Lotta svizzera: sudore, segatura e orgoglio alpino

Lotta svizzera: sudore, segatura e orgoglio alpino

La segatura che brucia la pelle e l’odore di birra nell’aria

Ti siedi sul bordo del ring che ring non è, perché qui non c’è corda, né luci stroboscopiche, né tantomeno Bruce Buffer che urla al microfono. Solo un cerchio di segatura, gialla e compatta, che graffia le mani come carta vetrata. Intorno uomini enormi, con braccia come tronchi d’abete, cinture larghe di cuoio e pantaloni corti che sembrano presi in prestito da un falegname del XIX secolo. È la lotta svizzera: uno sport antico, contadino, sudato, che non ha nulla da invidiare all’MMA se si parla di dignità, brutalità e folklore. La prima cosa che noti è l’odore. Non di sangue come in un’arena, ma di birra, bratwurst e montagna. È un odore che ti stordisce e ti dice subito che sei in Svizzera, non in Nevada. Qui la violenza è rustica, rituale, codificata: non c’è odio, ma un duello di forza, tecnica e tradizione.

Un momento di un incontro di lotta svizzera

Origini contadine e radici profonde

La lotta svizzera, o Schwingen, nasce come passatempo tra pastori e contadini alpini. Immagina uomini che, dopo giornate intere a spaccarsi la schiena sui campi, trovavano il tempo di afferrarsi per i pantaloni e scaraventarsi nella segatura per vedere chi fosse il più forte del villaggio. Nessun premio in denaro, nessuna cintura dorata. Solo orgoglio e reputazione. Col passare dei secoli, la lotta è diventata un simbolo nazionale. Non è mai stata snaturata: ancora oggi si combatte su segatura, si usano quegli stessi pantaloni corti rinforzati, e l’obiettivo è buttare l’avversario di schiena a terra. Niente più, niente meno.

Spot della RSI (radiotelevisione svizzera) dei campionati di lotta svizzera del 2013. Tutti i diritti del video a RSI

Regole semplici, forza brutale

La regola è semplice e brutale: prendi l’avversario per i pantaloni corti di juta indossati sui vestiti normali, lo alzi come un sacco di patate e lo schianti sulla segatura. Non ci sono pugni, non ci sono calci. Solo il linguaggio arcaico della leva, del peso e del baricentro. Ma guardando bene, mi accorgo che non è così semplice: è geometria applicata al dolore, è meccanica newtoniana trasformata in danza primordiale. Ogni lotta è un’equazione vivente, risolta con il suono sordo di una schiena che si arrende al suolo.

Il re dei festival: l’Eidgenössisches

Ogni tre anni, la Svizzera si ferma per il Eidgenössisches Schwing- und Älplerfest, il festival nazionale di lotta svizzera. Immagina uno stadio all’aperto con 50.000 persone, bandiere rosse con la croce bianca che sventolano, cori alpini, coriandoli e litri di birra che scorrono. Qui non si gioca: il vincitore diventa il “Re della lotta svizzera”, un titolo che vale più di una medaglia olimpica per chi appartiene a questa tradizione.

Wicky Joel, il Re dell’ultima edizione 2022

Non vinci soldi come un pugile professionista, ma vinci prestigio eterno. In premio, il più delle volte, una mucca. Sì, una mucca vera, viva, che diventa simbolo della tua forza. E la cosa straordinaria è che molti lottatori la regalano al loro club o a un allevatore, come a dire: “Io non combatto per possedere, ma per appartenere.”

Il Re della segatura 2025 è incoronato: Armon Orlik

Il 31 agosto 2025, sull’arena polverosa del Flugplatz di Mollis, si è consumata la resa dei conti: dopo sette sfide che hanno lasciato tre lottatori perfettamente pari in classifica, Armon Orlik ha rotto l’equilibrio. Senza mai aver combattuto nel fatidico Schlussgang, è riuscito a strappare il titolo di Schwingerkönig vincendo il suo ottavo incontro e conquistando 10 punti, superando Werner Schlegel e Samuel Giger, che avevano sì raggiunto la finalissima ma sono stati battuti nel conteggio finale. Questo epico trionfo lo rende il primo campione da Grigioni e il primo del Nordostschweizer Verband in diciotto anni.

Armon Orlik nel momento della proclamazione di vincitore

Gesti lenti, impatti veloci: il segreto della lotta svizzera

Guardare un incontro di lotta svizzera è ipnotico. Si parte piano: due giganti che si piegano leggermente in avanti, mani che cercano presa sul tessuto dei pantaloni. Ci sono istanti che sembrano eterni, sospesi come il silenzio prima di un temporale. Poi un movimento secco: un colpo d’anca, una leva, e uno dei due si ritrova piantato nella segatura, con le scapole che urlano e il pubblico che esplode. È un balletto alpino, ma con la grazia della brutalità. Nessuna sceneggiata, nessuna finzione: qui se voli, voli per davvero.

Il pubblico: birra, bandiere e campanacci

Se il ring è sacro, il pubblico è carnevale. Fiumi di birra svizzera, wurstel caldi che grondano senape, cappelli di paglia, uomini che suonano campanacci come se stessero richiamando una mandria di vacche in fuga. Le famiglie vengono con i bambini, le coppie si baciano, i vecchi ricordano i campioni del passato. La lotta svizzera non è solo sport: è identità collettiva. È l’idea che, in un Paese neutrale che ha fatto della precisione il suo marchio, esiste ancora un posto dove la forza bruta incontra la tradizione più pura.

Modernità e resistenza al tempo

Oggi, in un mondo in cui gli sport sono brand, marketing e streaming, la lotta svizzera resiste come rito arcaico e autentico. Certo, ci sono sponsor, telecamere, persino merchandising, ma la sostanza resta intatta: due uomini, segatura, pantaloni e forza fisica. I lottatori moderni si allenano come atleti professionisti: palestra, diete, fisioterapisti. Eppure nessuno ha il glamour delle star. Sono ancora contadini, carpentieri, allevatori. Uomini normali che diventano titani solo quando mettono piede nel cerchio di segatura.

Gonzo fino al midollo

Seduto a bordo campo, con la segatura che mi si infila nelle scarpe e una birra troppo fredda tra le mani, capisco che la lotta svizzera non è solo un passatempo rurale. È un’esplosione di orgoglio collettivo, un modo di urlare al mondo che la Svizzera non è fatta solo di banche ,cioccolato, coltellini, orologi e formaggi con i buchi ma anche di muscoli, terra e cuore. Guardare due uomini sollevarsi come tronchi e schiantarsi al suolo non è solo vedere sport: è toccare con mano la storia viva di un popolo. Una storia fatta di calli, di sudore e di segatura che graffia, che brucia, che resta addosso come un tatuaggio invisibile.

Hank Cignatta

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