Il Punitore, il più violento degli eroi Marvel
Il Punitore nasce in un’America che ha smesso di credere alle favole. Le strade di New York puzzano di spazzatura, eroina e paranoia post-Vietnam. I supereroi sorridenti, con il mantello pulito e la morale incrollabile, iniziano a sembrare ridicoli di fronte a un mondo che non vuole essere salvato ma punito.

Frank Castle non arriva dal cielo. Non è stato morso da nulla. Non ha ricevuto doni cosmici. I suoi superpoteri sono la guerra, la morte e la perdita. Nonché la consapevolezza che la giustizia, quella ufficiale, non arriva mai in tempo.

Il Punitore nasce ufficialmente nel 1974 sulle pagine di The Amazing Spider-Man n. 129. Doveva essere un antagonista. Uno dei tanti. Invece diventa un errore irreversibile, un personaggio che sfugge di mano ai suoi stessi creatori e si incolla all’immaginario collettivo come il sangue sul marciapiede.

Gerry Conway, John Romita Sr. e Ross Andru: i padri di un incubo necessario
Gerry Conway scrive il Punitore quasi come una provocazione. Un vigilante estremo, un uomo che non arresta ma uccide.

John Romita Sr. contribuisce al design iconico.

Ross Andru gli dà corpo e postura. Ma nessuno di loro, nemmeno per un secondo, immagina cosa stanno realmente creando.

Frank Castle è un reduce del Vietnam, dettaglio fondamentale. Non è un caso. È un uomo che ha visto l’orrore istituzionalizzato, la violenza autorizzata e la morte come procedura. Quando la mafia uccide sua moglie e i suoi figli durante una sparatoria a Central Park, qualcosa si spezza in modo definitivo. Non nasce un vendicatore ma una sentenza. Di morte, naturalmente.

Il Punitore non si limita a combatte il crimine ma lo vuole estirpare.
Frank Castle: anatomia di un uomo che non può essere salvato
Frank Castle è morto il giorno in cui è morta la sua famiglia. Tutto ciò che viene dopo è un cadavere che cammina con un arsenale militare addosso. Non ha una doppia identità perché non ne ha bisogno. Non si nasconde perché non ha nulla da perdere.

Il teschio sul petto non è un avvertimento. Serve a farsi sparare al centro del corpo, dove indossa il giubbotto antiproiettile. Serve a dire: guardami, sono qui, spara. Serve a terrorizzare. Castle non ha un codice morale condivisibile. Ha un obiettivo. Criminali morti. Fine.

Il Punitore nell’universo Marvel: un corpo estraneo che non si integra
L’universo Marvel è pieno di eroi tormentati, ma il Punitore è diverso. Non cerca redenzione o comprensione e non chiede perdono. Spider-Man lo disprezza, Daredevil tenta inutilmente di fermarlo e Capitan America lo tollera a malapena. Batman avrebbe probabilmente provato a salvarlo mentre Steve Rogers sa che Frank è una guerra che non può essere vinta.

Il Punitore è il promemoria costante che la linea tra eroe e assassino è più sottile di quanto gli Avengers vogliano ammettere. Ogni volta che Frank Castle appare il mondo Marvel diventa improvvisamente più reale, più sporco, più vicino a noi. E questo è il vero problema.
Perché il Punitore è considerato il personaggio più violento della Marvel
Il Punitore non colpisce per rabbia. Non perde il controllo. Non agisce d’impulso. Ed è proprio questo a renderlo il più violento di tutti.

La sua violenza è lucida. Pianificata. Metodica. Frank Castle studia, prepara, esegue. Usa armi da guerra, esplosivi, torture psicologiche. Non lascia spazio al pentimento perché è un lusso per i vivi. Mentre Hulk distrugge per rabbia e Wolverine uccide in battaglia, il Punitore giustizia a sangue freddo. Non combatte supercriminali cosmici. Combatte trafficanti, pedofili, mafiosi, corrotti. Nemici reali. E quando li elimina, non c’è spettacolo. C’è silenzio. Quella violenza non è nata per rimanere circoscritta nelle tavole fumettistiche e fa riflettere perché è brutalmente reale.
Garth Ennis: quando il Punitore diventa leggenda nera
Negli anni Novanta e Duemila arriva Garth Ennis. E con lui il Punitore smette definitivamente di essere un personaggio Marvel “classico”.

Ennis trasforma Frank Castle in una macchina narrativa di morte e nichilismo. Welcome Back, Frank, Punisher MAX, Born: storie che scavano nella psiche di un uomo che non è impazzito dopo la tragedia, ma forse lo era già prima. La guerra in fondo ha avuto la capacità forse di non distruggerlo ma di rivelarlo.

Con Ennis il Punitore diventa un’opera di denuncia, un manifesto contro la glorificazione della violenza e allo stesso tempo la sua rappresentazione più onesta. Non vi è il dannato lieto fine ma solo un uomo che continua a sparare finché il mondo non finirà o finirà lui.
Il Punitore nella cultura pop: dal fumetto al simbolo controverso
Il teschio del Punitore esce presto dalle pagine dei fumetti. Diventa logo, patch militare, simbolo adottato da forze dell’ordine, soldati, gruppi paramilitari. Ed è qui che nasce il paradosso più inquietante.

Frank Castle non rappresenta l’ordine. Rappresenta il fallimento stesso, dell’ordine. Marvel stessa ha preso le distanze da queste appropriazioni, ribadendo che il Punitore non è un modello ma un monito. Un uomo che esiste solo quando tutto il resto ha fallito. Ignorare ciò significa non aver mai capito il personaggio.

Il Punitore oggi: necessario, scomodo, immortale
Il Punitore continua a esistere perché il mondo continua a produrre ingiustizia. È un personaggio che non può essere addolcito, né davvero integrato in un universo di speranza e colori. Frank Castle è la voce che nessuno vuole ascoltare ma che tutti sentono, soprattutto quando il sistema crolla. E finché ci sarà qualcuno che penserà “se lo meritava”, il Punitore non smetterà mai di camminare per le strade di una New York immaginaria che assomiglia terribilmente alle nostre città.
Hank Cignatta
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