La storia dei Kiss e di come si costruisce un mito

La storia dei Kiss e di come si costruisce un mito

C’è un punto preciso nella storia del rock in cui la musica smette di essere solo suono e diventa una forma di dominio visivo, emotivo e commerciale. Non accade con una canzone, né con un disco in particolare. Accade quando quattro figure truccate come demoni dei fumetti salgono su un palco e capiscono che il pubblico non vuole solo ascoltare: vuole essere travolto. In quel momento nascono davvero i Kiss. Questa non è la storia di una band qualunque ma la cronaca di un’ossessione, di un’intuizione geniale e di una macchina costruita per non spegnersi mai.

I Kiss nella formazione originale. Da sinistra: Peter Criss (batteria), Ace Frehley (chitarra solista), Gene Simmons (basso e voce) e Paul Stanley (chitarra ritmica e voce)

Dalle strade di New York alla visione di un’idea

All’inizio degli anni Settanta New York è una giungla urbana ferita e bellissima. Sporca, violenta e creativa fino alla nausea. In questo contesto Gene Simmons e Paul Stanley suonano nei Wicked Lester, una band che cerca di stare dentro i canoni del rock dell’epoca, fallendo però miseramente nel loro intento. Il disco che registrano non viene pubblicato e il progetto si scioglie. La frustrazione però accende qualcosa di più grande, di più audace e di più pericoloso.

La forma embrionale de i Kiss, i Wicked Lester

È da qui che parte tutto: non vogliono più soltanto fare musica, vogliono scolpire un’identità che bruci nella memoria di chiunque la veda. Vogliono essere un marchio, un evento, un tabù incarnato sul palco.

Il nome, il trucco e la trasformazione in icone

Mentre cercano un nome potente e diretto, Peter Criss menziona il suo passato in una band chiamata Lips. Paul Stanley, come se stesse leggendo un copione scritto da un demiurgo del rock, la butta lì: “E se fosse Kiss?”. Quattro lettere. Visive. Sessuali. Terrificanti. Perfette. Ace Frehley, appena entrato come chitarrista, aggiunge il design del logo con le “SS” a forma di fulmini, un marchio che diventerà più riconoscibile della maggior parte dei simboli del rock. La band stessa ha sempre detto che il nome non ha significati oscuri, solo forza immediata e impatto globale.

Il famosissimo logo della band

Il trucco nasce da un’esigenza teatrale: non basta suonare bene, bisogna arrestare lo sguardo. I Kiss trasformano il volto in maschera da battaglia psichedelica, ognuno con la propria identità: Simmons il Demone, Stanley lo Starchild, Frehley lo Spaceman, Criss il Catman. La resa di quel trucco li accomuna un po’, se vogliamo, alle maschere del teatro Kabuki giapponese. È un trucco che non nasconde, ma deifica.

I primi dischi dei Kiss e l’indifferenza della critica

Quando esce il primo album “Kiss” nel 1974, seguito da Hotter Than Hell e Dressed to Kill, la risposta è tiepida. La critica li considera troppo semplici, troppo costruiti, troppo pomposi. Ma mentre i giornalisti storcono il naso, qualcosa sta già succedendo nei club e nei palazzetti: dal vivo i Kiss sono un’altra cosa, una forza inarrestabile che la stampa non riesce a catturare su vinile.

I Kiss e il palco come guerra psicologica

Un concerto dei Kiss non è un semplice live. È un attacco a mani nude ai sensi. Fuoco che esplode, piattaforme che si sollevano, sangue finto sputato sul pubblico, chitarre che fumano. Gene Simmons incarna il lato più oscuro del rock, Paul Stanley guida la folla come un predicatore da arena, Ace Frehley è l’alieno elegante dei riff spaziali mentre Peter Criss picchia la batteria come se stesse difendendo la propria vita. Il pubblico ne esce stordito, sudato, fedele. È lì che nasce la vera Kiss Army, lontano dai numeri freddi delle classifiche.

“Alive!” e la consacrazione della leggenda

Nel 1975 esce “Alive!”. Ufficialmente un album dal vivo, ufficiosamente la prova che il rock dei Kiss esplode come una bomba a mano su una pista da ballo. Anche se ritoccato in studio, quello che conta è l’effetto: cattura l’energia, l’adrenalina, la violenza emotiva che i dischi in studio non riuscivano ancora a contenere. “Alive!” salva la band e la trasforma in un fenomeno globale. Da quel momento, i Kiss non sono più in discussione.

Kissmania e l’invenzione del rock-industria

A metà degli anni Settanta i Kiss capiscono prima di tutti una verità semplice: il rock non è solo musica, è spettacolo, identità, marchio. Trasformano la loro immagine in un impero che travalica i dischi: action figure, poster, lunch box, biancheria, carta da parati, persino giocattoli sessuali con marchio ufficiale. Anche chi non ascolta rock conosce il trucco bianco e nero, la lingua di Simmons e il logo con i fulmini.

La nascita della Kiss Army: quando il fan club divenne milizia

Nel gennaio del 1975, due adolescenti di Terre Haute, Indiana che rispondono al nome di Bill Starkey e Jay Evans, iniziarono a tempestare la stazione radio locale WVTS con una richiesta ossessiva: “Suonate i Kiss”. La radio ignorò le suppliche. I ragazzi allora fondarono qualcosa di più potente di una petizione: una milizia sonora. La chiamarono Kiss Army.

Il nome non era solo provocatorio. Era una dichiarazione di guerra culturale. I primi volantini, le lettere minatorie alla radio, le presenze ai concerti con striscioni fatti a mano: tutto contribuì a creare un’aura militante attorno alla band. Il 21 novembre 1975, durante un concerto a Terre Haute, la Kiss Army fu ufficialmente riconosciuta dalla band. Starkey salì sul palco e ricevette una targa: il fan club era diventato istituzione.

Da lì, la Kiss Army si strutturò come un vero esercito: gradi, newsletter, moduli di arruolamento, merchandising. Nel 1977 contava quasi 100.000 membri e generava fino a 5.000 dollari al giorno. Era il primo fan club a funzionare come una macchina da guerra promozionale, capace di spingere vendite, concerti e messa in onda dei pezzi nelle stazioni radiofoniche con la forza di un battaglione. La Kiss Army non era solo un gruppo di fan. Era un rituale di appartenenza.

Crepe interne e oscillazioni creative

Nel 1978 ogni membro pubblica un album solista sotto il nome Kiss, un’operazione mai vista prima. È il segnale che qualcosa si sta incrinando: Simmons guarda sempre più a Hollywood, Stanley si carica sulle spalle il peso creativo, Frehley e Criss si trovano a dover combattere i loro demoni personali in un’epoca di eccessi che non perdona.

Photo by Mark Sullivan/Contour by Getty Images

Gene Simmons: il rock sano dietro la maschera del Demon

Nell’immaginario collettivo, Gene Simmons è il Demon dei Kiss: sputafuoco, lingua interminabile e una reputazione di rockstar immortale. Eppure dietro quella figura mitologica si nasconde una verità sorprendente e, per certi versi, contraria al cliché della rockstar autodistruttiva. In più interviste negli anni Simmons ha dichiarato con chiarezza che non ha mai fatto uso di droghe né di alcool in tutta la sua vita.

In un’intervista riferita nel documentario Biography: KISStory, Simmons afferma di non aver mai preso droghe di alcun tipo e di non essersi mai ubriacato neppure una volta, sottolineando che il suo “sbattersi” nella vita di rockstar non è mai passato attraverso le sostanze ma piuttosto attraverso l’ego e la passione per il palco.

La scelta di mantenersi sobrio è radicata anche nella sua storia personale: figlio unico di una madre sopravvissuta all’Olocausto, Simmons ha sempre dichiarato che non avrebbe mai voluto deluderla o farle del male con un comportamento autodistruttivo, un principio che lo ha tenuto lontano da molte delle insidie dello stile di vita rock’n’roll degli anni Settanta e Ottanta dove cadere in tentazione era facilissimo.

Gene Simmons insieme a sua madre, Flora Klein

Questo non significa che sia stato lontano da eccessi di altra natura: infatti Simmons ha raccontato di aver “vissuto il rock” attraverso relazioni e avventure che hanno alimentato la leggenda. Ma quando si parla di droghe e alcool, la sua risposta è sempre stata netta: non servivano per alimentare il fuoco dei Kiss.

Gli anni Ottanta e la messa in discussione dell’iconografia

Negli anni Ottanta i Kiss si tolgono il trucco per adattarsi a MTV e alle mode glam metal dell’epoca. Alcuni album funzionano mentre altri si perdono nel rumore di un decennio che cambia troppo in fretta. La leggenda sembra mettersi in pausa, ma la macchina non si spegne mai.

La reunion dei Kiss e il ritorno degli dèi truccati

Nel 1996 accade l’impensabile: la formazione originale torna insieme con il trucco. Il mondo reagisce come se fosse riapparso un culto antico. I concerti diventano eventi generazionali, non importa l’età. L’iconografia dei Kiss torna ad arrostire retine e cuori: il palco non è più solo musica, è mito vivente.

Una foto dei Kiss riunitisi nel 1996

L’addio al “Spaceman”: la morte di Ace Frehley

Nell’ottobre del 2025 il mondo del rock ha perso uno dei suoi più iconici pilastri. Ace Frehley, il chitarrista originale dei Kiss noto come “Spaceman”, è morto il 16 ottobre 2025 all’età di 74 anni dopo complicazioni legate a una caduta nel suo studio nel New Jersey e ad un successivo trauma cranico. Dopo giorni di ricovero in condizioni critiche è deceduto circondato dalla sua famiglia, lasciando un vuoto immenso nella comunità musicale internazionale.

Ace Frehley “Spaceman”

Frehley non era solo un chitarrista: era la voce spaziale della band, capace di fondere tecnica e teatralità in un modo che ha ispirato generazioni. I compagni di band Paul Stanley e Gene Simmons lo hanno ricordato come un «soldato del rock essenziale» nei capitoli più formativi della storia dei Kiss, sottolineando la sua energia e il suo impatto duraturo.

La sua scomparsa segna il primo addio tra i membri originali e chiude un cerchio iniziato oltre mezzo secolo fa, ma l’eredità di Frehley resta viva nei riff che ha creato e nei cuori dei fan sparsi in tutto il pianeta.

Quando anche i Griffin presero in giro (con affetto) i Kiss

Che i Kiss siano entrati nell’immaginario collettivo non lo dicono solo i milioni di fan sparsi per il mondo, ma anche la satira intelligente della cultura pop. In più di un episodio di I Griffin (Family Guy), la band viene presa in giro, omaggiata o semplicemente citata come simbolo massimo del rock spettacolare.

Nella celebre puntata “Road to Europe”, trasmessa per la prima volta nel 2002, Peter Griffin e la sua famiglia seguono i Kiss a un concerto: Lois rivela di non ricordare le parole di Rock and Roll All Nite, suscitando l’imbarazzo di Peter, mentre i membri stessi della band compaiono nell’episodio dando la loro voce ai personaggi animati.

I Kiss e L’Italia: amore rumoroso, tardivo e visceralmente sincero

Il rapporto tra i Kiss e l’Italia non è mai stato lineare, né immediato. Per molti anni il nostro Paese ha guardato il fenomeno Kiss da lontano, quasi con diffidenza, come si osserva un circo troppo americano per essere preso sul serio. Negli anni Settanta e Ottanta il pubblico italiano era più legato al rock “impegnato”, al progressive, al cantautorato elettrico, e l’idea di quattro demoni truccati che sputano fuoco sembrava più un fumetto che musica vera. Ma come spesso accade l’Italia ci è arrivata tardi e poi ci è arrivata tutta insieme.

Quando i Kiss iniziano finalmente a esibirsi con maggiore continuità nel nostro Paese, il pubblico risponde con una fame che era rimasta repressa per decenni. I concerti italiani diventano eventi quasi liberatori, momenti in cui generazioni diverse si ritrovano sotto lo stesso palco: chi li aveva scoperti da ragazzo tramite copertine, VHS sgranate e riviste importate e chi invece li aveva conosciuti attraverso la cultura pop, i videogiochi, i cartoni animati e la mitologia rock ormai consolidata.

L’esibizione al Monsters of Rock di Modena nel 1988 rappresenta uno dei primi veri punti di contatto di massa tra i Kiss e il pubblico italiano: un contesto gigantesco, condiviso con altre band leggendarie, che contribuisce a fissare l’immagine del gruppo come entità spettacolare totale, più che semplice rock band. Negli anni successivi, soprattutto dopo la reunion con il trucco negli anni Novanta, i Kiss tornano in Italia con una consapevolezza diversa: qui non sono solo una band, sono un’icona finalmente riconosciuta.

Milano, Bologna e Verona diventano tappe rituali. Il pubblico italiano, spesso accusato di freddezza, con i Kiss si trasforma in una massa compatta, rumorosa, fedele. Non è un caso che Gene Simmons abbia più volte sottolineato come il pubblico europeo (e quello italiano in particolare) sappia vivere il concerto come un evento collettivo, meno distratto e più coinvolto rispetto ad altri contesti.

n Italia i Kiss non sono mai stati solo “quelli del trucco”. Sono diventati una porta d’ingresso al rock spettacolare, una band capace di unire padri e figli, metallari e curiosi, nostalgici e neofiti. Forse non hanno mai avuto con il nostro Paese un rapporto quotidiano, ma ogni volta che sono arrivati, lo hanno fatto come si arriva a casa di qualcuno che ti aspettava da tempo. E questo, per una band costruita sull’impatto emotivo e visivo, vale più di qualsiasi classifica.

Perché i Kiss contano ancora

I Kiss non sono mai stati la band più raffinata né la più amata dalla critica. Ma hanno capito prima di chiunque altro una verità fondamentale: il rock è spettacolo, è identità, è appartenenza. Hanno costruito un linguaggio che oggi è ovunque, dagli show più patinati alle band che negano di ispirarsi a loro mentre ne replicano la lezione.

Li puoi amare o odiarli. Puoi ridere del trucco o della lingua di Simmons. Ma una cosa è certa: senza i Kiss e senza figure come Ace Frehley, il rock sarebbe stato molto meno grande, molto meno rumoroso e infinitamente più noioso. Il trucco può sciogliersi e le luci sul palco possono spegnersi. Ma quello che i Kiss hanno creato continua a suonare, anche quando il silenzio arriva.

Hank Cignatta

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Sono la mente insana alla base di Bad Literature Inc. Giornalista pubblicista, Gonzo nell’animo, speaker radiofonico, peccatore professionista, casinista come pochi. Infesto il web con i miei articoli che sono dei punti di vista ( e in quanto tali condivisibili o meno) e ho una particolare predisposizione a dileggiare la normalità. Se volete saperne di più su di me e su Bad Literature Inc. leggete i miei articoli. Ma poi non dite che non siete stati avvertiti.

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