I Ramones e la rivincita dei ragazzi sbagliati
Abbiamo messo i Ramones sulle magliette, li abbiamo piegati bene e sistemati nelle vetrine, riuscendo nell’impresa di rendere decorativi quattro uomini che avevano mandato a puttane le buone maniere del rock. Poi riascolti il loro primo disco e ti ricordi che sotto quel marchio ci sono canzoni capaci di restituire dignità anche alla peggiore delle tue giornate. Dentro si agitano la noia, il desiderio, la paura di essere rimasti indietro e una voglia tremenda di trovare qualcuno che capisca.
A me i Ramones continuano a piacere soprattutto per questo: hanno dato una forma esaltante alla sensazione di essere fuori posto, riuscendo a farla cantare a una stanza intera.
Dal Queens al CBGB: nascono i Ramones
La storia comincia nel 1974 a Forest Hills, nel Queens, dove prende forma il gruppo che troverà il proprio equilibrio con Joey alla voce, Johnny alla chitarra, Dee Dee al basso e Tommy alla batteria. Quel cognome condiviso costruisce un’identità nella quale riconoscersi prima ancora che il mondo abbia deciso cosa farsene della loro musica.
Guardateli sulla copertina fotografata da Roberta Bayley: sembrano quattro persone riunite contro un muro perché stare dalla stessa parte è già una maniera di difendersi. Joey, altissimo e sgraziato, occupa lo spazio come se dovesse ancora prendere confidenza con il proprio corpo. Sarà proprio lui a diventare il centro emotivo del gruppo.
Il CBGB, il locale di Hilly Kristal sulla Bowery, diventa il loro laboratorio. Nell’archivio di Johnny sono rimaste le testimonianze di quelle esibizioni del 1974 e del 1975, quando il futuro monumento del punk era ancora una band impegnata a conquistarsi qualche serata. È una distanza che vale la pena ricordare: il prestigio dei luoghi arriva dopo le persone che ci hanno rischiato la faccia.

Il primo album dei Ramones cambia le proporzioni
Il 23 aprile 1976 esce Ramones, prodotto da Craig Leon: quattordici brani in circa ventinove minuti, realizzati con un budget di 6.400 dollari. Blitzkrieg Bop, Judy Is a Punk e Beat on the Brat mettono subito in chiaro quanto poco spazio serva per rendere riconoscibile una band.

L’effetto è quello di vedersi togliere di mezzo un’infinità di mobili da una stanza nella quale si faceva fatica a respirare. La canzone torna a occupare il centro, con una melodia che deve funzionare subito e un ritmo che ti prende prima che tu abbia finito di giudicare i vestiti dei musicisti. Il pubblico americano, però, conserva una notevole capacità di ignorare quello che gli succede sotto il naso: il disco si ferma al numero 111 della classifica Billboard. La sua influenza comincia a correre molto più velocemente delle vendite, aprendo una sproporzione che accompagnerà a lungo la storia dei Ramones.
La semplicità che inganna
La faccenda dei tre accordi è diventata una comoda scorciatoia per parlare del loro suono senza ascoltarlo davvero. Johnny costruisce la propria chitarra sulla continuità delle plettrate verso il basso, un movimento che richiede resistenza e regolarità. Marky ha descritto quel modo di suonare come un esercizio fisico prolungato, sostenuto senza concedersi pause tra un brano e l’altro. Il basso di Dee Dee e la batteria di Tommy tengono insieme l’urto, mentre la voce di Joey conserva una riconoscibilità assoluta dentro il frastuono. La precisione si sente soprattutto quando parte il pezzo successivo: la tensione passa da una canzone all’altra e ogni esitazione rischierebbe di far perdere slancio all’intero concerto.

Provare a suonare un loro brano può sembrare facile finché ci si accontenta della sequenza degli accordi. Il problema arriva quando bisogna farlo correre senza svuotarlo, mantenere il peso e lasciare che il ritornello respiri. I Ramones avevano imparato a ottenere tutto questo insieme, abbastanza bene da far sembrare naturale una disciplina che sul palco si pagava con le braccia.
Joey Ramone e il cuore pop del punk
Nel primo album convivono Now I Wanna Sniff Some Glue e I Wanna Be Your Boyfriend, e questo accostamento racconta il gruppo meglio di parecchie definizioni. Da una parte la provocazione dei ragazzi annoiati, dall’altra una richiesta d’amore pronunciata con una tenerezza che la distorsione lascia perfettamente intatta. La versione di Let’s Dance rende esplicito anche il legame con il pop dei primi anni Sessanta.

Joey riesce a tenere insieme queste pulsioni perché nella sua voce c’è sempre qualcosa di esposto. Anche quando il gruppo scherza con l’orrore o con l’assurdo, si sente una persona che cerca un contatto. È una qualità che impedisce alla velocità di diventare un semplice esercizio atletico e rende credibili perfino i personaggi più strampalati delle canzoni.
Con Leave Home e Rocket to Russia, entrambi del 1977, quella scrittura si consolida. Sheena Is a Punk Rocker e Rockaway Beach hanno ritornelli che invitano a uscire dalla propria stanza, mentre I Wanna Be Sedated, pubblicata su Road to Ruin nel 1978, rende irresistibile perfino il desiderio di spegnere tutto. Il punk dei Ramones sa quanto possano stare vicini l’euforia e l’esasperazione.
Londra scopre quanto può correre una canzone
Il 4 luglio 1976 i Ramones suonano al Roundhouse di Londra, in un cartellone con gli Stranglers e i Flamin’ Groovies. La sera successiva sono al Dingwalls. Il punk britannico è già in movimento e quei concerti diventano un punto di incontro: nelle testimonianze raccolte dagli stessi Stranglers compaiono l’entusiasmo per il debutto e i contatti con musicisti di Sex Pistols, Clash e Damned.

È il passaggio decisivo dalla scoperta individuale alla possibilità di riconoscersi in una scena. Vedere quei quattro su un palco permette di immaginare un percorso più breve tra il desiderio di fare musica e il tentativo concreto di provarci. Poi ciascuno porterà altrove quella lezione, con altre voci, altri conflitti e altre canzoni.

Per sentire quanto fosse diventato efficace il gruppo basta ascoltare It’s Alive registrato al Rainbow Theatre di Londra il 31 dicembre 1977 e pubblicato nel 1979. Lì la velocità ha già trovato la propria misura: i brani si susseguono con un’intensità che rende quasi fisica la necessità di arrivare fino in fondo. È un disco da ascoltare anche per capire quanto lavoro ci fosse dietro quell’apparente facilità.
Vent’anni di strada e una famiglia difficile
La storia prosegue attraverso cambi di formazione e tentativi di allargare il pubblico. Nel 1978 Tommy lascia la batteria a Marky; nel 1989 Dee Dee viene sostituito al basso da C.J., continuando però a contribuire alla scrittura. Intanto End of the Century, prodotto da Phil Spector nel 1980, mette alla prova l’incontro tra il gruppo e una produzione più ambiziosa, mentre Too Tough to Die, del 1984, ne ribadisce la durezza. Sotto l’immagine compatta si accumulano anche fratture personali. Il tour manager Monte A. Melnick ha spiegato come Joey e Johnny avessero finito per separare il lavoro dalla vita privata: la continuità sul palco richiedeva di collaborare anche quando stare insieme era diventato difficile. Ricordarlo restituisce peso alla loro ostinazione e toglie alla storia quella patina sentimentale che tende a ricoprire le band dopo lo scioglimento.
L’ultimo concerto arriva a Los Angeles il 6 agosto 1996, dopo oltre duemila esibizioni. La rivoluzione, nel frattempo, è diventata anche un mestiere fatto di viaggi, stanchezza e serate da portare a termine. Per continuare a suonare quei pezzi serviva ancora esserci, ogni volta, con il corpo.
Perché i Ramones contano ancora
La loro impronta attraversa l’hardcore e il pop punk, lasciando una discendenza evidente in gruppi come i Green Day. Ma l’importanza dei Ramones si misura anche nel rapporto tra chi suona e chi guarda: hanno reso credibile l’idea che un’identità musicale potesse nascere da mezzi limitati e da una personalità abbastanza forte da usarli bene.
Nel 2002 entrano nella Rock & Roll Hall of Fame, introdotti da Eddie Vedder. Dieci anni più tardi il loro esordio viene incluso nel National Recording Registry della Library of Congress. Il disco che si era fermato al numero 111 trova così posto tra le registrazioni che gli Stati Uniti hanno scelto di conservare per il loro valore culturale.
Sono riconoscimenti meritati, ai quali continuo a preferire l’immagine di Joey davanti al microfono. Per un ragazzo convinto di essere venuto male, quella figura poteva valere più di mille discorsi sulla fiducia in sé stessi. I Ramones avevano reso visibile una possibilità enorme: il tipo sul quale nessuno avrebbe scommesso poteva diventare quello per cui gli altri compravano il biglietto.
Hank Cignatta
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