L’Ultimo Boyscout, storia di un cult senza tempo

L’Ultimo Boyscout, storia di un cult senza tempo

Giunge un’altra nottata e, con essa, la mia immancabile insonnia. Resto in attesa di capire se Morfeo possa fare sosta anche in direzione del mio appartamento ma invano. Mentre la mia cagnona Noël è sdraiata su di me intenta in chissà quale sogno le accarezzo la testa ed invidio la sua tranquillità. Mi metto alla ricerca di qualcosa che possa farmi compagnia in questa nuova nottata, sfogliando le locandine di film e serie tv di diversi servizi di streaming a pagamento. Mi imbatto in quella de L’Ultimo Boyscout- Missione sopravvivere, pellicola del 1991 diretta da Tony Scott. Premo play e , come sempre in questi casi, lascio che il cinema faccia la sua magia.

Il giorno in cui il football smise di essere uno sport e diventò una dichiarazione di guerra

C’è una pistola nascosta sotto un casco da football americano e un uomo che corre come se il diavolo avesse appena acceso un mutuo sulla sua anima. È così che L’ultimo boy scout ti entra in circolo: con un proiettile in testa e il sangue che schizza sui riflettori del business sportivo americano. A differenza di altri film questo non ha un tipo di apertura ma cerca di avvertire lo spettatore fin da subito: attenzione, questo non è cinema ma un pestaggio morale.

Tony Scott prende la sceneggiatura scritta da Shane Black (grande firma dietro alle sceneggiature di film d’azione di successo quali Arma Letale, Last Action Hero e molti altri) e la tratta come un bicchiere di bourbon trangugiato in una agitata notte insonne: lo beve tutto per poi spaccare il vetro sul bancone e usarlo per incidere una storia fatta di uomini rotti, città corrotte e battute che sanno di nicotina.

Bruce Willis: l’eroe che ha perso anche la voglia di fingere

Joe Hallenbeck non è un detective: è un relitto con una licenza scaduta e un matrimonio già sepolto. Bruce Willis lo interpreta con la faccia di chi ha già visto la fine del film e non gli è piaciuta. Ogni battuta è una rasoiata, ogni sguardo una resa dei conti.

Joe beve troppo, dorme poco e si muove in una Los Angeles che sembra progettata da un sadico con problemi di insonnia. È il classico uomo giusto nel posto sbagliato ma senza nessuna voglia di raddrizzare le cose. Lo fa comunque, perché non ha più niente da perdere. Ed è proprio lì che il film trova il suo battito cardiaco: nel vuoto.

Damon Wayans: il clown che ha smesso di ridere

Accanto a lui c’è Jimmy Dix, ex stella del football americano con le mani sporche e il sorriso spezzato. Damon Wayans abbandona il tempo di un ruolo la commedia e si tuffa nel fango, portando con sé un’energia nervosa, instabile e perfetta per un mondo che divora chiunque osi rallentare.

Damon Wayans

Il rapporto tra Joe e Jimmy è un matrimonio di convenienza tra due fallimenti ambulanti. Si insultano, si sopportano ma si salvano reciprocamente la pelle. Non c’è amicizia, almeno non nel senso classico. C’è qualcosa di più viscerale: la consapevolezza che nessun altro li capirebbe. E forse nemmeno loro stessi.

Los Angeles: una giungla al neon firmata Tony Scott

La città è un organismo malato. Le luci non sono lì per illuminare ma per bruciare la fotografia. Le strade non portano da nessuna parte e ti inghiottono. Tony Scott costruisce un inferno urbano dove tutto è in vendita: partite truccate, corpi, coscienze.

La macchina da presa si muove come un predatore, scivola tra i vicoli, si arrampica sui palazzi, si sporca di pioggia e sudore. Non c’è spazio per respirare. Ogni scena è compressa, carica, pronta a esplodere. E quando succede, lo fa con una violenza quasi liberatoria.

Dialoghi come proiettili: Shane Black e la poesia del cinismo

Le parole in questo film non servono a comunicare. Servono a colpire. Shane Black scrive dialoghi che sembrano usciti da una rissa in un bar alle tre del mattino. Taglienti, sporchi, irresistibili. Non c’è tempo per la retorica. Qui si parla per sopravvivere, per tenere lontana la disperazione. E quando arriva una battuta giusta è come una boccata d’aria in mezzo al gas lacrimogeno.

Corruzione, soldi e cadaveri: il sogno americano sotto anestesia

Sotto la superficie, L’ultimo boy scout è una dissezione brutale dell’America dei primi anni Novanta. Il football diventa metafora di un sistema marcio, dove il talento è solo un’altra valuta da scambiare. Politici, imprenditori, criminali: tutti giocano la stessa partita e nessuno segue le regole. Il film non cerca di redimere questo mondo. Lo espone, lo deride, lo lascia marcire sotto i riflettori.

Azione come terapia d’urto

Quando partono le botte non c’è coreografia. C’è caos. Tony Scott gira le scene d’azione come se fossero crisi di nervi: improvvise, violente ed inevitabili. Le esplosioni non sono spettacolari ma necessarie. Ogni colpo, ogni caduta, ogni inseguimento contribuisce a costruire una tensione che non ti lascia mai davvero. È un cinema fisico, che ti prende per il colletto e ti trascina dentro.

Il romanticismo delle anime rotte

E poi, quasi per errore, emerge qualcosa che assomiglia a un cuore. Non è amore, non è redenzione. È una forma distorta di lealtà tra persone che non hanno più niente da offrire se non la propria presenza. Joe e Jimmy non salvano il mondo. Salvano se stessi, quel poco che ne resta. Ed è abbastanza. In un universo dove tutto è corrotto anche un gesto minimo diventa rivoluzionario.

Epilogo: sigarette spente su un sogno che non esiste più

Quando i titoli di coda scorrono, resta addosso una sensazione difficile da lavare via. L’ultimo boy scout sicuramente non ti lascia migliore ma più consapevole. Più stanco. Forse anche un po’ più lucido. È il tipo di film che Hunter S. Thompson avrebbe guardato alle quattro del mattino, con un bicchiere in mano e la televisione troppo alta, annuendo tra una bestemmia e una risata. Perché in fondo, sotto tutto quel cinismo, c’è una verità semplice e scomoda: il mondo è un posto sporco, e a volte gli unici eroi rimasti sono quelli che hanno smesso di crederci.

Hank Cignatta

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