panamense negli anni Settanta. Torrijos era una figura complessa, impossibile da ridurre alle categorie semplicistiche della Guerra Fredda. Era un militare arrivato al potere attraverso un colpo di Stato ma allo stesso tempo un leader nazionalista che cercava di ottenere il controllo del Canale di Panama attraverso una lunga trattativa con gli Stati Uniti.

Il generale Omar Torrijos

Aveva rapporti con governi vicini all’area socialista, ma non voleva trasformare Panama in un satellite di Mosca. La sua politica era basata soprattutto sull’interesse nazionale e sulla convinzione che il Paese dovesse recuperare una maggiore autonomia rispetto a Washington. Noriega comprese rapidamente che Torrijos rappresentava il centro del sistema politico panamense. La sua strategia fu quella di diventare indispensabile. All’interno della Guardia Nazionale assunse incarichi sempre più importanti nell’intelligence militare, sviluppando una rete di contatti e raccogliendo informazioni sugli equilibri politici del Paese. In un sistema nel quale il controllo delle informazioni poteva determinare la sopravvivenza o la caduta di un uomo politico, Noriega costruì lentamente il proprio peso. La sua influenza non nasceva dalla popolarità ma dalla conoscenza. E nella politica internazionale la conoscenza può diventare una forma di potere estremamente più efficace della forza.

Manuel Noriega e la CIA: l’alleato americano della Guerra Fredda

Negli anni in cui la Guerra Fredda raggiungeva uno dei suoi momenti più delicati gli Stati Uniti vedevano l’America Centrale come una regione fondamentale per la propria sicurezza nazionale. La rivoluzione cubana del 1959 aveva modificato gli equilibri del continente e i movimenti rivoluzionari in Nicaragua, El Salvador e Guatemala avevano trasformato l’area in uno dei principali teatri dello scontro tra le due superpotenze. In questo scenario Manuel Noriega diventò una risorsa preziosa per l’intelligence americana. Il suo rapporto con la CIA si sviluppò progressivamente e durò per molti anni. Washington apprezzava la sua capacità di fornire informazioni dall’interno del sistema militare panamense e considerava la sua collaborazione un elemento utile per monitorare gli equilibri politici regionali.

Ma quella relazione conteneva già una contraddizione destinata a esplodere. Noriega non era un uomo guidato dall’ideologia. Era un opportunista politico nel senso più puro del termine, capace di collaborare con attori diversi quando questo serviva a rafforzare la propria posizione. La sua priorità non era appartenere a uno schieramento, ma mantenere il controllo. Gli Stati Uniti pensavano di avere trovato un alleato affidabile. In realtà stavano contribuendo a rafforzare un uomo che, negli anni successivi, sarebbe diventato troppo potente per essere facilmente controllato. La storia di Manuel Noriega stava appena iniziando. E il capitolo più controverso doveva ancora arrivare: quello in cui la guerra alla droga, i cartelli colombiani, i Contras del Nicaragua e gli scandali della politica americana si sarebbero intrecciati in una delle vicende più oscure degli anni Ottanta.

Parte II – Il doppio gioco di Manuel Noriega tra CIA, narcotraffico e Guerra Fredda

Il generale che serviva due mondi

Quando Omar Torrijos morì nel 1981 in un incidente aereo ancora oggi circondato da interrogativi e speculazioni, Panama entrò in una fase di transizione nella quale gli equilibri costruiti negli anni precedenti iniziarono rapidamente a cambiare. La scomparsa del leader che aveva dominato la politica nazionale lasciò un vuoto che diversi esponenti della Guardia Nazionale cercarono di riempire, ma nessuno possedeva la rete di informazioni e relazioni che Manuel Noriega aveva costruito pazientemente nel corso degli anni.

Il potere di Noriega non nacque da una conquista spettacolare, ma dalla capacità di trovarsi nel posto giusto quando gli altri protagonisti della politica panamense erano troppo impegnati a contendersi la scena pubblica. Nel 1983, quando assunse il comando delle Forze di Difesa Panamensi, il Paese aveva ormai un nuovo uomo forte. Formalmente Panama continuava ad avere presidenti civili. Nella realtà, ogni decisione importante passava attraverso gli uffici del generale. Noriega aveva imparato una lezione fondamentale osservando il funzionamento dei regimi militari latinoamericani: il potere più solido non è sempre quello che si mostra, ma quello che controlla gli strumenti attraverso cui gli altri possono esercitarlo. Le elezioni potevano essere organizzate, i governi potevano cambiare volto, i ministri potevano alternarsi ma l’apparato militare e l’intelligence rimanevano nelle sue mani. Fu proprio questa posizione a renderlo prezioso agli occhi degli Stati Uniti.

Per Washington, negli anni Ottanta, l’America Centrale rappresentava ancora un fronte aperto della Guerra Fredda. La rivoluzione sandinista in Nicaragua aveva portato al potere un governo sostenuto da ambienti socialisti e il timore di un’espansione dell’influenza sovietica nella regione era diventato una delle principali ossessioni della politica estera americana. Panama, grazie alla sua posizione geografica, era considerata un punto strategico irrinunciabile e Noriega sembrava l’uomo perfetto per garantire stabilità. Il problema era che Manuel Noriega aveva sviluppato una propria idea di stabilità che non coincideva necessariamente con quella di Washington.

La guerra alla droga e il ruolo ambiguo di Manuel Noriega

Negli anni Ottanta il nome di Manuel Noriega iniziò a comparire sempre più spesso accanto a quello di un fenomeno destinato a cambiare profondamente gli equilibri politici dell’intero continente americano: il narcotraffico internazionale. Era l’epoca in cui la cocaina sudamericana stava trasformandosi da prodotto destinato a circuiti relativamente ristretti in una delle industrie criminali più potenti del pianeta. I grandi cartelli colombiani stavano costruendo reti capaci di attraversare frontiere, corrompere istituzioni e generare quantità di denaro tali da competere con economie nazionali di piccoli Stati.

Il Cartello di Medellín, guidato da figure come Pablo Escobar, sarebbe diventato il simbolo più conosciuto di questa trasformazione ma dietro quei nomi esisteva un sistema molto più complesso formato da intermediari, trasportatori, uomini della finanza, funzionari corrotti e politici disposti a chiudere gli occhi davanti a ciò che accadeva fuori dalla luce pubblica. Panama, inevitabilmente, si trovava in mezzo a questa rete.

Uno scorcio di Panama City negli anni Ottanta

La sua posizione geografica lo rendeva un passaggio naturale tra il Sud America e i mercati nordamericani mentre il suo sistema finanziario, caratterizzato da una forte riservatezza, offriva condizioni favorevoli per il movimento e il riciclaggio di ingenti somme di denaro. Per Manuel Noriega quel contesto rappresentava una possibilità ma anche un rischio. Il generale panamense non era un narcotrafficante nel senso tradizionale del termine. Non costruì un impero della droga personale come avrebbero fatto alcuni dei grandi boss colombiani. Il suo ruolo apparteneva a una categoria diversa e, per certi versi, ancora più complessa: era un uomo di Stato che utilizzava la propria posizione per controllare, negoziare e trarre vantaggio da un ambiente nel quale criminalità organizzata e politica internazionale erano spesso costrette a convivere.

Secondo le accuse che sarebbero state formalizzate negli anni successivi dagli Stati Uniti, Noriega avrebbe garantito protezione ad alcuni trafficanti colombiani, avrebbe facilitato operazioni finanziarie legate al narcotraffico e avrebbe ricevuto denaro in cambio della possibilità di utilizzare il territorio panamense come piattaforma logistica. Ma ridurre la sua storia a un semplice rapporto tra un dittatore corrotto e i cartelli della droga significherebbe perdere l’aspetto più inquietante della vicenda. Noriega si muoveva in una realtà nella quale il denaro proveniente dal crimine, le operazioni clandestine dei servizi segreti e gli interessi geopolitici degli Stati Uniti spesso attraversavano gli stessi territori e utilizzavano gli stessi intermediari. Era questa la vera natura del sistema nel quale aveva costruito il proprio potere.

Gli Stati Uniti e la contraddizione dell’alleato Manuel Noriega

Quando Washington iniziò a presentare Manuel Noriega come una minaccia internazionale, l’immagine pubblica del generale panamense cambiò rapidamente. Da uomo considerato utile nella lotta contro l’espansione comunista diventò il simbolo di un problema che gli Stati Uniti dichiaravano di voler combattere: il traffico internazionale di droga. La contraddizione, però, era evidente. Per anni diversi apparati americani avevano mantenuto rapporti con Noriega pur essendo a conoscenza del suo comportamento ambiguo e dei suoi legami con personaggi controversi della regione.

Il punto non era necessariamente che gli Stati Uniti controllassero ogni sua attività o approvassero ogni suo rapporto. La questione centrale era un’altra: durante la Guerra Fredda Washington era spesso disposta a collaborare con figure discutibili se queste potevano garantire vantaggi strategici. La storia dell’America Latina del Novecento è piena di esempi simili. Governi autoritari sostenuti perché anticomunisti, militari considerati affidabili perché utili negli equilibri regionali, uomini potenti tollerati finché rimanevano all’interno di una determinata logica geopolitica e Noriega rappresentava perfettamente questa contraddizione.

La sua collaborazione con gli Stati Uniti non si basava su una vera vicinanza ideologica ma su una convergenza temporanea di interessi. Washington aveva bisogno di informazioni e stabilità in una regione considerata strategica; Noriega aveva bisogno di protezione internazionale e legittimazione. Per alcuni anni quel rapporto funzionò, poi gli interessi iniziarono a divergere.

I Contras, il Nicaragua e la guerra segreta dell’amministrazione Reagan

Per comprendere il ruolo di Manuel Noriega negli anni Ottanta bisogna spostarsi dal Panama verso il Nicaragua, dove si stava combattendo uno dei conflitti più controversi della Guerra Fredda. Nel 1979 la rivoluzione sandinista aveva rovesciato la dittatura di Anastasio Somoza e portato al potere un movimento politico che gli Stati Uniti consideravano troppo vicino all’Unione Sovietica e a Cuba.

Anastasio Somoza

L’amministrazione di Ronald Reagan decise quindi di sostenere militarmente i Contras, gruppi armati che combattevano contro il governo sandinista. Quella guerra diventò rapidamente uno dei simboli della politica estera americana degli anni Ottanta. Per Washington rappresentava una battaglia contro l’espansione comunista nel continente; per i suoi critici era un esempio di intervento clandestino destinato a produrre conseguenze devastanti sulla popolazione civile nicaraguense. Panama occupava una posizione strategica all’interno di questo scenario e Manuel Noriega, grazie al controllo delle Forze di Difesa Panamensi e ai suoi rapporti con gli Stati Uniti, divenne un interlocutore importante.

Anche in questa fase il generale continuò a muoversi secondo la propria logica personale. Non era interessato a una crociata ideologica contro il comunismo né a un’alleanza totale con Washington. Il suo obiettivo principale era mantenere Panama come territorio indispensabile per tutti gli attori coinvolti. Più persone avevano bisogno di lui, più diventava difficile sostituirlo. Era una strategia rischiosa, perché trasformava la sua forza nella sua più grande vulnerabilità. Un uomo che possiede troppi segreti prima o poi diventa un problema per qualcuno.

Lo scandalo Iran-Contra e la fine dell’equilibrio

Nel 1986 lo scandalo Iran-Contra fece emergere una delle pagine più controverse della politica americana recente. L’inchiesta rivelò che alcuni membri dell’amministrazione Reagan avevano organizzato una complessa operazione clandestina nella quale la vendita segreta di armi all’Iran era stata collegata al finanziamento dei Contras in Nicaragua, aggirando le restrizioni imposte dal Congresso. Il caso aprì una frattura profonda negli Stati Uniti perché mostrò l’esistenza di una rete operativa che aveva agito oltre i normali controlli istituzionali.

Un video tratto dalla serie American Dad che riassume nel modo migliore lo scandalo Iran-Contra

Manuel Noriega osservava quella situazione da una posizione particolare. Era abbastanza vicino agli ambienti americani da conoscere molti meccanismi della politica regionale ma abbastanza indipendente da rappresentare un potenziale elemento di rischio. La sua conoscenza degli equilibri centroamericani, dei rapporti tra militari e intelligence e delle operazioni che attraversavano Panama lo rendeva un uomo difficile da ignorare. Ma nel mondo della politica internazionale gli alleati non sono mai permanenti: quando cambiano le condizioni, cambiano anche le definizioni. Il generale che per anni era stato considerato una risorsa iniziava a diventare un problema. E Washington stava preparando il terreno per una nuova fase della storia di Manuel Noriega, quella nella quale il vecchio collaboratore della CIA sarebbe diventato il bersaglio di una delle più grandi operazioni militari americane dalla fine della Guerra del Vietnam.

Parte III – Il giorno in cui Washington decise che Manuel Noriega doveva sparire

Quando il generale diventò un problema

I rapporti tra Manuel Noriega e gli Stati Uniti non si incrinarono da un giorno all’altro. Non esiste una fotografia capace di raccontare il momento esatto in cui un alleato si trasformò in un bersaglio. Le relazioni tra servizi d’intelligence, governi e uomini di potere raramente si spezzano con un gesto improvviso. Si consumano lentamente, attraverso una successione di episodi che, osservati singolarmente, sembrano gestibili, ma che finiscono per alterare definitivamente gli equilibri. A metà degli anni Ottanta Panama iniziò a diventare un problema diplomatico sempre più difficile da ignorare. Le accuse contro Noriega non provenivano più soltanto da ambienti dell’opposizione panamense o da qualche giornalista investigativo. Cominciavano ad accumularsi dichiarazioni di ex collaboratori, rapporti d’intelligence, indagini federali e testimonianze che descrivevano un sistema nel quale il generale esercitava un controllo pressoché assoluto sulle istituzioni.

Noriega (sinistra) insieme a Fidel Castro

L’immagine internazionale del regime si deteriorava rapidamente, ma all’interno del Paese la situazione era diversa. Le Forze di Difesa continuavano a rappresentare il principale strumento di controllo dello Stato e Noriega sembrava convinto che nessuna pressione esterna sarebbe riuscita a metterne davvero in discussione l’autorità. Fu un errore di valutazione. Aveva trascorso così tanti anni a negoziare contemporaneamente con uomini della CIA, diplomatici, militari e intermediari da convincersi che ogni crisi potesse essere risolta attraverso una nuova trattativa. Era il metodo che aveva seguito per tutta la carriera. Quando cambiavano gli equilibri, cambiava interlocutore. Quando una porta si chiudeva, cercava un altro ingresso. Questa volta, però, il margine di manovra si stava restringendo.

Le incriminazioni negli Stati Uniti e il crollo dell’impunità

Nel febbraio del 1988 due tribunali federali degli Stati Uniti incriminarono Manuel Noriega con accuse legate al traffico internazionale di droga, al riciclaggio di denaro e alla partecipazione a un’associazione criminale. L’effetto fu devastante. Per la prima volta il comandante delle Forze di Difesa Panamensi non era più soltanto un capo di Stato contestato o un alleato scomodo. Era un imputato ricercato dalla giustizia americana. A Panama molti interpretarono quelle incriminazioni come un messaggio politico prima ancora che giudiziario. Era difficile separare completamente i due aspetti. Le accuse poggiavano su un lavoro investigativo reale, alimentato anche dalle dichiarazioni di trafficanti e collaboratori di giustizia, ma arrivavano in un momento nel quale i rapporti con Washington erano ormai compromessi. La domanda iniziò a circolare ovunque, dai corridoi delle ambasciate ai tavolini dei caffè della capitale. Perché proprio allora?

Per anni Noriega aveva mantenuto rapporti con gli apparati statunitensi. Possibile che il suo coinvolgimento in determinate attività fosse diventato improvvisamente visibile soltanto nel 1988? e risposte, come spesso accade nella storia dell’intelligence, non furono mai completamente univoche. È probabile che le prove raccolte dagli investigatori avessero raggiunto un livello tale da rendere inevitabile l’azione giudiziaria. È altrettanto evidente che il clima politico fosse radicalmente cambiato e che l’amministrazione americana non considerasse più sostenibile la permanenza di Noriega al vertice di Panama. Le due cose, in quella vicenda, finirono per sovrapporsi.

Un Paese che iniziava ad avere paura

Nel frattempo Panama cambiava volto. Le manifestazioni contro il regime diventavano sempre più frequenti. Professionisti, imprenditori, studenti e settori della società civile iniziarono a chiedere apertamente la fine del controllo militare sul Paese. Le proteste venivano disperse con durezza, mentre la stampa indipendente lavorava in un clima di crescente intimidazione. Camminando per Panama City in quei mesi si aveva la sensazione che la normalità fosse diventata una rappresentazione collettiva. Gli uffici continuavano ad aprire ogni mattina.

Le banche lavoravano. Le automobili riempivano le grandi arterie della capitale. Eppure, sotto quella superficie, il Paese viveva sospeso. Ogni conversazione sembrava interrompersi quando arrivava uno sconosciuto. Ogni critica al governo veniva pronunciata abbassando la voce. Nessuno sapeva davvero chi riferisse informazioni ai servizi di sicurezza e chi, invece, fosse semplicemente un vicino curioso. Il potere di Noriega non si fondava soltanto sulle armi.

Le elezioni del 1989

Nel maggio del 1989 il regime organizzò nuove elezioni. L’opposizione si presentò unita dietro la candidatura di Guillermo Endara e, fin dalle prime ore dello scrutinio, apparve evidente che il risultato stava prendendo una direzione sfavorevole al governo.

Guillermo Endara

Gli osservatori internazionali parlarono apertamente di una vittoria dell’opposizione mentre il regime reagì annullando il voto. Le immagini dei candidati dell’opposizione aggrediti da gruppi paramilitari fecero rapidamente il giro del mondo. Tra queste, quelle dell’anziano Endara con il volto insanguinato contribuirono a rafforzare l’idea che il sistema costruito da Noriega fosse ormai arrivato al capolinea.

Da Washington arrivarono nuove sanzioni economiche e il dialogo era ormai ridotto al minimo. L’ipotesi di un intervento militare, che fino a pochi mesi prima sarebbe sembrata estrema, iniziò lentamente ad uscire dai documenti riservati per entrare nelle analisi pubbliche.

Il golpe fallito: l’ultima crepa dentro il regime di Manuel Noriega

Nell’autunno del 1989 Manuel Noriega aveva ormai perso gran parte della protezione politica che per anni aveva reso possibile la sua sopravvivenza. Gli Stati Uniti lo avevano trasformato nel simbolo della corruzione del governo panamense, l’opposizione interna contestava apertamente il suo controllo sulle istituzioni e all’interno delle stesse Forze di Difesa Panamensi iniziavano a emergere segnali di insofferenza. Il generale, però, continuava a comportarsi come aveva sempre fatto: cercava di controllare ogni variabile, convinto che una combinazione di informazioni, intimidazione e trattativa avrebbe potuto permettergli di superare anche quella crisi.

Il problema era che questa volta la crisi arrivava dall’interno della sua stessa struttura di potere.

Il 3 ottobre 1989 un gruppo di ufficiali delle Forze di Difesa Panamensi decise di tentare un colpo di Stato contro Noriega. A guidare l’operazione era il maggiore Moisés Giroldi, un ufficiale che conosceva profondamente il sistema militare panamense perché ne faceva parte da anni. Non era un rivoluzionario e non rappresentava un movimento esterno al regime. Era un uomo cresciuto all’interno di quella stessa macchina militare che Noriega aveva costruito e controllato.

Moises Giroldi

Gli ufficiali ribelli riuscirono a prendere il controllo del quartier generale di Fort Amador e per alcune ore Noriega sembrò effettivamente perdere il controllo della situazione. Secondo diverse ricostruzioni, il generale venne catturato e portato sotto custodia dagli insorti, mentre gli Stati Uniti monitoravano attentamente ciò che stava accadendo. Era il momento che Washington aspettava da mesi. Un cambio di potere interno avrebbe potuto evitare un intervento militare diretto e permettere agli Stati Uniti di presentare la fine del regime come una soluzione panamense.

Ma l’operazione non andò come previsto: gli ufficiali coinvolti non ricevettero il sostegno americano che alcuni di loro probabilmente si aspettavano e l’esercito panamense rimase abbastanza compatto da permettere ai fedeli di Noriega di reagire. Nel giro di poche ore il generale tornò libero e riprese il controllo della situazione.

La repressione fu brutale ed immediata: Moisés Giroldi e gli altri protagonisti del tentativo di golpe furono arrestati e successivamente uccisi. La vicenda dimostrò che il sistema militare panamense non era ancora pronto a liberarsi di Noriega autonomamente, ma mostrò anche qualcosa che il generale non poteva più ignorare: il suo controllo sulle Forze di Difesa non era più assoluto.

Dicembre 1989: l’invasione americana di Panama e la fine del regime

Dopo il fallimento del golpe, la situazione precipitò rapidamente. A Washington la convinzione che Manuel Noriega potesse essere rimosso attraverso una soluzione interna lasciò spazio alla possibilità di un intervento militare. Il presidente George H. W. Bush autorizzò l’operazione che avrebbe preso il nome di Just Cause, una missione destinata ufficialmente a proteggere i cittadini americani presenti a Panama, difendere gli interessi degli Stati Uniti, contrastare il narcotraffico e arrestare il generale ricercato dai tribunali federali.

Nella notte tra il 19 e il 20 dicembre 1989 iniziò l’operazione. Circa 27.000 militari statunitensi entrarono in azione contro le Forze di Difesa Panamensi, una forza numericamente molto inferiore e priva della capacità di fronteggiare un esercito tecnologicamente superiore. Le prime ore furono caratterizzate da attacchi simultanei contro obiettivi strategici: basi militari, aeroporti, centri di comunicazione e strutture considerate essenziali per il controllo del regime. Uno degli obiettivi principali era La Comandancia, il quartier generale delle Forze di Difesa nel quartiere popolare di El Chorrillo, nel cuore di Panama City.

Ed è proprio lì che l’invasione assunse il suo volto più controverso. El Chorrillo era un quartiere densamente popolato, composto in gran parte da abitazioni costruite in legno e materiali facilmente infiammabili. Quando iniziarono gli scontri tra le forze americane e i militari panamensi, gli incendi si diffusero rapidamente tra le case.

Uno scorcio di El Chorrillo in fiamme

Le immagini del quartiere devastato fecero il giro del mondo. Per il governo americano l’operazione era necessaria per rimuovere un dittatore accusato di traffico internazionale di droga e violazioni dei diritti umani. Per molti panamensi quella notte rappresentò anche una tragedia nazionale, con un numero di vittime civili che ancora oggi resta oggetto di discussione. La guerra, vista dai palazzi del potere, era un’operazione militare con obiettivi strategici. Vista dalle strade di Panama City, era una successione di esplosioni, persone in fuga e famiglie che cercavano di capire dove mettersi al sicuro. Noriega, nel frattempo, era riuscito a sfuggire alle prime fasi dell’attacco. Il generale, abituato per tutta la vita a muoversi attraverso reti di protezione e contatti riservati, era diventato il principale obiettivo dell’esercito più potente del mondo. Gli americani non cercavano semplicemente di sconfiggere le Forze di Difesa Panamensi: dovevano trovarlo.

Nei giorni successivi iniziò una caccia all’uomo che avrebbe trasformato la caduta di Noriega in uno degli episodi più surreali della storia recente. Il generale trovò rifugio presso la Nunziatura Apostolica, la sede diplomatica del Vaticano a Panama City. Da quel momento la guerra cambiò natura, trasformandosi da una battaglia tra eserciti ad un vero e proprio assedio psicologico. Fuori c’erano i soldati americani e dentro l’uomo che, per anni, aveva giocato con servizi segreti, narcotrafficanti e governi stranieri. E intorno a quel palazzo iniziò una delle scene più incredibili della fine della Guerra Fredda: gli altoparlanti dell’esercito americano puntati contro la Nunziatura che sparavano musica rock utilizzata come strumento di pressione e un dittatore nascosto dietro le mura di un edificio religioso mentre il mondo aspettava di capire quale sarebbe stata la sua prossima mossa.

Parte IV – La resa di Manuel Noriega, il processo e l’eredità di un uomo diventato scomodo

La Nunziatura Apostolica e l’assedio più surreale della Guerra Fredda

Nelle ore successive all’invasione americana Manuel Noriega riuscì a sottrarsi alla cattura. Per un uomo che aveva trascorso gran parte della propria vita a costruire reti di informatori, vie di fuga e canali riservati, sparire per qualche giorno non era impossibile. Restare nascosto, invece, lo era. Il 24 dicembre 1989 trovò rifugio nella Nunziatura Apostolica della Santa Sede a Panama City. La scelta aveva una logica precisa. Un’ambasciata gode di particolari tutele previste dal diritto internazionale e un’irruzione armata degli Stati Uniti all’interno della rappresentanza diplomatica del Vaticano avrebbe provocato una crisi politica di proporzioni imprevedibili. I soldati americani circondarono immediatamente l’edificio ma l’obiettivo non era assaltarlo. Era convincere Noriega che non esistesse più alcuna possibilità di fuga. Cominciò così uno degli episodi più insoliti della storia militare contemporanea.

Per giorni le forze statunitensi installarono potenti altoparlanti attorno alla Nunziatura e diffusero musica a volume elevato. La scelta dei brani è diventata, con il passare degli anni, terreno fertile per aneddoti spesso ingigantiti. Nella memoria popolare l’assedio è rimasto legato a gruppi come AC/DC, Guns N’ Roses, The Clash, Van Halen e altri simboli del rock duro degli anni Settanta e Ottanta. Alcuni titoli sono documentati da testimonianze dei militari presenti, altri appartengono probabilmente alla mitologia che si è costruita attorno all’episodio. Ciò che è certo è il principio che guidava quell’operazione: la musica non doveva essere un’arma in senso fisico ma impedire il riposo, aumentare la pressione psicologica e ricordare continuamente al generale che il mondo fuori da quelle mura era ormai cambiato. Il Vaticano, dal canto suo, cercava di evitare che la Nunziatura si trasformasse nel palcoscenico di uno scontro politico permanente. Le autorità ecclesiastiche spinsero Noriega a consegnarsi, mentre Washington continuava a esercitare pressione senza oltrepassare il limite di un’incursione armata.

Dopo dieci giorni di trattative, il 3 gennaio 1990, Manuel Noriega uscì dall’edificio e si consegnò ai militari americani. La fotografia del generale ammanettato segnò simbolicamente la conclusione del suo regime.

Il processo a Miami: il banco degli imputati e la memoria selettiva

Trasferito negli Stati Uniti, Noriega comparve davanti a un tribunale federale di Miami con accuse di traffico internazionale di droga, associazione a delinquere e riciclaggio di denaro. Il procedimento attirò un’attenzione enorme. Per la procura americana il generale panamense era un protagonista del sistema che aveva favorito il traffico di cocaina verso gli Stati Uniti. Per la difesa, invece, Noriega era un ex collaboratore dell’intelligence americana trasformato in capro espiatorio dopo essere diventato politicamente scomodo. Durante il processo emersero inevitabilmente anche i suoi rapporti con la CIA.

La novità stava nel fatto che quelle relazioni, fino a pochi anni prima considerate un elemento della politica estera americana, venivano ora osservate sotto una luce completamente diversa. Nel 1992 la corte lo condannò a quarant’anni di reclusione, pena successivamente ridotta. La sentenza chiuse il procedimento giudiziario ma non chiuse di fato il dibattito storico. Molti documenti riguardanti le relazioni tra Noriega e gli apparati statunitensi rimasero classificati ancora per anni, alimentando interrogativi destinati a sopravvivere ben oltre il processo.

Dal carcere americano al ritorno a Panama

Manuel Noriega ha trascorso oltre vent’anni in detenzione negli Stati Uniti. Nel 2010 venne estradato in Francia, dove era stato condannato per riciclaggio di denaro derivante dal narcotraffico. Anche in quel caso il generale sostenne di essere vittima di una persecuzione politica, una linea difensiva che avrebbe mantenuto fino alla fine dei suoi giorni. Tre anni più tardi fu nuovamente estradato, questa volta però a Panama. Il ritorno nel Paese che aveva governato con pugno di ferro non assomigliava in nulla all’immagine dell’uomo che negli anni Ottanta controllava le istituzioni, i servizi di sicurezza e le Forze di Difesa.

Era ormai un anziano detenuto malato, assai lontano dal potere. I processi celebrati a Panama riguardavano soprattutto omicidi politici e violazioni dei diritti umani commesse durante il regime. Per molte famiglie delle vittime rappresentavano un tentativo, seppur tardivo, di ottenere giustizia. Nel marzo del 2017 Noriega venne autorizzato a lasciare temporaneamente il carcere per sottoporsi a un intervento chirurgico destinato ad asportare un tumore benigno al cervello. Le complicazioni post-operatorie furono gravi e morì il 29 maggio 2017 all’età di ottantatré anni. Con lui scompare uno dei protagonisti più controversi dell’America Latina del secondo dopoguerra.

L’eredità di Manuel Noriega: oltre il dittatore, oltre il processo

La figura di Manuel Noriega continua ancora oggi a dividere storici, giuristi e studiosi delle relazioni internazionali. Per alcuni rappresenta soprattutto un dittatore responsabile di gravi violazioni dei diritti umani e coinvolto nel narcotraffico internazionale mentre per altri incarna una delle contraddizioni più profonde della Guerra Fredda, un uomo che per anni collaborò con gli apparati di sicurezza degli Stati Uniti prima di diventarne il principale bersaglio.

La versione videoludica di Manuel Noriega nel videogioco Call Of Duty: Black OPS II

La storia raramente distribuisce in modo ordinato le parti del bene e del male. Noriega esercitò il potere attraverso la repressione, limitò le libertà politiche, manipolò le istituzioni e costruì rapporti opachi con il mondo del narcotraffico. Sono responsabilità documentate che appartengono alla sua biografia. Ma la sua parabola racconta anche altro. Racconta un’epoca nella quale gli interessi strategici delle grandi potenze portarono a sostenere uomini considerati utili finché la loro presenza appariva funzionale agli equilibri internazionali. Quando quegli equilibri cambiarono, cambiò anche il giudizio politico su molti di loro.

Non fu un meccanismo esclusivo del caso panamense. Accadde in diversi Paesi durante la Guerra Fredda. Manuel Noriega rimane uno degli esempi più emblematici di quella stagione perché nella sua vicenda confluiscono intelligence, diplomazia, narcotraffico, operazioni clandestine, diritto internazionale e intervento militare. Ridurlo a una sola di queste dimensioni significa raccontare soltanto una parte della storia. Forse è proprio questo il motivo per cui, a quasi quarant’anni dall’invasione di Panama, il suo nome continua a riemergere ogni volta che si discute del rapporto tra potere e ragion di Stato. Perché rappresenta, nel bene e soprattutto nel male, una delle manifestazioni più limpide di come la politica internazionale del Novecento abbia spesso preferito l’utilità immediata alla coerenza, lasciando che fosse la storia, molti anni dopo, a tentare di ricomporre un mosaico che nessun processo avrebbe potuto ricostruire interamente.

Hank Cignatta

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e risposte, come spesso accade nella storia dell’intelligence, non furono mai completamente univoche.

È probabile che le prove raccolte dagli investigatori avessero raggiunto un livello tale da rendere inevitabile l’azione giudiziaria. È altrettanto evidente che il clima politico fosse radicalmente cambiato e che l’amministrazione americana non considerasse più sostenibile la permanenza di Noriega al vertice di Panama.

Le due cose, in quella vicenda, finirono per sovrapporsi.

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Sono la mente insana alla base di Bad Literature Inc. Giornalista pubblicista, Gonzo nell’animo, speaker radiofonico, peccatore professionista, casinista come pochi. Infesto il web con i miei articoli che sono dei punti di vista ( e in quanto tali condivisibili o meno) e ho una particolare predisposizione a dileggiare la normalità. Se volete saperne di più su di me e su Bad Literature Inc. leggete i miei articoli. Ma poi non dite che non siete stati avvertiti.

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