Christine la macchina infernale e il prezzo del desiderio
Per vendere l’anima al diavolo basta un passaggio di proprietà, soprattutto se hai diciassette anni e ti hanno insegnato a incassare in silenzio. Arnie Cunningham vede una Plymouth Fury del 1958 ridotta a un rottame e ci riconosce qualcosa di familiare: una creatura che tutti hanno già liquidato. La compra per rimetterla in strada e cominciare finalmente a farsi guardare. Il problema è che Christine sa benissimo quanto possa costare quel desiderio.

È così che si palesa allo spettatore Christine la macchina infernale, film del 1983 con cui John Carpenter porta al cinema Stephen King: il sollievo di Arnie quando qualcuno, o qualcosa, sembra finalmente sceglierlo. La sua soddisfazione è comprensibile, quasi contagiosa, e ci trascina in una posizione scomoda. Quando i fari cominciano a cercare i responsabili delle sue umiliazioni, dobbiamo fare i conti anche con la voglia indecente di vederli finire sotto.

Arnie Cunningham e il sogno di smettere di essere un bersaglio
La storia si svolge nel 1978 e Arnie, interpretato da Keith Gordon, attraversa il liceo con l’aria di chi vorrebbe occupare meno spazio possibile. Subisce i bulli, soffoca sotto il controllo dei genitori e vive all’ombra dell’amico Dennis, cui John Stockwell presta la disinvoltura del ragazzo che sembra sapere sempre dove mettere le mani. L’acquisto di Christine gli offre finalmente un territorio sul quale piantare una bandiera. Il garage diventa il posto in cui Arnie può essere competente, prendere decisioni, costruire qualcosa che gli altri considerano senza speranza. Carpenter lascia che quella conquista ci piaccia. Chiunque sia stato trattato da incapace conosce il gusto particolare del riuscire a fare una cosa sotto gli occhi di chi lo dava per spacciato. Il film lavora dentro quella soddisfazione, mentre il ragazzo comincia a somigliare sempre meno a quello per cui avevamo fatto il tifo.

Gordon rende credibile il passaggio attraverso la postura, lo sguardo, il modo di rivolgersi agli altri. La sicurezza appena conquistata si irrigidisce in arroganza e il bisogno di essere rispettato diventa insofferenza verso qualsiasi obiezione. Negli occhi resta qualcosa di affamato. Arnie ha cambiato aspetto, ma continua a dipendere disperatamente dall’approvazione di qualcuno, anche se quel qualcuno adesso ha un carburatore.
John Carpenter incontra Stephen King dopo La cosa
Carpenter arriva a Christine dopo l’accoglienza negativa riservata nel 1982 a La cosa, un film che oggi trattiamo come patrimonio del cinema e che allora gli aveva complicato seriamente la carriera.
Parlando di Christine, il regista ha ammesso di aver avuto soprattutto bisogno di lavorare. È una premessa poco romantica, più interessante però di molte leggende costruite a posteriori intorno all’ispirazione degli autori.
Anche dentro un incarico accettato per necessità, Carpenter sa dare una forma precisa alla paura. Gli bastano una strada vuota e un’inquadratura mantenuta abbastanza a lungo da farci controllare lo sfondo. Christine conserva questa disciplina anche quando la vicenda rischia di diventare un catalogo di vendette. La macchina entra nelle immagini con la sicurezza di chi conosce già l’esito dell’incontro, mentre agli esseri umani resta il compito ingrato di accorgersene troppo tardi.
La Plymouth Fury nasce già cattiva
La sceneggiatura di Bill Phillips compie una scelta decisiva rispetto al libro. Ridimensiona il legame con il defunto proprietario Roland LeBay e mostra Christine già pericolosa alla nascita, sulla catena di montaggio. Nel prologo ambientato a Detroit nel 1957, la Plymouth rosso sangue si distingue fra le altre vetture e lascia subito il segno su chi le si avvicina.

Quella sequenza rende sospetta l’intera promessa racchiusa nell’oggetto. La carrozzeria scintillante, il comfort dell’abitacolo e la potenza del motore arrivano dallo stesso posto da cui arriva la violenza. Quando Arnie la compra, ha davanti un prodotto capace di offrirgli esattamente l’immagine di sé che desidera. Mi sembra una perfidia splendida: l’automobile, grande promessa americana di indipendenza, trova il suo cliente ideale in un ragazzo che vuole sottrarsi al controllo degli altri.
Christine e Arnie dentro un amore che divora
Il rapporto fra Arnie e Christine cresce attraverso un’intimità fatta di tempo, attenzioni e persone lasciate fuori. La macchina assorbe ogni energia del ragazzo e diventa il metro con cui giudicare chiunque gli stia vicino.

Anche Leigh, interpretata da Alexandra Paul, deve misurarsi con una presenza cui Arnie concede una precedenza sempre più assoluta. La scena del drive-in, con Leigh in pericolo dentro l’abitacolo, incrina definitivamente l’idea dell’auto come rifugio. Quel sedile può diventare una trappola e Arnie, davanti alla paura della ragazza, difende ancora il proprio investimento affettivo. Il suo desiderio di credere in Christine è ormai più forte della capacità di ascoltare una persona reale.
L’attaccamento a qualcosa che sembra averci salvato può diventare una forma di ricatto che siamo noi stessi a far rispettare. Arnie ha ricevuto una nuova immagine, una fiducia prima sconosciuta e sente di dover proteggere la fonte di quella fortuna a qualsiasi costo. Chi prova ad aiutarlo finisce così nella categoria dei nemici. Christine gli ha insegnato a confondere la devozione con l’isolamento.
I fari di Christine e la precisione della paura
Carpenter filma la Plymouth come una presenza dotata di intenzioni. I fari osservano, il motore trattiene una rabbia bassa e continua, il muso occupa lo spazio fino a farci sentire quanto poco ne rimanga per scappare. La fotografia di Donald M. Morgan dà al rosso della carrozzeria una consistenza quasi carnale; viene voglia di avvicinarsi anche mentre tutto il resto suggerisce di stare alla larga.

L’inseguimento di Moochie rende fisica questa minaccia. Il ragazzo cerca riparo in un passaggio stretto e Christine continua ad avanzare, accettando di deformarsi pur di raggiungerlo. La misura dell’orrore sta nella distanza che si riduce e nell’ostinazione con cui la macchina cancella l’ultima possibilità di fuga.
Poi arriva la Plymouth in fiamme che attraversa la notte, una delle immagini per cui continuo a trovare questo film irresistibile. Il fuoco dovrebbe annunciare la distruzione di un’automobile; qui accompagna il suo movimento e ne prolunga la furia. Carpenter lascia che la guardiamo abbastanza da sentirci attratti da qualcosa di atroce. Christine sa essere bellissima anche mentre ci mostra il peggio di sé.
Gli effetti speciali che fanno respirare la carrozzeria
Dopo che i bulli l’hanno devastata, Christine si ricompone davanti ad Arnie. Le ammaccature si distendono, le lamiere riprendono forma e il ragazzo assiste a quella rigenerazione con un trasporto che rende la scena sorprendentemente intima. Per ottenere l’effetto, Roy Arbogast e la sua squadra predisposero una vettura la cui carrozzeria poteva essere deformata attraverso meccanismi idraulici. Le riprese vennero poi mostrate al contrario, trasformando il collasso dei pannelli nella loro ricostruzione. Carpenter ha ricordato quanto fosse importante riuscire a mostrare quel processo sullo schermo.
Il risultato funziona ancora perché ogni superficie sembra opporre resistenza. Sentiamo il peso del metallo anche mentre vediamo accadere qualcosa di impossibile. La guarigione assume così un carattere ostinato, quasi indecente, e completa la seduzione di Arnie: la creatura cui si è affidato può cancellare le proprie ferite, mentre lui continua ad accumularle.
La colonna sonora tra rock and roll e sintetizzatori
Christine possiede anche una voce, affidata all’autoradio e al repertorio che si porta dietro. Bad to the Bone di George Thorogood and the Destroyers accompagna l’apertura come una dichiarazione di carattere.
Altri brani come Keep A-Knockin’ di Little Richard permettono alla macchina di intervenire nella scena senza pronunciare una parola.
Il rock and roll degli anni Cinquanta si carica di una possessività sinistra. Le canzoni d’amore, ascoltate dentro quella carrozzeria, sembrano rivolgersi a una sola persona e pretendere una risposta. Christine custodisce un passato nel quale vuole trascinare anche Arnie, tenendolo lontano da tutto ciò che potrebbe cambiare il loro rapporto. La partitura elettronica di Carpenter e Alan Howarth lavora sotto quella seduzione con pulsazioni e temi che rendono l’attesa sempre più inquieta. L’autoradio offre familiarità, i sintetizzatori fanno sentire quanto sia pericoloso abbandonarcisi. Questa convivenza sonora dà alla Plymouth una personalità che sopravvive perfettamente anche a motore spento.
Il conto da pagare per sentirsi qualcuno
Christine la macchina infernale paga qualcosa nella corsa verso lo scontro finale. Dennis e Leigh restano talvolta sacrificati alla necessità di fermare l’automobile e certi passaggi avrebbero meritato più respiro. La forza di Keith Gordon e il magnetismo della Plymouth finiscono per spostare quasi tutto il peso del film sulla coppia più sbagliata che potesse formarsi.

Eppure è proprio Arnie a rendere dolorosa la storia. Sappiamo perché abbia voluto quella macchina e perché abbia continuato a difenderla. La sua rovina conserva la traccia di un bisogno legittimo, quello di essere visto, che rende troppo comodo liquidarlo come un ragazzino impazzito dietro a un rottame. A inquietarmi resta la facilità con cui una promessa di riscatto può diventare un padrone. Christine gli concede il posto di guida e gli toglie, una curva alla volta, ogni possibilità di scegliere la strada.
Hank Cignatta
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