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    Red Dead Redemption 2, ovvero quando le Colt cantarono la morte e fu… tempo di massacro

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    Come un copione che si ripete quotidianamente, esco sul balcone in cerca di quella leggera brezza in grado di dare una tregua all’afa che sto provando da tutto il giorno. Mentre spero che per puro culo un’alito di vento figlio di qualche corrente ascensionale possa donarmi la tanto agognata sensazione di freschezza, dò fuoco ad un sigaro per rendere meno noiosa l’attesa. Ho da poco terminato Red Dead Redemption 2, l’unica ragione valida per la quale sono passato ad una consolle di videogiochi di ultima generazione. Probabilmente queste saranno parole già scritte e già usate da chi, forse, ha decisamente più dimestichezza di me in materia videoludica ma la Rockstar Games ha messo a segno l’ennesimo capolavoro.

    La Rockstar Games con alcuni dei capolavori sfornati da questa fantastica software house

    Per quelli della Rockstar Games creare videogiochi significa riuscire a realizzare la loro visione di un modo di intrattenere che ha sicuramente inciso una tacca permanente nell’immaginario collettivo degli ultimi vent’anni, gusti personali permettendo che non si discutono ma che, molto spesso, vengono messi davanti ad un giudizio oggettivo. Red Dead Redemption 2 è semplicemente straordinario ed è in grado di trasformare la propria consolle in una specie di macchina del tempo capace di catapultare il giocatore nel periodo del selvaggio West, dove le Colt erano spicciole dispensatrici di una giustizia forse grezza ma decisamente meno aggravata dall’incasinata burocrazia di questo mondo che ci illudiamo possa essere ancora libero e civilizzato.

    L’intera storia, prequel di Red Dead Redemption (titolo sopraffino in grado di spianare la strada alla sublime perfezione su molti aspetti da parte del suo secondo capitolo) narra la storia di Arthur Morgan, pistolero fuorilegge che fa capo alla banda di Dutch Van Der Linde. Dutch ha creato una vera e propria comune, nella quale ognuno ha un compito ben preciso. Per tale motivo, anche quelli che possono sembrare dei personaggi secondari hanno la loro importanza ai fini dell’andamento della storia. Il braccio armato della banda, che si occupa di riuscire a portare denaro nelle casse della comune che ciclicamente si sposta in cerca di un posto diverso e senza troppe interferenze da parte della legge, è composto da Dutch, Arthur, John Marston (che ritorna dopo il ruolo da protagonista in Red Dead Redemption) con la sua compagna Abigail Roberts e i figlio Jack, il co-fondatore della banda e migliore amico di Dutch, Hosea Mattews, i pistoleri Bill Williamson Javier Escuella, Micah Bell, il cacciatore nativo americano Charles Smith e l’ex vedova poi cacciatrice di taglie Sadie Adler. Un mondo in cui Arthur e gli altri si muovono tra scorribande che fruttano soldi e fughe al fulmicotone dalla legge, nonché alla spasmodica ricerca del predominio nella lotta con la banda rivale degli O’Driscoll.

    Il pistolero fuorilegge Arthur Morgan, protagonista di questo secondo capitolo di Red Dead Redemption

    Tutto gira come la più perfetta delle macchine. Ogni dettaglio del gioco, da quello più eclatante all’elemento più banale non è lasciato affatto al caso. Un gioco che risente molto dell’influenza degli spaghetti western di Sergio Leone, dei personaggi interpretati da Clint Eastwood e della recente produzione sul genere di Quentin Tarantino. Per non parlare della sublime colonna sonora ispirata dall’inconfondibile stile di Ennio Morricone. Il tutto porta ad un fantastico risultato, dove l’ambientazione di gioco enorme permette al giocatore di esplorare ogni più minuzioso dettaglio di quel selvaggio West di cui Arthur Morgan è figlio ma anche l’ultima delle più veloci e precise pistole di un mondo che sia avvia verso un lento ed inesorabile declino. Sullo sfondo le innovazioni della Rivoluzione Industriale e il desiderio di un mondo che ha velleità di approdare verso lidi di progresso che avevano decisamente più senso allora rispetto a quelli che si vogliono conquistare oggigiorno. Morgan rappresenta anche quel fantastico spirito ribelle di quel tempo, dove i revolver arrivano più in fretta di qualsiasi ragionamento o abboccamento pronunciato dal più fine dei dicitori. La sera si fa più fresca e il mio sigaro si avvia alla fine della sua tabagistica esistenza, mentre non posso fare a meno di pensare come il così tanto evoluto mondo odierno abbia un disperato bisogno di un brusco ritorno a quella priorità di valori che ha evitato (almeno fino ai tempi più recenti) di implodere in sé stesso. Ma probabilmente, esattamente come è stato per Arthur Morgan e come sta iniziando ad essere per me, ci sono figure che diventano anacronistiche all’interno di un mondo in cui l’unica cosa che conta è apparire e dire qualcosa, a qualunque costo, sempre e comunque.

    Hank Cignatta

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    Sono la mente insana che sta alla base di Bad Literature Inc. Giornalista pubblicista, Gonzo nell’animo, speaker radiofonico, peccatore professionista, casinista come pochi. Infesto il web con i miei articoli che sono dei punti di vista ( e in quanto tali condivisibili o meno) e ho una particolare predisposizione a dileggiare la normalità. Se volete saperne di più su di me e su Bad Literature Inc. e volete proprio farvi del male, leggete i miei articoli. Ma poi non dite che non siete stati avvertiti.

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