La politica del Buon Vicinato: cronaca di un’illusione U.S.A
Ho da poco finito di metabolizzare l’articolo sul Tropicalismo mentre stringo tra le dita un sigaro sudamericano che odora di posti esotici dove il sole è sempre alto e i drink non si scaldano troppo in fretta. La mia mente vola velocemente verso il Sud America, parte del mondo che ha da sempre attratto la mia curiosità che va ben oltre gli aromatici sigari, prodotto di quelle terre aspre e meravigliose. Ecco quindi che mi lancio in un viaggio Gonzo tra promesse, propaganda e fantasmi dell’emisfero occidentale, dove la politica rimane un argomento che non trattiamo ma è la storia a fare da protagonista al tutto.
Prologo: l’odore del Sud e la febbre dell’Impero
C’è un momento, nella storia degli Stati Uniti, in cui il vento del Sud comincia a farsi sentire come un richiamo febbrile. Non è romanticismo tropicale: è geopolitica, è business, è paura. Dopo la guerra ispano‑americana del 1898 Washington si ritrova con un pugno di territori nuovi e un appetito imperiale che non vuole più saperne di stare a dieta. Cuba, Porto Rico, Guam, le Filippine: un bottino che segna l’ingresso definitivo degli Stati Uniti nel club delle potenze globali.

Ma l’America Latina non è un giardino da curare con calma. È un campo minato fatto di rivoluzioni, nazionalismi, dittatori, compagnie bananiere e interessi petroliferi. E gli Stati Uniti, per decenni, ci entrano a piè pari con entrambi gli stivali. Poi arriva Franklin Delano Roosevelt, e con lui una promessa: basta interventi militari, basta marines che sbarcano nei porti come fossero cowboy in cerca di guai. Nasce così la Politica del Buon Vicinato. O almeno, questa è la versione ufficiale.
Capitolo I – Le Origini: quando il “buon vicino” era un concetto elastico
Il termine “buon vicino” non lo inventa Roosevelt. Lo aveva già evocato Woodrow Wilson dopo la rivoluzione messicana e ancora prima il senatore Henry Clay nell’Ottocento. Ma è Roosevelt a trasformarlo in dottrina: una linea programmatica che promette non‑interventismo e non interferenza negli affari interni dell’America Latina. Una rivoluzione diplomatica? Forse. Un’operazione di immagine? Sicuramente.

La politica del buon vicinato è, in fondo, un aggiornamento della Dottrina Monroe, quella che dal 1823 giustificava l’influenza statunitense nel continente. Solo che ora il linguaggio cambia: meno cannoniere, più sorrisi; meno occupazioni, più accordi commerciali; meno imposizioni, più cooperazione apparente. Roosevelt la presenta come un gesto di pace, un abbraccio fraterno. Ma ogni abbraccio, quando arriva da una superpotenza, rischia di diventare una presa di controllo.

Capitolo II – L’Età dell’Oro: samba, propaganda e diplomazia zuccherata
Gli anni Trenta e Quaranta sono il periodo in cui la Politica del Buon Vicinato brilla davvero. Hollywood produce film che dipingono l’America Latina come un paradiso esotico e amico. Gli Stati Uniti firmano accordi commerciali, ritirano truppe e stringono paffute mani sudaticce di presidenti locali. La promessa è semplice: “Noi non vi invadiamo più. Voi, in cambio, restate nella nostra orbita.”

In parte questo piano funziona. La cooperazione culturale e commerciale cresce, la diffidenza diminuisce e l’emisfero occidentale sembra più stabile. Ma la storia non è un film targato Disney. E infatti, finita la Seconda guerra mondiale, la musica cambia di nuovo.
Intermezzo – Carmen Miranda: la dea con il turbante di frutta che sedusse Washington
In mezzo a quell’orgia di samba, propaganda zuccherata e diplomazia travestita da festa popolare, spunta lei: Carmen Miranda, la donna che riuscì a incarnare la Politica del Buon Vicinato meglio di qualsiasi discorso di Roosevelt. Non era solo un’artista; era un’operazione culturale ambulante, un ponte umano tra Hollywood e Rio, un manifesto vivente di ciò che gli Stati Uniti volevano far credere al mondo: che l’America Latina fosse un luogo allegro, colorato, innocuo e pronto a ballare al ritmo della cooperazione interamericana.

Miranda non nasce come strumento politico ma diventa rapidamente un simbolo. La sua immagine caratterizzata da un turbante carico di frutta, un sorriso accecante e movenze ipnotiche viene adottata con entusiasmo dall’Office of the Coordinator of Inter-American Affairs, l’agenzia che durante la Seconda guerra mondiale si occupava di promuovere la solidarietà emisferica.
Hollywood la trasforma in un’icona e gli Stati Uniti la presentano come la prova vivente che il Sud del mondo è un vicino amichevole, pittoresco e rassicurante. Ma come tutte le icone, anche lei porta dentro una contraddizione feroce. In patria, in Brasile, molti la accusano di essersi “americanizzata”, di aver venduto un’immagine stereotipata della cultura latina. Negli Stati Uniti, invece, è celebrata proprio per quegli stessi stereotipi. È il paradosso perfetto del Buon Vicinato: un’operazione che pretende di unire i popoli ma spesso finisce per appiattirli in caricature.
Eppure, guardandola oggi, Carmen Miranda appare come una figura tragicamente moderna: una donna che cavalca l’onda della geopolitica senza averla mai chiesta, un’artista risucchiata da un progetto diplomatico più grande di lei, un simbolo che brilla e brucia allo stesso tempo. La sua presenza nella storia del Buon Vicinato è un promemoria vivente che la cultura, quando diventa strumento politico, può essere tanto potente quanto pericolosa.
Capitolo III – La Fine dell’Incanto: Truman, Eisenhower e il ritorno del pugno duro
La politica del buon vicinato non sopravvive alla Guerra Fredda. Con Truman e Eisenhower, gli Stati Uniti tornano a considerare l’America Latina come un fronte strategico da controllare con ogni mezzo necessario. Il non‑interventismo lascia spazio a colpi di stato appoggiati, pressioni economiche e operazioni clandestine. La logica è semplice: meglio un dittatore amico che un governo democratico ma “inaffidabile”. Il buon vicino, insomma, torna a bussare alla porta con un sorriso ma tiene la pistola nella tasca interna della giacca.

Capitolo IV – Gli Anni Ottanta: la guerra alla droga e il fallimento del paternalismo
Se c’è un momento in cui la retorica del buon vicinato implode definitivamente è negli anni Ottanta. La guerra alla droga, lanciata dagli Stati Uniti come crociata morale e militare, travolge l’America Latina come un uragano. È l’epoca in cui il nome di Pablo Escobar diventa sinonimo di onnipotenza criminale, il Cartello di Medellín si trasforma in un impero parallelo e la televisione americana manda in onda Miami Vice. Mentre Crockett e Tubbs inseguono spacciatori a bordo di una candida e sfrecciante Ferrari Testarossa, nella realtà i governi latinoamericani vengono risucchiati in una spirale di violenza che nessuna fiction può davvero contenere.
Gli USA chiedono collaborazione, ma spesso impongono strategie che ignorano le realtà locali. E mentre i narcos fanno saltare in aria interi quartieri, Washington interviene in modo sempre più diretto: prima con l’operazione che porta alla deposizione di Manuel Noriega a Panama, poi con il sostegno ai Contras in Nicaragua, un capitolo torbido che mescola anticomunismo, traffici d’armi e un’idea di “buon vicinato” che ormai assomiglia più a un’ombra lunga e invadente che a una politica diplomatica.
Il risultato è un’escalation di violenza, corruzione, militarizzazione. Le promesse di cooperazione si trasformano in pressioni, ricatti, interventi indiretti. Il buon vicino, questa volta, sembra un parente invadente che pretende di dirti come vivere mentre ti rovista nei cassetti.
Capitolo V – Il Caso Venezuela: l’ultimo fantasma del buon vicinato
Arriviamo agli anni recenti, quando la crisi venezuelana esplode in tutta la sua drammaticità. Senza entrare nella politica interna, che non è il nostro campo, è possibile osservare un fatto storico: la retorica del buon vicinato non è più sufficiente a gestire un’emergenza regionale di questa portata. Gli Stati Uniti oscillano tra pressioni diplomatiche, sanzioni economiche e tentativi di mediazione. La caduta e la cattura di Maduro — eventi che hanno segnato un punto di svolta nella storia del Paese — mostrano quanto l’America Latina sia ancora un terreno dove Washington cerca di esercitare influenza ma senza più la coerenza o la credibilità della vecchia dottrina. Il buon vicino, ormai, è un concetto archeologico: un fossile politico che non regge più il peso del presente.

Epilogo – Il Buon Vicinato come mito americano
La Politica del Buon Vicinato è stata, in fondo, un esperimento: un tentativo di conciliare potere e consenso, influenza e rispetto, egemonia e diplomazia. Ha avuto momenti di successo, certo, ma anche fallimenti clamorosi. Oggi resta soprattutto come un monito: non basta cambiare il linguaggio per cambiare la sostanza dei rapporti di forza.

Roosevelt voleva un emisfero occidentale pacifico, cooperativo ed amichevole. La storia, invece, ci consegna un mosaico di alleanze fragili, crisi ricorrenti e un vicino che, a volte, sembra più interessato al proprio giardino che al quartiere intero. E mentre la macchina da scrivere virtuale si ferma, resta una domanda sospesa nell’aria non politica, ma storica: può davvero esistere un “buon vicino” quando uno dei due è una superpotenza?
Hank Cignatta
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