Nile Rodgers, l’uomo che ha insegnato al pop come si balla

Nile Rodgers, l’uomo che ha insegnato al pop come si balla

E’ una gelida mattina di inizio gennaio in quel di Nevrotic Town (o Torino, se siete amanti dello sci): la colonnina di mercurio segna lo zero termico e il freddo entra nelle ossa. Esco da casa della Dani California del momento e mi infilo velocemente nella mia Great Point Blue Shark, aspettando giusto qualche istante affinché si scaldi.

La Dani California ancora avvolta nuda nel caldo delle coperte del suo letto è un’agile ballerina del Videodrome: si tratta un elegante locale della città che immerge, con le sue atmosfere, negli anni Ottanta.

Una pista da ballo con colorate luci al neon, deejays sempre pronti a mixare il ritmo di serate leggendarie e un bancone dal quale sembra dover spuntare da un momento all’altro un sorridente Tom Cruise pronto a preparare il tuo Mojito. Dalle casse della mia autoradio si propagano le prime note di State Your Mind di Nile Rodgers e la mia mente vola malinconicamente al periodo di quell’Mtv che oramai non esiste più.

New York, anni Settanta: quando la città suonava come un allarme antincendio

Nile Rodgers nasce musicalmente dentro una New York che andava frettolosamente di corsa. La Grande Mela negli anni Settanta è una giungla elettrica: blackout, eroina, club sotterranei, marciapiedi che pulsano come un amplificatore sul punto di esplodere. Rodgers cresce in quel contesto sociale tra chitarre scordate, famiglie che si arrangiano e una fame culturale che non ha niente di romantico. È sopravvivenza. È groove come arma di autodifesa.

Un giovane Nile Rodgers

Prima ancora di diventare Nile Rodgers, Nile è un musicista con un finissimo orecchio assoluto e una visione chiarissima: la musica deve muovere il corpo e la testa. Niente assoli masturbatori, niente pose da rock star messianica. Solo precisione, intelligenza ritmica e una capacità rara di capire cosa serve davvero ad una canzone per diventare immortale. Studia musica seriamente, passa dal jazz al soul, dalla classica al rhythm and blues. Non diventa mai uno strumentista autoreferenziale. Diventa qualcosa di più pericoloso: uno che capisce come funzionano le canzoni sulle persone. Quando prende in mano una chitarra non pensa alle note ma ai fianchi che iniziano a muoversi due battute dopo.

Chic: quando la disco smette di essere un genere e diventa un linguaggio

Con il bassista e produttore discografico Bernard Edwards fonda gli Chic. E qui succede il corto circuito definitivo. Perché Chic non è solo disco music: è architettura sonora. È funk vestito da sera, è groove che ti entra addosso con l’eleganza di uno smoking e la cattiveria di un pugno.

Gli Le Chic

Il nome Chic: stile, destino e un tocco di ironia newyorkese

Prima ancora di incidere Le Freak o tracciare la linea genetica del pop moderno, Nile Rodgers e Bernard Edwards si trovarono davanti a una decisione che sembrava meno epica di un assolo di chitarra ma che, in realtà, segnò l’identità genetica della loro creatura sonora: il nome della band. In principio il progetto non si chiamava Chic ma The Boys, poi divenne The Big Apple Band, un nome che sapeva di metropoli, taxi gialli e feste di Halloween.

Tuttavia, quando una band di qualcun altro stava usando lo stesso nome, Rodgers ed Edwards capirono che c’era spazio per qualcosa di più tagliente, meno descrittivo. Qualcosa di più estetico. Così nel 1977, dopo aver provato e riprovato appellativi, scelsero una sola parola che conteneva tutto quello che volevano dire: Chic. Il termine, francese di origine, evoca eleganza: eleganza come idea ambigua, come alibi sociale, come stile estetico da adottare nei club di New York quanto sulle copertine degli album. Quella parola trasformava la loro musica da mera disco dance in una dichiarazione d’intenti: sofisticata, rifinita e di classe.

Rodgers stesso, in diverse interviste, ha raccontato che l’idea per quello stile non nacque da un semplice desiderio estetico, ma da un’osservazione culturale: dopo anni nel rock e nelle band emergenti, fu un concerto dei Roxy Music a fargli capire che la musica avrebbe dovuto avere un corpo visivo definito tanto quanto un corpo sonoro pulsante. Quel momento contribuì a cementare la visione dietro il nome Chic, inteso come equilibrio tra eleganza e funk urbano, tra raffinatezza e sudore di pista da ballo.

l nome Chic non è dunque un semplice marchio: è un mantra estetico, una parola che cattura l’idea di un collettivo di musicisti rivoluzionari che, a dispetto della vita dura di New York, decisero di fare dell’eleganza sonora la loro bandiera. Non c’è un significato nascosto come in certi nomi esoterici da rock progressive: Chic parla di autocoscienza, di una band che sa come vuole apparire, come vuole ascoltarsi e soprattutto come vuole far ballare il mondo.

Le Freak: quando l’umiliazione davanti a Studio 54 diventò un classico universale

È curioso come le storie più iconiche della musica nascano da fallimenti e porte sbattute in faccia. E chi vi scrive lo sa bene. Le Freak, il pezzo che avrebbe consacrato gli Chic ( e con loro Nile Rodgers e Bernard Edwards) come architetti della disco che conta, non fu concepito in studi di registrazione di lusso né tra applausi e luci stroboscopiche. No. La scintilla scoccò nell’incazzata notte di Capodanno del 1977, fuori dallo Studio 54, il tempio trasgressivo della Disco Music e della vita notturna newyorkese.

L’ingresso del leggendario Studio 54, il tempio della Disco Music

Rodgers e Edwards avevano accettato un invito per quella notte leggendaria: Grace Jones stessa li aveva chiamati, aveva spiegato quale porta prendere e quale frase dire alla sicurezza per entrare. Eppure, nonostante vestiti eleganti e un nome che già faceva girare le teste nei locali e negli studi, la sicurezza li rigettò due volte. Non solo: qualcuno sbraitò qualcosa che riecheggia ancora nella storia popolare, un sonoro vaffanculo indirizzato alla coppia.

Uno scatto che tenta di ricostruire l’episodio

Quella scena è diventata folklore, un’immagine quasi cubista: Rodgers ed Edwards, davanti alle luci di Studio 54, scartati come semplici clienti non abbastanza importanti, mentre dentro la musica che avevano contribuito a definire pulsava senza di loro. Invece di rimanere con le braccia conserte, sontuosamente arrabbiati, tornarono a casa. Si aprirono due bottiglie di Dom Pérignon — scherzosamente soprannominate “collutorio rock’n’roll” da Rodgers stesso — e bevvero alla maniera degli immortali: a grandi sorsi e a testa bassa.

Da sinistra: Bernard Edwards e Nile Rodgers

Poi, come spesso accade quando il fallimento sociale incontra l’ego creativo, si misero a suonare. Quella frase urlata contro di loro divenne il seme del ritornello. All’inizio l’idea fu proprio quella: “Aaaahhh, fuck off”. Ma Rodgers e Edwards capirono che un’espressione così esplicita non avrebbe fatto strada alla radio. Così provarono prima un’edizione più “morbida”, “freak off”. Non suonava bene. Rifinirono ancora e dal caos semantico venne fuori “Aaaahhh, freak out!” :un grido di liberazione, di danza, di ribellione gioiosa.

Grace Jones e Nile Rodgers

Da quella brutta serata nel freddo newyorkese tra paranoia, champagne e porte chiuse, Le Freak esplose in tutto il mondo. Divenne uno dei singoli più venduti nella storia di Atlantic Records, raggiungendo la vetta delle classifiche e andando oltre ogni limite di genere. In fondo, quello che Rodgers e Edwards trasformarono non fu solo una frase volgare respinta, ma un antidoto danzante alla discriminazione culturale e alle porte chiuse. Le Freak non nacque dal privilegio, ma dalla frustrazione. E forse è proprio per questo che ha ancora il potere di farci muovere il corpo senza spiegare troppo al cervello perché in quei quattro accordi c’è tutta l’ironia di chi prende la vita a pugni e la trasforma in groove.

Chic: il lusso come atto politico

Quando nascono gli Chic, insieme a Bernard Edwards, il progetto è molto più sovversivo di quanto sembri. In un’epoca in cui la disco music viene trattata come un giocattolo effimero, Rodgers e soci la trasformano in un linguaggio colto, strutturato, quasi architettonico. Le Freak, Good Times, I Want Your Love non sono semplici hit: sono macchine perfette, con bassi che camminano come predatori urbani e chitarre che tagliano l’aria con una precisione matematica. La linea di basso di Le Freak è in senso buono ignorante, aggressiva ed illegale in settantasette Stati del mondo. Ciò significa che non puoi fare altro che ascoltarla e tenere il tempo per questo capolavoro ritmico.

La chitarra di Rodgers non vuole dominare, vuole servire il groove. È un’arma bianca, mai una clava. Ogni colpo è pensato per lasciare spazio, per far respirare la sezione ritmica, per creare quell’effetto ipnotico che trasforma una pista da ballo in una forma di resistenza collettiva. Ballare, in quel contesto, è un atto politico. Significa dichiarare di essere ancora vivi abbandonandosi al potere taumaturgico della musica.

Good Times: la canzone che ha cambiato il DNA della musica moderna

Se esiste un punto preciso in cui Nile Rodgers entra nella storia come figura cardine della musica contemporanea, quel punto si chiama Good Times. Non si tratta infatti soltanto di uno dei brani più campionati di sempre.

È un passaggio di testimone culturale. Da quella linea di basso nasce Rapper’s Delight, e con essa il rap che entra ufficialmente nella cultura pop globale.

Rodgers non combatte questa trasformazione. La capisce. La accetta. La osserva con l’intelligenza di chi sa che la musica non è proprietà privata ma materia viva. È uno dei pochi musicisti della sua generazione ad aver compreso davvero che il futuro non si controlla ma si accompagna.

Nile Rodgers, Il produttore che non impone ma rivela

Negli anni Ottanta e Novanta Nile Rodgers diventa qualcosa di ancora più raro: un produttore capace di sparire dentro il successo degli altri. David Bowie lo chiama per Let’s Dance perché ha bisogno di tornare umano, fisico, terreno. Rodgers lo spoglia dell’artefatto e lo rimette in strada, tra funk, fiati e sudore. Il risultato è un Bowie che balla senza perdere dignità e che parla al mondo senza maschere concettuali.

Con Madonna il discorso è ancora più radicale. Like a Virgin e Material Girl non sono solo brani pop: sono manifesti sonori. Rodgers capisce che Madonna non va ingabbiata, va amplificata. Le costruisce addosso un suono che è sessuale, ironico, tagliente, ma anche dannatamente elegante. Il pop, da lì in poi, non sarà più una parola minore.

La chitarra invisibile di Nile Rodgers che domina il mondo

La cosa più inquietante (nel senso buono del termine) di Nile Rodgers è che spesso non te ne accorgi. La sua chitarra è ovunque ma non chiede attenzione. È nel funk, nel pop, nel rock, nell’hip hop, nella dance elettronica. È un linguaggio che si infiltra. Quando collaborerà con i Daft Punk in Random Access Memories, il cerchio si chiuderà in modo quasi commovente: il futuro che torna a chiedere consiglio al passato. Get Lucky non funziona perché è nostalgica. Funziona perché è vera. Perché dietro quella semplicità apparente c’è un uomo che ha passato una vita a capire come far muovere le persone senza manipolarle. Non mi credete? Premete play e rendetevene conto da soli.

Sopravvivere, reinventarsi e restare rilevanti

Rodgers ha attraversato il crollo della disco music, l’odio culturale, l’oblio temporaneo, la malattia, l’industria che cambia pelle ogni cinque anni. Eppure è ancora lì. Non come reliquia ma come riferimento. Perché non ha mai confuso il successo con l’ego. Ha sempre trattato la musica come un lavoro serio, artigianale e quasi morale. In un’epoca di produttori-fantasma e artisti usa e getta, Nile Rodgers rappresenta una figura anomala: uno che ha vinto tutto senza diventare cinico, che ha influenzato generazioni senza predicare e capace di lasciare un’impronta enorme restando spesso un passo indietro.

L’eredità di Nile Rodgers: il groove come verità universale

Parlare di Nile Rodgers significa parlare di come la musica pop possa essere intelligente senza diventare elitaria, fisica senza diventare stupida ed essere commerciale senza essere vuota. La sua influenza non si misura solo in dischi venduti o in collaborazioni leggendarie ma nel modo in cui ha insegnato al mondo che il groove è una forma di linguaggio universale.

Nile Rodgers non ha cambiato solo il suono di un’epoca. Ha cambiato il modo in cui la musica dialoga con il corpo, con la strada, con la memoria collettiva. E finché qualcuno continuerà a muovere un piede seguendo una chitarra che sembra quasi non esserci, il suo lavoro non smetterà mai di suonare.

Hank Cignatta

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Sono la mente insana alla base di Bad Literature Inc. Giornalista pubblicista, Gonzo nell’animo, speaker radiofonico, peccatore professionista, casinista come pochi. Infesto il web con i miei articoli che sono dei punti di vista ( e in quanto tali condivisibili o meno) e ho una particolare predisposizione a dileggiare la normalità. Se volete saperne di più su di me e su Bad Literature Inc. leggete i miei articoli. Ma poi non dite che non siete stati avvertiti.

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