Evangelion: l’anime che ha cambiato la cultura pop 

Evangelion: l’anime che ha cambiato la cultura pop 

È il 1995 quando questa bomba esplode nel mondo. Io, però, nel 1995 non ero nemmeno nei pensieri dei miei genitori. Ho solo ventidue anni dopotutto ma sono cresciuto a pane, streaming e algoritmi, e pensavo che la storia degli anime non avesse più grandi segreti per me.

Poi, un paio di mesi fa, ho commesso l’errore (o il miracolo) di premere “play” sulla prima puntata di Neon Genesis Evangelion. Non c’è modo gentile per dirlo: l’impatto di questo capolavoro sulla cultura pop globale non è stato un semplice successo commerciale. È stato un cataclisma. Un primo impatto generazionale che ha sventrato i cliché dei mecha, calandoli in una crisi d’ansia collettiva che risuona in me ancora oggi, a vent’anni. A distanza di decenni, l’opera magna di Hideaki Anno non è solo un punto di riferimento per gli appassionati, ma uno specchio crepato in cui l’umanità intera — compresa la nostra generazione, iperconnessa e fottutamente sola — continua a guardarsi per capire se merita di esistere

L’estetica dell’apocalisse: quando l’animazione diventa arte sacra

L’animazione dello studio Gainax ha ridefinito il concetto stesso di dinamismo visivo, e vederla oggi fa impallidire gran parte della CGI senz’anima a cui siamo abituati. Penso ai contrasti cromatici violenti, con quei cieli rosso sangue giustapposti alle luci fredde e asettiche del Central Dogma che ti entrano dritto sottopelle. O a quei silenzi assordanti fatti di fotogrammi fissi, dove la tensione si taglia col coltello; la scena dell’ascensore tra Asuka e Rei mi ha tenuto immobile, senza respirare. Per non parlare del movimento sinuoso e quasi animalesco degli EVA: dettagli che ti fanno dimenticare che sono solo disegni.

Ogni fotogramma della serie originale e dei successivi lungometraggi è un elogio alla cura artigianale. La regia di Anno usa la telecamera come un bisturi da chirurgo, alternando primi piani claustrofobici a inquadrature geometriche che isolano i personaggi, trasformando l’animazione in un’esperienza viscerale, psichedelica e spaventosamente moderna.

Una storia di Angeli, demoni e fogli di calcolo

La trama di Evangelion è un labirinto teologico e fantascientifico che mi ha costretto a fare le tre di notte su Reddit per cercare spiegazioni. Da un lato c’è la NERV, i complotti della SEELE e i Manoscritti del Mar Morto; dall’altro gli Angeli, creature astratte e geometriche uscite da un incubo di misticismo ebraico-cristiano, dall’altro c’è la burocrazia dell’anima.

La genialità della storia non risiede tanto nel world-building mastodontico, quanto nel modo in cui la geopolitica e la fantascienza hard si fondono con il dramma intimo. La minaccia apocalittica è reale, ma la vera fine del mondo si consuma sempre dentro l’abitacolo di un quattordicenne. Non si tratta di salvare la Terra, si tratta di capire se si ha abbastanza coraggio per dare il buongiorno a qualcuno il giorno successivo. E a 22 anni, questa cosa fa male per quanto è vera.

Il Progetto di Perfezionamento dell’Anima: il messaggio definitivo

“La verità è dentro di te, non fuori.”

Se Evangelion ha lasciato un’impronta indelebile nella storia degli anime, è per il suo messaggio spietatamente onesto. Hideaki Anno ha riversato la propria depressione clinica nella sceneggiatura, creando il personaggio di Shinji Ikari: il non-eroe per eccellenza, un ragazzino in cui mi sono rispecchiato fino a star male.

Shinji non vuole salire sull’EVA, scappa e cerca l’approvazione di un padre glaciale e si scontra costantemente con il dilemma del porcospino. È un ciclo psicologico spietato: cerchi la vicinanza per trovare calore emotivo, ma più ti avvicini, più corri il rischio di ferirsi con le spine dell’altro, finendo per rifugiarsi di nuovo in un isolamento totale. Un concetto che nell’era dei social network, dove siamo tutti vicini ma spaventati a morte dal contatto reale, colpisce dritto al petto. Il Progetto di Perfezionamento dell’Uomo è la tentazione definitiva di eliminare il dolore annullando l’individualità: fondere le anime in un brodo primordiale privo di barriere, i famosi AT-Field. Ma il finale dell’opera—in ogni sua declinazione—ci urla in faccia il contrario. Vivere significa accettare il dolore del rifiuto. Esistere significa correre il rischio di essere feriti, perché solo attraverso la separazione possiamo davvero amare qualcuno.

L’eredità immortale di un capolavoro scoperto in ritardo

Arrivare a questa serie quasi trent’anni dopo la sua uscita ti fa capire una cosa fondamentale: non si sfugge a Evangelion. Lo ritrovi ovunque, nel cinema, nei meme, nella musica, nell’evoluzione del linguaggio visivo moderno. È un’opera che ha dimostrato come l’animazione possa trattare la filosofia, la psicanalisi junghiana e la teologia senza mai perdere un briciolo di potenza pop. Da ventiduenne che ha appena finito di elaborare questa visione, questo elogio è un ringraziamento ad Anno per aver mostrato le mie fragilità. Perché, alla fine, siamo tutti su quell’ EVA, con le mani tremanti sulle leve, sospesi tra il desiderio di fuggire e la necessità assoluta di dire a noi stessi: ‘A tutti i “bambini”…Congratulazioni!”

Federico Sclaverano

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Federico Sclaverano, classe 2004. Sono un’anomalia del sistema, nata per destabilizzare la quiete di una normalità che mi sta stretta. Nutro la mente con cinema, teatro, fisica, storia e fumetti, collezionando tutto ciò che trasforma il semplice respiro in qualcosa di degno di essere vissuto. La mia missione? Ancora in fase di scrittura, ma l’obiettivo è chiaro: far divertire chi mi circonda e rendere felici gli altri, senza però sprecare il breve tempo che mi è concesso. Se cercate qualcuno che prenda la vita seriamente senza mai rinunciare a dissacrarla, io sono il cavallo che fa al caso vostro. E se sentite nitrire adesso sapete chi è.

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