La morte di El Mencho: il Messico nel caos narcos

La morte di El Mencho: il Messico nel caos narcos

E’ una mattina di metà febbraio: il sole si staglia alto nel cielo e non fa particolarmente freddo, anzi. La Cola nel mio bicchiere reagisce chimicamente alla presenza della scorza di limone nel bicchiere che la contiene, mentre do’ fuoco al sigaro che stringo tra le dita della mano destra mentre sonio seduto al tavolino del dehor del bar. Pochi istanti dopo una nuvola di fumo si staglia sopra la mia testa e la Dani California del momento è intenta a gustare la sua brioches accompagnata da un latte macchiato.

La guardo amorevolmente ripensando alla notte da poco passata e che abbiamo tentato entrambi di lavarci via di dosso poco prima di uscire. Un messaggio fa vibrare il mio cellulare: è una notifica che mi avverte che l’esercito messicano ha ucciso Nemesio Oseguera Cervantes detto el Mencho, una delle persone più ricercate al mondo nonché il capo del cartello di Jalisco. Il sigaro brucia mentre il gusto della mia Cola ha un sapore diverso e la mia mente inizia a vagare.

El Mencho, dal fango di Jalisco alla lista dei più ricercati al mondo

C’è un momento, in ogni storia criminale, in cui il sangue smette di essere una conseguenza e diventa un metodo. Nel caso di Nemesio Oseguera Cervantes, detto El Mencho, quel momento coincide con la nascita del Cartello di Jalisco Nuova Generazione (abbreviato in CJNG). Prima di allora, il narcotraffico messicano era un’arena dominata da vecchi dinosauri e famiglie con pedigree da romanzo nero. Dopo è diventato un’industria militare privata con un reparto marketing globale.

El Mencho non è un personaggio pittoresco da corrido messicano. È un uomo cresciuto nei campi di Michoacán, emigrato illegalmente negli Stati Uniti, arrestato per traffico di droga in California e poi rispedito in Messico come un pacco indesiderato. Negli anni Novanta entra nelle forze di polizia locali. È lì che impara la grammatica del potere: chi paga, chi tradisce e chi spara per primo. Quando l’ordine si frantuma, lui non si limita a raccogliere i cocci ma li affila.

La guerra come modello di business

Dopo la morte di Ignacio “Nacho” Coronel nel 2010, uno dei pilastri del cartello di Sinaloa, lo Stato di Jalisco diventa terreno di conquista. El Mencho capisce che il mercato non è più solo cocaina colombiana e metanfetamine artigianali. È controllo territoriale, porti, rotte, armi pesanti.

Ignacio “Nacho” Coronel, uno dei pilastri del cartello di Sinaloa

Il CJNG nasce come costola armata, ma si emancipa in fretta. Non trattano, non si nascondono: pubblicano video con uomini in mimetica, blindati artigianali, armi da guerra. Un’estetica paramilitare che manda un messaggio preciso allo Stato e ai rivali. In pochi anni, il cartello si espande in decine di Stati messicani e stringe alleanze operative con gruppi locali. La violenza non è un eccesso ma una strategia di branding, come dicono quelli bravi (ovvero non io). Secondo il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti, il CJNG è diventato uno dei gruppi criminali più potenti e pericolosi del pianeta, con una presenza capillare negli Stati Uniti, in Europa e in Asia.

Dalla metanfetamina al fentanyl: la mutazione del mercato globale

Se c’è una parola che oggi pesa come piombo nella storia di El Mencho è fentanyl. Un oppioide sintetico fino a cinquanta volte più potente dell’eroina, economico da produrre e devastante da consumare. Non servono campi di papavero e stagioni. Servono precursori chimici, spesso provenienti dall’Asia, e laboratori clandestini in Messico. Il CJNG ha capito prima di molti altri che il futuro della droga non è agricolo, ma chimico. La metanfetamina e il fentanyl hanno margini di profitto superiori e rischi logistici inferiori rispetto alla cocaina. Una piccola quantità può generare milioni di dollari. E può uccidere migliaia di persone.

Il fentanyl è così potente che quantità microscopiche possono deprimere la respirazione fino a fermarla. Il rischio non riguarda solo chi lo consuma volontariamente. In passato si è diffusa la paura che bastasse toccarlo o inalarne tracce per morire sul colpo; le evidenze scientifiche mostrano che l’assorbimento cutaneo accidentale è altamente improbabile in contesti ordinari ma l’inalazione di polveri concentrate in ambienti chiusi può rappresentare un pericolo reale. Per questo le forze dell’ordine statunitensi operano con maschere, guanti e protocolli specifici quando sequestrano sostanze sospette.

In questo scenario è entrato in scena il Narcan, nome commerciale del naloxone, un antagonista degli oppioidi. È un farmaco salvavita che, somministrato per via nasale o intramuscolare, può invertire rapidamente gli effetti di un’overdose da oppioidi, ripristinando la respirazione in pochi minuti.

Una dose di Narcan

Negli Stati Uniti è stato reso ampiamente disponibile: lo portano con sé paramedici, familiari di persone a rischio, insegnanti, bibliotecari e pattuglie di polizia. Gli agenti lo utilizzano sia per soccorrere consumatori in overdose sia, in via precauzionale, per proteggere colleghi esposti durante operazioni in ambienti saturi di polveri sospette.

Un agente esposto a Fentanyl viene soccorso dai colleghi con del Narcan

La scena è surreale: da una parte un mercato criminale che perfeziona molecole sempre più letali; dall’altra uno Stato che distribuisce antidoti come estintori in una fabbrica che continua a bruciare. Il CJNG e altri cartelli hanno trasformato il fentanyl in una merce globale perché è compatto, potente e facile da occultare. Ogni compressa contraffatta può sembrare un ansiolitico qualunque ma contenere una dose sufficiente a spegnere un cuore. Il mercato globale si è adattato alla sostanza più letale, perché è la più redditizia. E quando il profitto cresce, la morale evapora.

Il Messico in fiamme: disordini, morti e uno Stato sotto assedio

Raccontare El Mencho senza raccontare il Messico di oggi sarebbe come descrivere un incendio parlando solo dei fiammiferi. E oggi quell’incendio ha ripreso vigore. Dopo la morte di El Mencho, lo Stato di Jalisco e vaste aree del Paese sono precipitati in una nuova ondata di violenza che sa di resa dei conti e di panico armato. Guadalajara, Puerto Vallarta, corridoi industriali e periferie dimenticate: barricate in fiamme, veicoli incendiati e strade bloccate con camion di traverso come in uno scenario di guerra urbana.

Le autorità hanno alzato il livello di allerta nazionale. Pattugliamenti rafforzati, operazioni militari coordinate e comunicazioni ufficiali che invitano i cittadini a restare in casa. Le scuole hanno chiuso in diverse municipalità, i negozi abbassano le serrande prima del tramonto e i trasporti pubblici rallentano o si fermano. L’aria è satura di tensione e di un senso di vendetta imminente. La morte del capo ha creato un vuoto di potere che non resta mai vuoto a lungo. Le cellule del Cartello di Jalisco Nuova Generazione si muovono per consolidare territori, punire tradimenti, dimostrare fedeltà o conquistare autonomia. I narcos, senza la figura centrale che teneva insieme la piramide, appaiono fuori controllo: azioni dimostrative, attacchi contro forze dell’ordine e furiosi scontri tra fazioni interne. È la logica spietata delle successioni criminali.

Il bilancio provvisorio nel momento in cui scrivo questo articolo è di ventisei morti, feriti, civili intrappolati tra le linee invisibili di una guerra che non hanno scelto. Ogni sirena che attraversa la notte suona come un promemoria: il cartello non era solo un’organizzazione. Era una struttura di potere parallela. E quando quella struttura si incrina, la crepa attraversa intere città. La figura di El Mencho è diventata quasi mitologica proprio per la sua assenza. Non appariva, non rilasciava interviste, non si concedeva alla telecamera. Era un fantasma che muoveva un esercito. Ora che il fantasma non c’è più, resta l’esercito. E un Paese che deve fare i conti con ciò che ha contribuito a creare.

Che cosa significa tutto questo per il mercato della droga

Il narcotraffico contemporaneo non è più solo una questione di cartelli e confini. È un sistema globale integrato. Precursori chimici prodotti in Asia, trasformati in Messico, distribuiti negli Stati Uniti e in Europa, pagati in criptovalute o contanti riciclati attraverso società di copertura. La morte di un leader come El Mencho non arresta questa macchina. La rende solo più instabile. Nel breve periodo significa frammentazione, guerre interne e aumento della violenza per il controllo delle rotte del fentanyl e della metanfetamina. Nel medio termine, potrebbe emergere una nuova leadership o una divisione territoriale più feroce, con gruppi minori pronti a colmare il vuoto.

Il dominio di gruppi come il CJNG ha accelerato una transizione verso droghe sintetiche sempre più potenti. Questo significa che il futuro prossimo del mercato sarà caratterizzato da sostanze a basso costo, alta letalità e produzione scalabile. Il fentanyl potrebbe essere solo una tappa intermedia verso composti ancora più potenti e difficili da tracciare. Per il Messico la prospettiva è cupa. Ogni arresto o morte eccellente rischia di moltiplicare i centri di potere criminale, generando nuove cellule più violente e meno controllabili. La storia recente dimostra che la decapitazione di un leader non elimina il mercato ma lo ristruttura.

Per gli Stati Uniti e l’Europa la sfida non è solo repressiva. È sanitaria, sociale e culturale. Finché esisterà una domanda insaziabile di sostanze capaci di anestetizzare il dolore collettivo, qualcuno organizzerà l’offerta.

El Mencho come simbolo di un’epoca malata

El Mencho non è solo un boss della droga. È il prodotto di una globalizzazione deviata, dove la chimica sostituisce l’agricoltura e il profitto si misura in overdose. La sua ascesa brutale racconta un mondo in cui la violenza è una leva economica e il terrore uno strumento di governo. Scrivere di lui significa scrivere di un sistema che ha trasformato la droga in una commodity globale e la morte in un effetto collaterale accettabile. Non c’è romanticismo, non c’è epica. C’è un mercato che evolve, si adatta e diventa sempre più efficiente. E mentre il Messico conta i suoi morti e le autorità promettono nuove strategie, il nome di Nemesio Oseguera Cervantes continua a circolare come una leggenda nera del nostro tempo. Non è solo un uomo caduto. È il volto di un’industria che ha capito che la sostanza più potente non è la droga ma il denaro.

Hank Cignatta

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Sono la mente insana alla base di Bad Literature Inc. Giornalista pubblicista, Gonzo nell’animo, speaker radiofonico, peccatore professionista, casinista come pochi. Infesto il web con i miei articoli che sono dei punti di vista ( e in quanto tali condivisibili o meno) e ho una particolare predisposizione a dileggiare la normalità. Se volete saperne di più su di me e su Bad Literature Inc. leggete i miei articoli. Ma poi non dite che non siete stati avvertiti.

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