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    Scopate e cazzotti: storia di ordinaria follia a margine di un’annata dannata nella vita di un giornalista Gonzo

    Il mio sguardo rimane fisso sullo schermo. Lo stesso fottuto schermo che ogni giorno frigge sempre di più le mie già scarse diottrie. Cerco di rimettere insieme i pezzi della mia vita in questa strana, crudele ed insensata annata dannata mentre guardo video in cui vedo il mio cane Max e mio padre, pezzi di cuore che questo 2020 ha deciso di estirparmi dal petto con un appuntito ed affilato coltello di cucina, senza usarmi la cortesia di utilizzare l’anestesia locale. Un’operazione a cuore aperto delle mie emozioni, rimescolate come in una centrifuga che non ne vuole sapere di arrivare alla fine. Capito in una cartella del mio hard disk dove sono custodite vecchie foto e video di quando, in una galassia lontana lontana, ero un pugile. O almeno, mi allenavo per esserlo. Eccomi li, venti tonnellate in meno fa, intento a muovermi su un piccolo ring a sudare e sbuffare e menare colpi. A farmi fare le passate Ted, amico fraterno di una vita, intento a chiamarmi i colpi. Guardo quelle immagini di un passato prossimo mentre butto giù un sorso di whiskey. Un sonoro e letale peto si fa strada dal profondo delle mie logorate viscere, facendo da colonna sonora solenne al momento. Mi guardo nello specchio lì vicino presente nella stanza. Ecco che cosa sono diventato: la scorreggia umidiccia e catalitica di me stesso. La puntina del giradischi solca Sabbath Bloody Sabbath dei Black Sabbath, facendo propagare per tutta la casa le note di A National Acrobat. Nostalgico più che mai, spengo il computer ripensando a ciò che potrebbe essere ma che non è stato, focalizzandomi su ciò che non vorrei che fosse stato e che, invece, è brutalmente accaduto.

    Giornalisti senza piombo: si scrive forte e beve ancora più forte

    La notte ammaliante ha lasciato il posto ad un nuovo giorno che, sornione, si fa strada dalle persiane della mia camera per prendersi gioco di me. Apro gli occhi, resto immobile nel letto a fissare il soffitto. Prendo coscienza di questa dimensione fatta di casini, dubbi e stronzate e un nuovo giorno è pronto per essere vissuto. Dopo aver dato libero sfogo alla mia impellente minzione facendo attenzione a non pisciare su tutto il muro a causa del consueto attacco di priapismo mattutino ed aver espletato tutte le funzioni per apparire una persona pronta a stare all’onore di questo mondo del cazzo, mi vesto ed esco. Salgo a bordo della mia fedele Great Point Blue Shark, svegliandola dal torpore di una notte fatta di basse temperature e nebbia. Lei risponde ruggendo, pronta ad aggredire le strade di Nevrotic Town per portarmi immantinente alla prossima destinazione. Giungo all’altezza di una rotonda mentre un tizio a bordo di una Giulietta bianca mi manca la precedenza. Suono il clacson, facendogli notare con veemenza che se non fosse stato per una certa prontezza di riflessi ora saremmo in mezzo al cazzo a compilare il CID. Poco dopo dal finestrino della Giulietta compare un volto violaceo, che manda allegramente a quel paese sia me che almeno tre generazioni della mia famiglia. Proseguo per la mia strada, trovando stranamente parcheggio immediatamente. E infatti, poco dopo, una pioggia leggera inizia ad inumidire la mattinata.

    La situazione del traffico in un corso di Nevrotic Town a ridosso di una rotonda

    Giungo sotto casa di quella che chiameremo My Michelle, la Dani California con la quale ho appuntamento per una colazione. Suono al suo campanello, si fionda a rispondere al citofono dicendo che sarebbe scesa subito. Ripenso alla botta di culo avuta nel trovare subito parcheggio, probabilmente propiziata dal fatto che My Michelle abita in una via cieca. Faccio per estrarre un sigaretto dalla custodia in metallo, ma non faccio in tempo a portarmelo alle labbra e a dargli fuoco che spunta un tizio che si avvicina a grandi falcate minaccioso verso di me. E’ il tizio della Giulietta, offeso nell’onore dal colpo di clacson datogli poco prima all’altezza della rotonda e che chiede soddisfazione. Non che io sia alto, ma il tizio in questione è talmente basso che nello sbraitare salta come Super Mario intento a collezionare oggetti dai blocchi con sopra i punti interrogativi. Il tizio, che chiameremo Giulietto, inizia a mettere in dubbio la moralità della mia genitrice, proseguendo con altri insulti seguiti dalla rivendicazione della sua fretta e dalla mia incapacità alla guida. Mentre Giulietto si avvicina, faccio istintivamente un passo indietro mentre cerco di fargli notare a più riprese e senza essere diretto, che è un autominchionista patentato. Giulietto si infervora ancora di più, si tira su le maniche della sua giacca in ecopelle mostrando le braccia tatuate, gonfiandosi tutto e alzandosi sulle punte dei piedi per (credo) sembrare più grosso. Un pò come quando si incontra un Grizzly. Giulietto mi si para davanti, intenzionato a caricarmi con la fronte come un capretto incazzato. Dall’appartamento di My Michelle, al primo piano, parte un assolo di chitarra all’ultimo volume che copre tutto quel macello. Un pensiero in meno. Giulietto decide quindi di passare alle vie di fatto, scoccando un pugno in direzione della mia faccia da cazzo. Avverto come una sorta di senso di ragno, come una specie di sistema di allarme che non entra in funzione da diversi anni ma che risponde bene in caso di necessità. Giulietto improvvisamente non è più una persona, ma uno schema di punti deboli alla mia portata.

    Tutti hanno un piano, finché non prendono un pugno in faccia. Mike Tyson

    Sposto il peso del mio corpo verso destra, avendo abbastanza spazio e potenza per colpire con un montante la bocca dello stomaco di Giulietto, che si ritrova con il fiato spezzato. Rompo la distanza tra me e lui e mi allontano, rimanendo in guardia. Non ho voglia di continuare: ho almeno venti tonnellate in più dall’ultima volta che ho scambiato di boxe, ho il mio cappotto preferito addosso e My Michelle mi aspetta per la colazione. A proposito, quanto ci sta mettendo? Giulietto intanto si aggrappa ad una macchina, intento a vomitare. Mi guardo attorno nella speranza di non aver attirato l’attenzione. Inveisco contro Giulietto, il quale mi manda per l’ultima volta a fare in culo per poi allontanarsi nella stessa direzione dalla quale era venuto. Ed iniziano le mie paranoie, immaginando le prime pagine dei giornali locali:

    ++Giornalista impazzito aggredisce un uomo a Nevrotic Town: arrestato++ – Nevrotic Town, 20 dic.- Hank Cignatta, 31 anni all’epoca dei fatti, giornalista alcolizzato, ha aggredito questa mattina un uomo. L’alterco tra i due è iniziato per una mancata precedenza all’altezza di una rotonda, non rispettata dalla vittima dell’aggressione che si trovava a bordo di una Giulietta bianca. Cignatta, in preda ad un attacco di furia stradale, ha malmenato C.P., in lizza per il premio Nobel per la pace, colpevole solo di avere fretta per portare delle medicine al locale ospedale infantile. Sceso per chiedere scusa e donare mille euro in gettoni d’oro, C.P. ha avuto paura: ha dichiarato infatti che gli occhi di Cignatta si sono illuminati di una strana luce rossa, trasformandolo nel rimasuglio di un pugile. Il pazzo scribacchino, già noto alle forze dell’ordine per disturbo della quiete pubblica e atti osceni in luogo pubblico, lo ha colpito con un montante all’altezza dello stomaco, facendogli vomitare la colazione nonché il suo unico sostentamento alimentare per tutto il resto del mese. Il malvagio giornalista è stato identificato dalla polizia, arrestato con manette ai polsi e alle caviglie e posto in regime di isolamento. L’udienza per decidere l’imputazione dei venti ergastoli di cui è accusato avrà luogo il prossimo gennaio.

    La mia foto segnaletica

    Poco dopo scende My Michelle, con la quale mi ritrovo a conservare amabilmente davanti ad un caffè e, in seguito, ad un sigaretto. Ci ritroviamo a casa mia, dove si entusiasma per la mia collezione di dischi rock. Mette su Black Sabbath Vol.4, spostando la puntina su Wheels Of Confusion. Inizia a ballare, come in una sorta di trance, ispirata dalla voce di Ozzy Osbourne. La guardo, mentre mi soffermo sul candore della sua pelle che esalta il colore dei tatuaggi che dalle sue braccia giungono fino ai dorsi delle mani. E’ come se fosse in Technicolor. Balla e con lo sguardo passa in rassegna i libri impilati sulla libreria. Si gira, sfoderando un sorriso sornione. Disquisisce confusamente su Bukowski, confessando che all’inizio lo aveva scambiato per un marchio di gioielli di classe. Mentre la mia libido stava per tuffarsi di testa dalla finestra me la ritrovo in un secondo davanti. Mi perdo a guardare i suoi occhi verdi, mentre lei mi sorride maliziosa e mi da un bacio. In un baleno ci ritroviamo a letto, dove ho modo di apprezzare meglio quel corpo tornito accarezzato dall’inchiostro dei tatuaggi che coprono una buona parte della sua pelle di luna. Penso velocemente a quanto strana può essere la vita e a come è in grado di cambiare sempre le carte in tavola. Torno nuovamente ad occuparmi di My Michelle, che mi mostra tutta la sua esperienza in campo amoroso. Decido di veleggiare verso il suo sud, in direzione di rotte più bollenti, inebrianti e bagnate. Dopo questa appagante variazione sul tema, torna a prendersi cura di me. Mi guarda negli occhi e mi domanda se sto per venire. La guardo e, sorridendo, affermo che non vedo ostacoli. Non faccio in tempo ad abbandonarmi a quella piacevole sensazione di esplosione extrasensoriale, poiché My Michelle mi rifila un pugno dritto in bocca. Non è un pugno dato con precisone e neanche con cattiveria. Quel tanto che basta per distrarmi dal climax e rendere il tutto sospeso a metà. Resto interdetto per qualche secondo. Sta cazzo di scena non mi è nuova. My Michelle si disarciona da me, si veste velocemente e prende la porta, gridandomi da lontano di chiamarla. Rimango li sul letto come uno stronzo, con un turbinio di sensazioni contrastanti tra loro. Non so che cosa fare fino a quando mi dirigo verso il frigo per aprirmi una birra. Ne bevo un sorso consistente e rido, senza sapere perché. E’ proprio vero che tutti hanno un piano, finché non prendono un pugno in faccia.

    Hank Cignatta

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    Sono la mente insana alla base di Bad Literature Inc. Giornalista pubblicista, Gonzo nell’animo, speaker radiofonico, peccatore professionista, casinista come pochi. Infesto il web con i miei articoli che sono dei punti di vista ( e in quanto tali condivisibili o meno) e ho una particolare predisposizione a dileggiare la normalità. Se volete saperne di più su di me e su Bad Literature Inc. leggete i miei articoli. Ma poi non dite che non siete stati avvertiti.

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