Charlie Brown, Snoopy e il mito senza tempo dei Peanuts

Charlie Brown, Snoopy e il mito senza tempo dei Peanuts

Interno. Giorno. Il mio appartamento il giorno prima della vigilia di Natale. La mia voglia di divere questo periodo dell’anno è pari a zero. Accanto a me la mia cagnona Nöel che vuole solo prendere le coccole al caldo. Siamo entrambi davanti allo schermo quando Charlie Brown mi ha guardato di nuovo come solo lui sa fare: con quella faccia da cane bastonato metafisico, l’emblema universale del fallimento quotidiano. È in quel momento che ho capito una verità scomoda: i Peanuts non sono un fumetto per bambini. Sono un manuale di sopravvivenza esistenziale mascherato da strisce domenicali, un Truman Show dell’anima pubblicato a vignette dal 1950 in poi. Benvenuti nel mondo creato da Charles M. Schulz, un universo dove nessuno cresce davvero, ma tutti invecchiano dentro.

Alcuni dei Peanuts

Peanuts: l’inizio di una rivoluzione silenziosa

Quando Charles M. Schulz pubblica la prima striscia dei Peanuts il 2 ottobre 1950, l’America è convinta di vivere nel migliore dei mondi possibili. La guerra è finita, il sogno suburbano è in vendita a rate e l’ottimismo è un obbligo morale. Schulz fa saltare tutto con una matita. I suoi bambini non sono spensierati, non ridono quasi mai e parlano come filosofi depressi con l’ansia da prestazione. I Peanuts entrano in punta di piedi nei quotidiani ma nel giro di pochi anni colonizzano l’immaginario collettivo globale, dimostrando che la fragilità è molto più universale dell’eroismo.

Il celebre fumettista Charles M. Schulz, padre di Charlie Brown e dei Peanuts

Perché si chiamano Peanuts: un nome imposto, odiato e diventato leggenda

Il nome Peanuts non nasce da un colpo di genio creativo di Charles M. Schulz ma da una decisione editoriale che l’autore ha sopportato più che accettato. Il fumetto, infatti, avrebbe dovuto chiamarsi Li’l Folks, titolo già utilizzato da Schulz per alcune strisce precedenti e molto più coerente con il tono umano, intimo e malinconico del progetto. Ma gli editori della United Feature Syndicate temevano confusione con altri titoli simili dell’epoca, come Li’l Abner, e decisero di cambiarlo senza troppi complimenti.

La copertina italiana di una delle tante raccolte di fumetti dei Peanuts

Il termine Peanuts deriva dall’espressione americana peanut gallery che indicava i posti più economici di un teatro o di uno spettacolo, occupati spesso da un pubblico rumoroso e poco raffinato. In altre parole, “noccioline”, qualcosa di piccolo, di poco conto, di marginale. Un nome che Schulz ha sempre considerato superficiale, fuorviante e persino umiliante per una striscia che parlava di solitudine, fallimento, ansia e identità.

Schulz non ha mai nascosto il suo disprezzo per quel titolo: lo riteneva privo di significato, scollegato dai personaggi e incapace di rappresentare la profondità emotiva delle sue storie. Avrebbe preferito titoli come Good Ol’ Charlie Brown, molto più centrati sul vero cuore della serie. Eppure, nel più crudele dei paradossi, proprio quel nome che l’autore non voleva è diventato uno dei brand culturali più riconoscibili del Novecento.

Peanuts è così diventato un simbolo perfetto del fumetto stesso: qualcosa che sembra piccolo, leggero, quasi insignificante, ma che in realtà contiene un peso emotivo enorme. Un nome che promette poco e mantiene tutto.

Charlie Brown: l’eroe perdente per eccellenza

Charlie Brown è l’anti-eroe definitivo. Perde a baseball, perde con le ragazze, perde con gli aquiloni, perde persino quando cerca di non perdere. Eppure insiste. In un mondo che celebra il successo, Charlie Brown diventa un atto di resistenza morale. È il primo protagonista pop a insegnarci che il fallimento non è una deviazione dal percorso, ma il percorso stesso. Schulz lo usa come un bisturi: ogni sua sconfitta è un taglio netto sull’illusione del lieto fine obbligatorio.

Snoopy: il cane che voleva essere tutto

Snoopy nasce come cane ma evolve in qualcosa di molto più pericoloso: una fantasia senza freni. Pilota della Prima Guerra Mondiale, scrittore fallito, aviatore, avventuriero, Joe Cool con gli occhiali da sole e l’aria da universitario disilluso. Snoopy è l’evasione pura, l’immaginazione come antidoto alla noia e al dolore. Mentre Charlie Brown affonda nella realtà, Snoopy la aggira volando sul tetto della cuccia. È il personaggio che dimostra che sognare non serve a vincere ma a sopravvivere.

Lucy van Pelt: il potere, la psicanalisi e il cinismo

Lucy è il vero villain dei Peanuts, ma anche il più onesto. Autoritaria, aggressiva, sarcastica, con una bancarella di psicanalisi a cinque centesimi che è una delle più geniali metafore mai apparse in un fumetto. Lucy incarna il bisogno umano di controllo, la crudeltà che nasce dalla paura e l’arroganza di chi crede di sapere sempre cosa è meglio per gli altri. È detestabile, sì, ma necessaria: senza Lucy, Charlie Brown non sarebbe un martire credibile.

Linus van Pelt: fede, filosofia e coperta di sicurezza

Linus è il teologo dei Peanuts. Crede nel Grande Cocomero con la stessa intensità con cui un adulto crede in Dio, nel capitalismo o nell’oroscopo. La sua coperta di sicurezza non è un vezzo infantile ma un manifesto: tutti abbiamo bisogno di qualcosa a cui aggrapparci per non crollare. Linus dimostra che la fede, qualunque forma prenda, è spesso l’unico scudo contro il caos del mondo.

Schroeder e il culto della perfezione

Schroeder vive per Beethoven. Non per la musica in generale, ma per la perfezione irraggiungibile. È l’artista puro, ossessionato, impermeabile all’amore di Lucy perché l’arte viene prima di tutto. Schulz, con lui, racconta la solitudine dell’eccellenza e il prezzo da pagare quando si sceglie un ideale assoluto sopra ogni relazione umana.

Il mondo dei Peanuts: adulti assenti, bambini sovraesposti

Nei Peanuts gli adulti non si vedono mai. Quando parlano, emettono solo un suono incomprensibile. Non è una scelta stilistica casuale: è una dichiarazione di guerra. Schulz elimina l’autorità adulta per mostrare un mondo in cui i bambini devono cavarsela da soli affrontando ansie, paure e frustrazioni senza manuale di istruzioni. È un universo crudele e realistico, dove l’infanzia non è un rifugio, ma un campo di addestramento emotivo.

L’impatto culturale dei Peanuts: dalla carta al mito

I Peanuts non sono solo un fumetto: sono un linguaggio. Hanno influenzato la letteratura, il cinema, la musica e persino la psicologia pop. Le speciali animate come A Charlie Brown Christmas hanno riscritto il modo di raccontare il Natale, trasformandolo da fiera del consumo a crisi spirituale in formato televisivo. Snoopy è diventato un’icona globale, Charlie Brown un simbolo universale dell’uomo moderno, eternamente inadeguato ma ostinatamente vivo.

Peanuts oggi: perché continuano a colpirci allo stomaco

In un’epoca di positività ossessivo-compulsiva, motivatori seriali e frasi da poster, i Peanuts sono più attuali che mai. Non promettono soluzioni, non offrono riscatto facile e non vendono speranza a buon mercato. Offrono qualcosa di molto più raro: comprensione. Schulz ci ha lasciato un’eredità spietata e tenera allo stesso tempo, un mondo dove è normale sentirsi sbagliati e dove continuare a provarci è l’unica vera forma di coraggio. Alla fine ho capito perché torno sempre lì, tra una striscia e l’altra. I Peanuts non ti fanno sentire migliore. Ti fanno sentire meno solo. Ed è forse l’unica vittoria che conta davvero.

Hank Cignatta

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Sono la mente insana alla base di Bad Literature Inc. Giornalista pubblicista, Gonzo nell’animo, speaker radiofonico, peccatore professionista, casinista come pochi. Infesto il web con i miei articoli che sono dei punti di vista ( e in quanto tali condivisibili o meno) e ho una particolare predisposizione a dileggiare la normalità. Se volete saperne di più su di me e su Bad Literature Inc. leggete i miei articoli. Ma poi non dite che non siete stati avvertiti.

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