Msn Messenger, storie di trilli e disastri sentimentali

Msn Messenger, storie di trilli e disastri sentimentali

Un omino verde aveva abbastanza potere da mandarti a puttane la serata. Lo vedevi accendersi accanto al nome giusto e tutto il resto perdeva importanza, compresa la dignità con cui fino a un attimo prima ti eri promesso di non scrivere per primo. Bastavano un accesso e qualche minuto di silenzio per trasformare una scrivania in un centro di analisi del comportamento umano diretto da qualcuno che, del comportamento umano, capiva pochissimo.

Il logo di MSN Messenger

MSN Messenger aveva questo talento: consegnava informazioni elementari a persone perfettamente capaci di ricavarne interpretazioni disastrose. Qualcuno era online, qualcuno risultava assente, qualcuno aveva cambiato una frase. Noi, con un’immaginazione che avrebbe meritato impieghi migliori, ci costruivamo sopra intere relazioni. A ripensarci oggi mi colpisce quanto poco servisse per sentirsi coinvolti. Una finestra, una tastiera, una persona dall’altra parte e la possibilità che quella sera avesse voglia di parlare proprio con te.

Collegarsi a MSN Messenger era già un appuntamento

Per chi lo usava dal computer di casa, entrare su Messenger richiedeva un piccolo trasferimento fisico. Dovevi raggiungere la postazione, accendere il PC, aspettare che Windows completasse le proprie faccende e collegarti. In certe case il computer si trovava in camera, in altre occupava un angolo del soggiorno dove la riservatezza dipendeva dai programmi televisivi del resto della famiglia. La tua vita sentimentale poteva svolgersi a due metri da qualcuno che chiedeva di abbassare il volume.

Schermata principale di MSN Messenger

Microsoft rese disponibile MSN Messenger Service il 22 luglio 1999. Era gratuito, si appoggiava anche all’account Hotmail e annunciava quando i contatti si collegavano. Il programma iniziale pesava appena 320 kilobyte: abbastanza per mettere in comunicazione due persone e lasciare a loro tutto il lavoro, spesso catastrofico, di capire cosa volessero dirsi. Negli anni il servizio cambiò aspetto, aggiunse funzioni e nel 2006 diventò Windows Live Messenger. Il nome MSN, però, era già entrato nelle abitudini e nelle frasi con cui ci si dava appuntamento. Cambiare il marchio sulle finestre riusciva più facile che cambiare il modo in cui la gente le chiamava.

«Ci sei su MSN?» poteva essere una richiesta molto più impegnativa di quanto sembrasse. Significava prolungare il pomeriggio dopo la scuola, ritrovare un amico conosciuto altrove, tentare un avvicinamento che dal vivo si era arenato fra due frasi insignificanti. Scambiarsi il contatto apriva una possibilità, e le possibilità, quando qualcuno ti piace, occupano una quantità indecente di spazio. Una volta dentro, scorrevi i nomi. Potevano essercene decine ma lo sguardo sapeva perfettamente dove fermarsi.

I nickname erano messaggi per una persona sola

Il nickname costituiva un genere letterario con regole abbastanza elastiche da accogliere qualsiasi disastro. Maiuscole, simboli, cuori, iniziali e frasi che avrebbero avuto bisogno di una buona notte di sonno prima di essere pubblicate convivevano nello stesso spazio. Bastava un litigio per trasformare un nome innocuo in un comunicato pieno di allusioni. La destinazione appariva collettiva, ma il destinatario poteva essere uno soltanto. Tutta la lista contatti veniva informata di un dolore che avrebbe dovuto riconoscere una persona precisa, possibilmente sentendosi in colpa e prendendo l’iniziativa. Era una strategia complicatissima per evitare una domanda semplice, e proprio per questo aveva un fascino irresistibile.

Nel 2005 MSN Messenger 7.0 permetteva anche di affiancare al nome un messaggio personale e di mostrare il titolo della canzone in ascolto. La musica entrava così nella conversazione prima ancora che qualcuno cominciasse a scrivere. Un brano poteva diventare una dedica, una provocazione, un tentativo di sembrare più interessanti. Il lettore musicale svolgeva il proprio lavoro con innocenza, mentre noi gli affidavamo manovre sentimentali piuttosto sporche.

C’era chi cambiava una frase nella speranza che qualcuno se ne accorgesse e chi la leggeva cercava indizi che forse esistevano soltanto nella propria testa. Intanto un’intera canzone poteva essere scelta per il beneficio immaginario di una persona che, in quel momento, era andata a mangiare. Anche l’immagine del profilo partecipava alla messinscena. Mostrarsi abbastanza riconoscibili, abbastanza misteriosi, abbastanza desiderabili richiedeva decisioni che sembravano importantissime. La qualità delle fotografie poteva essere discutibile; quella dell’insicurezza, spesso, era eccellente.

Il trillo e il bisogno di farsi notare

Poi arrivava il trillo, capolavoro di invadenza confezionato come funzione simpatica. Il nudge (nome informatico di quella rivoluzionaria forma di comunicazione) introdotto nella beta di Messenger 7.0 alla fine del 2004, faceva tremare la finestra della conversazione e produceva un avviso sonoro. Una persona poteva letteralmente scuotere lo spazio in cui stavi tentando di ignorarla. Dentro quel rumore entravano intenzioni molto diverse. Un amico richiamava l’attenzione, qualcuno scherzava, qualcuno verificava se fossi ancora lì. Dopo un’attesa troppo lunga, il medesimo pulsante diventava il modo meno elegante per chiedere una spiegazione.

Il trillo aveva il pregio brutale di togliere parecchia ambiguità. Potevi infilare dieci significati diversi in un nickname, ma far sobbalzare la finestra di qualcuno rendeva abbastanza chiaro il desiderio di essere considerati. Ripeterlo aggiungeva al desiderio una crescente dose di irritazione. A guardarlo adesso sembra quasi comico che una società informatica avesse messo a disposizione di milioni di utenti un campanello da premere direttamente sulla pazienza altrui. Eppure quel gesto restava abbastanza vicino al nostro modo di stare insieme: cercare attenzione, ottenerla, approfittarne un poco e scoprire dove l’altro cominciava a spazientirsi. L’intimità passava anche da queste forme minori di fastidio. Un trillo mandato dalla persona giusta poteva strapparti un sorriso; quello di chi insisteva senza capire l’aria diventava una ragione supplementare per cambiare stato.

Assente, occupato e perfettamente capace di farti aspettare

Gli stati di presenza offrivano un’apparenza di chiarezza. Disponibile, occupato, assente: poche indicazioni dentro cui ciascuno infilava una vita molto più complicata. Già il Messenger delle origini permetteva di risultare offline pur essendo collegati, oltre a gestire la propria disponibilità e bloccare i contatti. La possibilità di sottrarsi allo sguardo altrui faceva parte del progetto fin dall’inizio. Il guaio era il significato che attribuivamo a ciò che vedevamo. Un’icona descriveva una condizione del programma e noi pretendevamo che ci spiegasse le intenzioni di una persona. Davanti a un nome online, il silenzio poteva assumere rapidamente il peso di una scelta contro di noi.

Qualcuno studiava, mangiava, parlava con un’altra persona o aveva lasciato acceso il computer. Qualcun altro evitava davvero quella conversazione. Dalla nostra parte dello schermo le possibilità si somigliavano tutte e l’insicurezza sceglieva volentieri quella che faceva più male. Qui la nostalgia merita di essere trattata con una certa cautela. Dentro Messenger c’erano anche esclusione, gelosia e piccoli rapporti di forza. Essere bloccati, sospettare di esserlo, aspettare una risposta mentre il resto dei contatti sembrava muoversi tranquillamente poteva fare un male del tutto sproporzionato alle dimensioni della finestra.

La tecnologia offriva un’informazione; il resto lo mettevano la paura di disturbare e quella, ancora peggiore, di essere diventati irrilevanti. La dignità tornava a occuparsi della faccenda quando il messaggio era già partito.

Le conversazioni lasciate aperte

Le finestre più importanti erano spesso quelle in cui la conversazione aveva smesso da un pezzo di avere un argomento. Si passava dalla giornata a una canzone, da una presa in giro a qualcosa che dal vivo sarebbe rimasto incastrato in gola. Ogni scambio aggiungeva pochi centimetri di confidenza, finché diventava possibile scrivere una cosa che fino a un’ora prima sembrava impronunciabile. La tastiera concedeva tempo. Potevi rileggere, cancellare, attenuare una frase troppo esposta o lasciarla finalmente andare. La distanza dello schermo offriva abbastanza riparo da permettere a certe persone di avvicinarsi. Poi arrivava il passaggio più difficile, quello in cui bisognava portare fuori dal programma il coraggio trovato davanti al monitor.

Fra quelle finestre nascevano amicizie, corteggiamenti e legami che riuscivano a sopravvivere ai cambi di computer e di piattaforma. Altri esistevano soprattutto lì, legati a un orario, a un’abitudine, al piacere di trovare disponibile qualcuno che sapeva ascoltare. Potevano contare moltissimo anche senza avere una definizione rispettabile da spiegare agli altri. Dopo la buonanotte poteva spuntare un’altra domanda, una sciocchezza, qualcosa che sembrava indispensabile raccontare proprio mentre ci si stava salutando. La conversazione si allungava perché chiuderla significava interrompere una vicinanza costruita con pazienza. Lasciare aperta la finestra aveva allora un valore quasi fisico. Permetteva di fare altro mantenendo quella presenza a portata di sguardo, come quando due persone condividono una stanza e possono concedersi di stare zitte. Lo schermo conservava lo spazio per un’altra frase.

Quando MSN Messenger smise di essere casa

Dal 2013 Microsoft avviò il passaggio degli utenti Messenger a Skype. Le decisioni aziendali hanno il vantaggio di poter descrivere cambiamenti enormi attraverso parole piuttosto ordinate. Trasferire i contatti sembrava risolvere la parte essenziale della faccenda, ma un elenco di nomi si portava dietro abitudini che il trasferimento tecnico riusciva a spiegare soltanto in parte.

Nel frattempo cambiavano i dispositivi, gli orari e il modo di cercarsi. Il telefono rendeva la conversazione disponibile in molti più luoghi della giornata. La vecchia postazione perdeva il proprio ruolo, e con lei si sfilacciava quel piccolo appuntamento che cominciava accendendo il computer. Il significato di quella presenza dipendeva anche dal tempo che le dedicavamo. Sedersi davanti al monitor per parlare con qualcuno poteva prendere un’intera serata, con tutte le distrazioni e le sciocchezze del caso. Dentro quelle ore imparavamo a conoscerci oppure diventavamo bravissimi a immaginare la persona che avremmo voluto trovare dall’altra parte.

Una schermata recuperata oggi può restituire i colori, i suoni e perfino una fitta allo stomaco. Le persone, però, hanno continuato a vivere, e anche noi siamo diventati interlocutori diversi. È questa la parte che mi trattiene quando penso a Messenger: quanta vita abbiamo affidato a qualcosa che sembrava soltanto un programma installato sul computer. L’omino verde faceva una promessa molto modesta: qualcuno si era collegato. Per tutto il tempo passato a interpretarlo, sarebbe bastato prenderlo alla lettera e scrivere. Ma dentro quelle finestre avevamo imparato abbastanza bene a nasconderci e, certe sere, aspettavamo soltanto che una persona ci venisse a cercare.

Hank Cignatta

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Sono la mente insana alla base di Bad Literature Inc. Giornalista pubblicista, Gonzo nell’animo, speaker radiofonico, scrittore, peccatore professionista, casinista come pochi. Infesto il web con i miei articoli che sono dei punti di vista ( e in quanto tali condivisibili o meno) e ho una particolare predisposizione a dileggiare la normalità. Nel 2026, non sapendo cosa fare, scrivo il mio primo libro: Tetsu, l'ultima promessa Se volete saperne di più su di me e su Bad Literature Inc. leggete i miei articoli. Ma poi non dite che non siete stati avvertiti.

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