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L’addio a Nadia Toffa e il processo di santificazione di questa ipocrita società perbenista

Strana giornata, quella di ieri. La vacuità delle chiacchiere da ombrellone in attesa della festività di Ferragosto ha ceduto il posto all’attonita incredulità nell’apprendere della morte della giornalista e conduttrice televisiva Nadia Toffa. Devo ammetterlo, non sono mai stato un grande estimatore della versione attuale di quello che è diventato il programma di punta del sesto canale del telecomando della tv commerciale. Ma fin da quando la conduttrice bresciana è stata ricoverata per un malore nel dicembre del 2017 mi sono sinceramente dispiaciuto per le sue condizioni di salute. Molto probabilmente perché quell’espressione sempre sorridente anche nei momenti più difficili ha avuto il potere taumaturgico di entrare nella mia armatura da stronzo da competizione. Nadia Toffa era nel fiore della sua vita e della sua carriera e ha dovuto fare i conti con una malattia che l’ha consumata da dentro, senza però mai minare il suo entusiasmo ed attaccamento alla vita. Proprio per questo la notizia della sua scomparsa è stato un fulmine a ciel sereno, arrivando in poche ore nella giornata di ieri, ad essere una delle notizie di punta.

Si sono quindi moltiplicati i messaggi di cordoglio da parte di personaggi dello spettacolo e della politica, arrivando a far inviare anche al presidente della Repubblica Sergio Mattarella un messaggio di commiato per ricordare la conduttrice. Mediaset l’ha ricordata con un brevissimo spot inserito durante il blocco pubblicitario della messa in onda dei programmi e le principali edizioni dei tg hanno speso parole di cordoglio all’interno dei loro servizi. Non importa il network televisivo di appartenenza: di fronte alla morte si è tutti uguali ( o così dovrebbe essere). La rilevanza data alla notizia fa comprendere come la Toffa sia entrata realmente nel cuore degli italiani per la sua spontaneità e il suo fare genuino che, nonostante tutto, era un modo moderno e piacevole di fare televisione. Ma quello che temevo si sta già concretizzando, ovvero il terribile processo di santificazione di italica tradizione. Non importa se in vita ti ho vituperato anche gli antenati: se muori diventi automaticamente un martire. Un santo da esporre sul cruscotto assolato di una rovente giornata di agosto. Perché gli stessi fieri portabandiera del mentecattismo dilagante che l’hanno aspramente criticata ed insultata in vita ora salgono sul carro del pericoloso perbenismo di facciata. Resta l’amaro per la prematura scomparsa di quella che, molto probabilmente, sarebbe diventata una delle più promettenti figure della futura televisione. Ma quanto durerà realmente tutto questo? Molto sicuramente il tempo di girare in tempo la bistecca sulla griglia a Ferragosto, prima che si abbrustolisca del tutto. Perché non importa quello che si è fatto in vita: la notizia della propria morte, se socialmente rilevante, troverà posto tra una crisi di governo e l’aggiornamento sull’andamento della sessione estiva del calciomercato. In ogni caso riposa in pace Nadia Toffa, che la terra ti sia lieve. Le polemiche, i vizi e i morbosi problemi di questa ipocrita società non ti toccano più dove sei adesso. Ovunque tu sia.

Hank Cignatta

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