Le solite sospette: viaggio nella vendetta al sapore di gin

Le solite sospette: viaggio nella vendetta al sapore di gin

Introduzione: quando la terza età diventa un’arma di distruzione narrativa

C’è un momento, leggendo Le Solite Sospette, in cui capisci che John Niven non sta solo raccontando una storia. Sta facendo un’incursione armata nella percezione collettiva della vecchiaia. E lo fa con la grazia di un elefante strafatto di anfetamine che irrompe in un negozio di cristalli.

La copertina italiana del libro

Il romanzo è un colpo di pistola sparato da una mano tremante ma ancora perfettamente capace di mirare al cuore del lettore. È un inno alla ribellione tardiva, alla dignità che non chiede permesso, alla rabbia che non si spegne con l’età ma cambia solo carburante. E Niven, come sempre, ci sguazza.

Il retro di copertina del libro

Un funerale, un’ingiustizia e un gruppo di donne che non hanno più nulla da perdere

La storia parte da un funerale. E già qui Niven ti frega: ti aspetti la solita malinconia, la solita riflessione sulla vita che passa.
Macché. È solo la miccia. Susan, la protagonista, scopre che la sua pensione è stata polverizzata a causa dei vizi nascosti del marito. Si ritrova così vedova e piena di debiti. Insieme alle sue amiche Anne, Ethel e Grace decide di rapinare una banca. Con l’energia di chi ha passato la vita ad essere invisibile e che ora vuole cambiare il corso di una vita fatta di sacrifici e, alle volte, di rinunce.

Il piano è un mix di improvvisazione, follia e lucidità senile. Niven ci porta dentro la rapina come se fossimo seduti sul sedile posteriore di una Fiat Panda del 1998 lanciata a tutta velocità verso l’ignoto.

La vecchiaia come atto politico

Niven non tratta la terza età come un parcheggio. La trasforma in un’arma. Le sue protagoniste non sono nonnine da pubblicità del tè: sono guerriere stanche, ferite, ma ancora capaci di mordere. Il romanzo inoltre è pieno di momenti in cui ti porta a ridere per poi farti sentire in colpa per averlo fatto. È il marchio di fabbrica di Niven: ti strappa una risata mentre ti punta un coltello alla gola.

L’autore del libro, lo scrittore John Niven

Lo stile: un Niven più maturo, più feroce, più affilato

I dialoghi sono secchi, veloci, taglienti e ogni battuta è un proiettile. Ogni silenzio è un campo minato. La struttura del romanzo è un continuo saliscendi emotivo. Niven ti porta su, ti fa ridere, poi ti spinge giù senza preavviso. È un’esperienza fisica, quasi cinematografica.

Concedeteci una suggestione, dai

Perché Le Solite Sospette funziona

Niven non vuole farti sentire meglio. Vuole farti sentire. Punto. Il tutto fatto con un cast di personaggi che ti restano dentro per la lorio disarmante realtà e con i quali ci si può immedesimare o rivedere un pezzo della propria quotidianità. Susan e le altre non sono caricature. Sono vive, tridimensionali e piene di contraddizioni. E soprattutto sono credibili. Perché la rabbia, quando è vera, non ha età.

Conclusione: un romanzo che è una molotov letteraria

Le Solite Sospette è un libro che scuote l’apatia dell’attesa di poter leggere un libro capace di scavarti emotivamente dentro e di lasciare il segno, sia nel bene che nel male. È un romanzo molto contemporaneo che parla di ingiustizia, di resistenza e di dignità. Ed è quel tipo di opera che ti ricorda che la vecchiaia non è una resa, ma un’altra forma di guerra.

Hank Cignatta

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